Un palazzo di locuste e tromboni | Giovanni e Paolo meritavano di più

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Era il presidio della speranza dei siciliani. Oggi, il Palazzo di Giustizia di Palermo, travolto dagli scandali, impastoiato in un processo ai fantasmi, appare metaforicamente come un brulicare di locuste e tromboni. Con buona pace degli eroi.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino meritavano di più. Senza che alcuno si offenda – ma qualcuno almeno rifletta – questo è il grido di dolore di chi guarda oggi al Palazzo di Giustizia di Palermo, travolto da scandali e inchieste, impastoiato tra le ganasce di processi ai fantasmi. E nessuno, davvero, si adombri. Non i giudici che lavorano con onestà e senso della rinuncia. Non gli avvocati bravi e sensibili ai diritti, sì, ci sono anche loro. Nessuno si offenda, perché il grido non si leva proprio contro nessuno, ma riguarda tutti. Non c’è neanche rabbia, soltanto dispiacere, nel descrivere l’oggettiva decadenza di un simbolo, a prescindere da eventuali responsabilità soggettive. Qui si parla della giustizia e della sua effigie sbrecciata. Qui si racconta di un monumento ingrigito, nonostante l’avvento di un procuratore che fa bene il suo mestiere.

Negli anni del sangue e del ferro di Palermo, quel palazzo, che aveva in certe sue stanze sputacchiato via come corpi estranei Falcone e Borsellino, ospitò la fiducia nata dal martirio, dopo stagioni di maldicenze e veleni. Allora, rappresentava lo specchio, probabilmente eccessivo, dei sogni di cambiamento. Adesso non è più così.

Ascoltando le voci che chiosano le cronache, leggendo i commenti agli articoli che descrivono la famosa inchiesta sui famosi beni confiscati, ma spingendosi pure oltre, il dato doloroso appare lampante: l’ex presidio di speranze si è ridotto – in chiave suggestiva e metaforica – a un brulicare di locuste e tromboni.

C’è dunque al proscenio la madre di tutte le inchieste, l’indagine sui beni tolti ai mafiosi. Non c’è, al momento, un colpevole, in omaggio al necessario garantismo che spesso imbarazza proprio qualche toga. Anzi, l’auspicio è che protagonisti della storia dimostrino la propria illibatezza, per la loro serenità personale e perché sarebbe clamoroso scoprire il marcio di sacrestie spudoratamente milionarie nella cattedrale della legge. Intanto, il riflesso della giustizia – sullo sfondo di una vicenda ancora da valutare, con le regole dei codice – è ormai stato sporcato dalla suggestione mediatico-giudiziaria di uno svolazzare di locuste intorno ai soldi, nei luoghi che, nelle mente di tutti noi, appartennero alla probità di Falcone e Borsellino.

I dubbi, in attesa di sviluppi, chiamano in causa soprattutto l’etica. Si poteva agire con più trasparenza? Si doveva evitare qualunque problema con maggiore accortezza? Sarebbe stato necessario non dare adito al sospetto che è sempre l’anticamera della devastazione? Sarebbe risultato opportuno un sistema di regole impermeabile? Domande a cui ognuno può dare le risposte che crede. Il danno, comunque, c’è.

Ma non vale solo la metafora delle locuste sul palcoscenico, pure i tromboni non mancano, in retrovia, su e giù, tra i corridoi e le aule in cui “la legge è uguale per tutti”. Ha scritto Massimo Bordin sul ‘Foglio’: “Qualcosa non va. All’aula bunker dell’Ucciardone è ripreso il processo sulla trattativa stato-mafia. Siamo al terzo anno di dibattimento, tralasciando i tempi non brevi della indagine istruttoria. Il cerchio dovrebbe stringersi, le carte dell’accusa dovrebbero cominciare a schierarsi sul tavolo ormai scoperte. Invece no. La ripresa dopo la pausa estiva appare in tono decisamente minore. Pochissimi giornalisti presenti. Fra i banchi della procura assente ‘il pm più temuto dalla mafia’ come è descritto nella copertina del suo ultimo libro. Senza il dottore Di Matteo, è il procuratore aggiunto Teresi, del resto più alto in grado, a guidare l’accusa. Gli imputati a piede libero sono tutti assenti. Qualcosa non va”.

Non va, scrive Bordin. Cioè, sta andando secondo le previsioni. Siamo alla progressiva dissolvenza di un processo che era stato spacciato come la soluzione dei misteri e che, invece, agonizza con la sua danza degli invisibili. Un altro colpo alla credibilità, sebbene più sfumato, dietro le quinte. Eppure, squilla ancora la voce dei tromboni che solfeggiano magnificenze sul ‘dibattimento dei dibattimenti’. La domanda successiva è naturale: per impiantare un così poderoso apparato su cui più di un giurista di vaglia – si rilegga il saggio del professor Fiandaca – ha posto fondati rilievi, quante risorse sono state negate a ricerche con maggiori probabilità di approdo?

Scandali da approfondire che affievoliscono la speranza; percorsi giudiziari ricoperti di polvere; locuste o tromboni nell’opacità di un’antimafia che sta superando ogni sua metafora. Talmente angosciante è il senso di tragedia che perfino Saro Crocetta retrocede in secondo piano, alla commedia dell’arte della sua infausta antimafietta. Un figurante di retoriche impalpabili è al cospetto Saro; uno che strappa un sorriso e un soldino. La sua impostura antimafiosissima riversata in politica è quasi un diversivo, con l’applauso del pubblico registrato in sala. Le vere sconfitte alla fede di tutti sono altrove. Bruciano nel cuore di ciò che è più sacro.

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