“Sa cosa succede in storie come la mia? La gente ti evita, come se addosso avessi il contagio, come fossi un’appestata. E allora tutti scelgono di tenerti lontana”.
Simona Vicari è stata assolta. Non fu responsabile di corruzione. Ha raccontato su Facebook dei suoi nove anni difficili. Leggi e magari passi oltre. C’è chi si è congratulato. Ma l’ombra resta. Quei nove anni tornano, in questa chiacchierata. Cadono goccia a goccia. Giorno per giorno. L’ex senatrice Vicari parla con un tono variabile in cui si percepiscono la soddisfazione e la sofferenza. Ne è venuta fuori con l’assoluzione. Ma il tempo perduto non tornerà.
Qualcuno si è allontanato da lei?
“Sì, tanti. Non è stato facile convivere con la vergogna di qualcosa che non hai commesso. Ti porti addosso un peso enorme, pur sapendo di essere innocente, ma trovi la forza di andare avanti con dignità, soprattutto per le persone care che ti restano accanto. La parte più dura è proprio questa: sapere di essere innocente e non poter fare nulla”.
Chi si è allontanato?
“Un sacco di persone. E’ come se cominciassi, dopo che sei indagato, a essere un peso. Gli altri provano imbarazzo e tu ne soffri. Ti chiamavano, ti cercavano. Poi non è più opportuno farlo. Io non ho mai smesso di credere nella giustizia. So e sapevo di essere innocente. Conoscendo i regolamenti di Camera e Senato, comunque, saltava agli occhi che non potessi avere influenzato niente e nessuno in alcun modo”.
Il momento più difficile?
“Quando mi dimisi dall’incarico di sottosegretario nel giro di tre ore, in un vortice di amarezza, senso di responsabilità e solitudine. Sono stati momenti che non dimenticherò mai. In quelle stesse ore ricevetti, però, una bellissima telefonata del premier Paolo Gentiloni: ricordo ancora la sua voce e le sue parole, che mi colpirono profondamente. Scelsi di lasciare perché avvertivo il dovere di sottrarre il governo nazionale al cono d’ombra in cui ero finita, mio malgrado. Una scelta sofferta, umanamente pesante, ma che rifarei. Perché anteporre le istituzioni a se stessi non è, purtroppo, un gesto così frequente”.
Cosa è cambiato?
“Tutto. In quel momento, era il 2018, ricoprivo un incarico nazionale di grande responsabilità. Eppure mi sono dovuta fermare con la forza di chi, pur colpita duramente, non ha mai avuto intenzione di lasciarsi piegare né distruggere. Faccio politica da quando avevo ventitrè anni. In un cammino così lungo posso avere commesso errori, come accade a chi sceglie di stare sempre in prima linea e di assumersi il peso delle decisioni. Ma una cosa posso dirla con fermezza: ho cercato, ogni giorno, di fare la scelta più giusta nell’interesse delle istituzioni e delle comunità che ho servito, mantenendo come bussola il rigore, la trasparenza e il senso profondo della responsabilità. Sono stata in giunta a Palermo in anni durissimi, anni in cui amministrare significava spesso prendere decisioni scomode ma necessarie, sempre a viso aperto. Sono stata, con immenso orgoglio, sindaca di Cefalù, vivendo fino in fondo l’onore e il peso di servire la mia città. Quella interruzione ha cambiato la mia vita per sempre, in modo irreversibile. Ma non ha mai cancellato ciò che sono stata e il modo in cui ho scelto di esserci: a testa alta, in prima linea, con rigore e trasparenza”.
Prova rabbia?
“No, sono una persona serena. Ma tristezza e amarezza non si cancellano. Non ho ceduto alla rabbia, quello no. Ho ricominciato a lavorare da architetto”.
Il presidente Schifani l’ha voluta accanto a sé, come esperta e nella cabina di regia.
“Sono, e lo sarò per sempre, profondamente grata al presidente Schifani, al quale mi legano stima sincera e un’amicizia nate lungo percorsi politici condivisi. Ha saputo andare oltre il semplice opportunismo della politica, assumendosi anche il peso di possibili conseguenze e sopportando ingiusti schizzi di fango. Non è da tutti. In questa vicenda si è mostrato per ciò che è davvero: una persona guidata da grandi valori umani. È stato lui a tendermi la mano e a tirarmi fuori dal cono d’ombra”.
Per una donna in politica è sempre complicato farsi spazio?
“Meno di ieri, ma sì. La situazione è migliorata, grazie anche alle quote rosa che non mi piacevano, ma sono state utili. Pensi che nel ‘96 all’Ars, a ventinove anni ero l’unica donna, con ottantanove colleghi uomini. Una grande fatica”.
Il Rolex ricevuto in dono fu un regalo, non un elemento corruttivo. Era giusto riceverlo o sarebbe stato meglio rifiutarlo?
“Lì per lì non ci ho pensato davvero. Ero a casa con mia madre, che sarebbe morta poco dopo, e vivevo giorni attraversati da sentimenti contrastanti. Da una parte c’era il desiderio di starle vicino, di non perdermi nemmeno un istante con lei; dall’altra il senso di colpa per essere sempre fuori, assorbita dal lavoro a Roma. In quel turbine emotivo ho semplicemente ringraziato e messo via tutto, senza fermarmi a riflettere fino in fondo. Forse avrei dovuto essere più lucida. Oggi quel dono non lo accetterei. Ma allora ero in buona fede”.
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