Palermo, Mattarella al Foro Italico: "La mafia temeva Falcone" - Live Sicilia

Mattarella: “Falcone dimostrò che la mafia non era imbattibile”

Il Presidente della Repubblica accolto dagli applausi al Foro Italico
TRENT'ANNI DALLA STRAGE
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PALERMO – La forza dell’esempio, la capacità di fare tesoro degli insegnamenti di Giovanni Falcone. Si incentra su questi concetti il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che chiude, al Foro Italico di Palermo, la prima parte del programma di commemorazione nel trentennale della strage di Capaci.

Un lungo applauso, tra i più calorosi, accompagna le parole del “palermitano Mattarella”. Nella mente del Capo dello Stato scorrono i ricordi dei momenti successivi all’eccidio, quando “la storia della nostra Repubblica sembrò fermarsi come annientata dal dolore e dalla paura”. 

Lo Stato rispose: ‘Presente’

Ed invece “il silenzio assordante dopo l’inaudito boato” provocò un effetto “del tutto al contrario di quanto avevano immaginato gli autori del vile attentato, allo smarrimento iniziale seguì l’immediata reazione delle Istituzioni democratiche”. Lo Stato rispose “presente”: “A quella ferocia la nostra democrazia si oppose con la forza degli strumenti propri dello Stato di diritto. Altrettanto significativa fu la risposta della società civile, che non accettò di subire in silenzio quella umiliazione e incoraggiò il lavoro degli investigatori contribuendo alla stagione di rinnovamento”. 

Il movimento culturale

La mafia non aveva fatto i conti con “il movimento culturale che ha animato il Paese, trasformando questa dolorosa ricorrenza in un’occasione di continua crescita per promuovere nuove forme di cittadinanza attiva”. Tra queste forme Mattarella ricorda innanzitutto il lavoro della Fondazione Falcone che grazie al lavoro di Maria, sorella del magistrato ucciso, “si adopera affinché la memoria di Giovanni Falcone e del suo sacrificio non sollecitino soltanto un ricordo ma contribuiscano ad alimentare l’impegno per l’affermazione dello Stato di diritto anzitutto nella società civile”.  

“Colpi durissimi alla mafia”

Nel 1992 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono colpiti perché, con la loro professionalità e determinazione, avevano inferto colpi durissimi alla mafia, “con prospettive di ulteriori seguiti di grande efficacia, attraverso una rigorosa strategia investigativa capace di portarne allo scoperto l’organizzazione”. 

“La mafia li temeva per questo: perché avevano dimostrato che essa non era imbattibile e che lo Stato era in grado di sconfiggerla attraverso la forza del diritto”, dice Mattarella.

“Oggi rinnoviamo l’impegno di Falcone e Borsellino”

“Onorare oggi la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vuol dire rinnovare quell’impegno, riproponendone il coraggio e la determinazione. L’impegno contro la criminalità non consente pause né distrazioni”. Giovanni Falcone diceva che “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”.

Falcone agiva “non in spregio del pericolo o alla ricerca di forme ostentate di eroismo bensì nella consapevolezza che l’unico percorso possibile fosse quello che offre il tenace perseguimento della legalità, attraverso cui si realizza il riscatto morale della società civile”. Ed ecco il suo più grande esempio: Falcone “coltivava il coraggio contro la viltà, frutto della paura e della fragilità di fronte all’arroganza della mafia. Falcone non si abbandonò mai alla rassegnazione o all’indifferenza ma si fece guidare senza timore dalla ‘visione’ che la sua Sicilia e l’intero nostro Paese si sarebbero liberati dalla proterva presenza della criminalità mafiosa. 

“Uomo con forte senso delle istituzioni”

Questa “visione” gli conferiva la determinazione per perseguire con decisione le forme subdole e spietate attraverso le quali si manifesta l’illegalità mafiosa. “Falcone era un grande magistrato e un uomo con forte senso delle istituzioni. Non ebbe mai la tentazione di distinguere le due identità perché aveva ben chiaro che la funzione del magistrato rappresenta una delle maggiori espressioni della nostra democrazia e, in qualunque ruolo, ha sempre inteso contribuire, con competenza e serietà, all’affermazione dello Stato di diritto”. 

“Istituzioni devono agire in tempo”

“È compito delle istituzioni – di tutte le istituzioni – prevedere e agire per tempo – conclude Mattarella – senza dover attendere il verificarsi di eventi drammatici per essere costretti a intervenire”. Nel discorso c’è un riferimento chiaro alla guerra russo-ucraina che si combatte nel cuore dell’Europa: “Stiamo affrontando una stagione difficile, dolorosa, segnata prima dalla pandemia e poi dalla guerra nel cuore dell’Europa, che sta riproponendo quegli stessi orrori di cui l’Italia conserva ancora il ricordo e che mai avremmo immaginato che si ripresentassero nel nostro Continente”.

“In gioco valori fondamentali”

Ancora una volta sono in gioco valori fondanti della nostra convivenza: “La violenza della prevaricazione pretende, nella nostra Europa, di sostituirsi alla forza del diritto. Con tragiche sofferenze per le popolazioni coinvolte e per quelle che, da remoto, patiranno le conseguenze del conflitto. Con grave pregiudizio per il sistema delle relazioni internazionali e per le prospettive di sviluppo delle condizioni dell’umanità. Il ripristino degli ordinamenti internazionali, anche in questo caso, è fare giustizia. Porre cioè la vita e la dignità delle persone al centro dell’azione della comunità internazionale. Raccogliere il testimone della “visione” di Falcone significa affrontare con la stessa lucidità le prove dell’oggi, perché a prevalere sia – ovunque, in ogni dimensione – la causa della giustizia; al servizio della libertà e della democrazia”


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    Allora, invece, appresa la notizia, “Il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, prende la parola per ricordare le vittime della strage di Capaci e decide d’infilare nel suo discorso quella domanda: è solo mafia quella? Trent’anni dopo una risposta ancora non c’è”. Tuttavia, come per incanto, a Oscar Luigi Scalfaro gli si schiusero le porte del Quirinale. Mentre, da sempre, “Il Sistema che lasciò solo Falcone lo celebra”.
    Della serie, insomma, una coltellata all’amico non si nega mai. E di amici con il coltello tra i denti, Giovanni Falcone ne aveva tanti. Prima e, a maggior ragione, dopo che era stato chiamato a Roma da Claudio Martelli, all’altissimo incarico. Ad aprire ufficialmente la serie dell’indice accusatore puntato contro, riscuotendo non pochi applausi in quel movimento di Ingroia puntigliosamente messo su per meglio raggiungere l’obiettivo, è stato l’allora e sempre sindaco di Palermo Leoluca Orlando Cascio. La cui capacità di amministratore tutto il mondo ci invidia. Ma si sa che nello Stivale, e in modo particolare in Sicilia, la regola d’oro di certi regolamenti di conti è: prima ti ammazzo e poi ti innalzo alla gloria degli uomini. Caduca com’è, del resto, a che ti servirà?

    Soltanto se le forze dell’ordine lavorano seriamente si puo’ sconfiggere a mafia. La lotta deve essere a 360 gradi dal posteggiatore abusivo a qualsiasi cosa fuori dalla legge.

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