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Siamo tutti Gianni

Noi pensiamo che l’avversario da sconfiggere con i piedi, il cervello e il cuore non è “il nemico” da abbattere o dileggiare persino quando non è in campo.

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L’inviato di Striscia gli ha persino consegnato il tapiro, anche se lui forse meritava l’ennesimo premio di quelli veri. Di Gianni Morandi, settantenne con la faccia da eterno ragazzo, si conosce da tempo la genuina passione per il calcio. Una passione che lo conduce, come tanti di noi, ogni settimana in uno stadio con una sciarpa al collo a fremere per la propria squadra, il Bologna. Anzi, proprio per aver interpretato tutto ciò che uno sportivo dovrebbe essere (e che troppo spesso non è) dando vita con Mogol alla Nazionale Cantanti che in trenta anni ha aiutato istituzioni come l’AIL ed Emergency, Gianni Morandi è stato nominato Presidente Onorario della sua squadra. Ebbene, in occasione della partita di domenica scorsa tra il Bologna e il Napoli, a Gianni era venuta un’idea bellissima: quella di far diffondere dagli altoparlanti dello stadio le note struggenti di “Caruso” di Lucio Dalla. Una canzone dalle sonorità partenopee scritta da un grande tifoso del Bologna in memoria di un grande napoletano. Purtroppo, mentre i 7.000 napoletani mostravano di aver apprezzato quel gesto di benvenuto intonando il coro “Lucio, Lucio”, la curva dei bolognesi infangava l’immagine di una città tradizionalmente accogliente con una bordata di fischi e uno striscione in cui s’invitava il Vesuvio a compiere “il suo dovere” di distruttore.
Che squallore, che angoscia. E chi se ne frega se poi la partita è stata un’alternanza di emozioni fino al pareggio in extremis del Bologna. La festa a Gianni, e a tutti noi che la pensiamo come lui, quegli imbecilli l’avevano già rovinata.

Eh sì perché, parliamoci chiaro, noi che amiamo il calcio siamo stufi dell’inciviltà e della maleducazione spacciate per innocente goliardia, della persistente confusione tra il fisiologico sfottò e l’insulto sistematico, del tifo “contro” al posto del tifo “pro”, dei cori ignobili contro le Forze dell’Ordine. Noi siamo stufi di quelli che si menano incontrandosi per caso in un aeroporto. Noi pensiamo che l’avversario da sconfiggere con i piedi, il cervello e il cuore non è “il nemico” da abbattere o dileggiare persino quando non è in campo. E mentre in tutto il resto dell’Europa calcistica che conta gli stadi somigliano sempre di più a teatri con posti confortevoli, servizi igienici decenti e punti di ristoro, i nostri spalti decrepiti risuonano di cori beceri che non risparmiano neppure la memoria di chi ci ha lasciato tra mille rimpianti. Come sperare se nel più moderno stadio d’Italia, i piccoli tifosi della “signora del calcio italiano”, ospiti di una curva squalificata che non si voleva lasciare vuota, hanno voluto emulare i loro colleghi più grandi rivolgendo ripetutamente al portiere avversario l’insulto reso celebre dal generale Cambronne a Waterloo. E per guardare più vicino, basta leggere ciò che si scatena ormai da anni ogni domenica su questo sito con fratelli siciliani di fede rosanero o rossoazzurra che non aspettano altro che il rovescio del “nemico” per riversagli addosso la solita litania di insulti, di provocazioni, di ripicche in una faida stucchevole e improduttiva di cui non si scorge né il fine, né la fine.

Noi che amiamo il calcio siamo stufi di tutto questo e comprendiamo l’amarezza di Gianni Morandi che ha deciso di dimettersi dalla sua carica onorifica. Perché dovremmo solo riflettere sul fatto che noi tifosi di calcio siamo, per citare un altro grande cantante, come i soldati de “La guerra di Piero” che hanno “lo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”. Solo che questa non è la guerra, è solo pallone.


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Commenti

    Come si fa a non sottoscrivere tutto, ma la cosa peggiore sta nel fatto che: dopo tanti anni di convinzione, per sperimentazione diretta, che Bologna sia la citta’ piu’ accogliente del mondo, di ampie vedute e civilta’ storica del nostro Paese, macchia la sua reputazione con un fatto del genere. Mi rifiuto di stereotipizzare, voglio tornare a Bologna per vedere che aria tira. Che sia stato un fatto episodico eccezionale?

    La storia non insegna niente.
    Troppo rancore.
    Troppa rabbia repressa.
    Troppo odio atavico.
    Comincio a essere pessimista.

    ancora una gran bella verità … grazie Mario per il tuo angolo di riflessione…

    Tutto questo mi fa pensare alle Polis (Città-Stato) dell’Antica Grecia in eterna guerra tra di loro.
    Ma in questo caso per eventi sportivi quali partite di calcio, alcuni tifosi ritengono opportuno rendere onore alla squadra della propria città e contestualmente fomentare odio non solo per la squadra avversaria ma molto spesso per la comunità a cui appartiene la tifoseria avversaria di turno. Vedi gli ultimi esempi in tal senso bolognesi contro napoletani o modenesi contro padovani.
    Il problema è più profondo ed è di natura sociologica.
    rimanendo in tema di citazioni cantautorali aggiungerei “inno nazionale” di Luca Carboni: “sventoliamo troppe bandiere col bastone nella mano”.

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