Io le ho viste le ombre che vivono in una grotta sotto villa Trabia. Non somigliano a fantasmi, esistono davvero. Sono Cristina, Luciano e Charlie: una ragazza, un ragazzo, un cucciolo di cane dagli occhi grandi.
Li ho visti martedì, ieri sera. La loro storia – senza sapere chi fossero – era stata raccontata e aveva fatto il giro del web: ci sono persone che dormono in via Piersanti Mattarella, nel sottopasso, dalle parti della villa. Poi, più nulla, la fiammella dell’attenzione su facebook è breve, sui social non ci sono corpi tridimensionali che si possono abbracciare, accudire e salvare. Molti si erano pure legittimamente indignati, ma l’indignazione, presidio dell’immobilità corrucciata, è il sentimento che non serve, come la strumentalizzazione. Qui c’è da sbracciarsi, da sudare, da amare, da riparare. Qui c’è da proteggere, da non sconvolgere, da non distruggere, per agire con delicatezza, perché nessun peccato di indifferenza o di arroganza sarà più perdonato. E c’è da rifare Palermo. Tutti insieme.
Una sera di martedì, accanto ai campetti del ‘Gonzaga’. Voci di giocatori di pallone, riflettori che fendono il cielo tenebroso. Un lampeggiare di fari. Sono gli ‘Angeli della notte’, le anime generose che, con altri, vanno di ronda per generare un po’ di sollievo tra i disperati.
Dopo che si era narrato della famiglia della grotta, sulla pagina dell’associazione era apparso un post significativo: “La nostra Cristina con il marito per esempio che per non farsi attaccare dai topi gli lascia sempre un pezzo di pane…”. Pane ai roditori per liberare gli ostaggi. E avevamo sperato, nonostante le conferme ufficiali, che fosse tutto un abbaglio, un miraggio, una fata morgana della desolazione.
Invece eccola Cristina, cauta e timorosa, che si sporge appena dalla fenditura della roccia. Chiacchiera un po’ con Patrizia – una delle fondatrici e con lei c’è un’altra figura della prima ora – e con altri volontari che sistemano i sacchetti con la spesa. “Avete bisogno di coperte?”, “No”. “Avete bisogno di altro?”, “Grazie no”. Ed è tutto, ancora, un chiacchiericcio surreale, affettuoso estraniante, goccia su goccia di umanità, come se questa strada battuta dal vento di marzo fosse un salottino agghindato nella prossimità della Pasqua, con il caffè, col bricco del latte, con la zuccheriera, non la solitudine della notte di Palermo.
Dietro Cristina, fa capolino Luciano, con in braccio Charlie dal pelo nero e gli occhi da bambino. “Era abbandonato, l’abbiamo accolto”, loro che non hanno niente e nessuno. Charlie lecca le mani dei presenti, scodinzola si lascia coccolare. Si trova bene con i suoi affettuosi genitori umani, non li cambierebbe mai. E chissà chi sono Cristina e Luciano, che storie hanno, se hanno incrociato – come può succedere – dei passi falsi, se sono due semplici viandanti deragliati, presi nell’ingranaggio che stritola chi non regge il ritmo.
Rintoccano le ventitré. Cristina, Luciano e Charlie tornano nella loro cameretta ammobiliata di sassi e silenzio. Se qualcuno mai li aiuterà, non dovranno essere separati, perché non saprebbero stare l’uno senza l’altro. Dovranno ricevere ascolto, non intimazioni. Dovranno conoscere un ricovero caldo, non le strade. Le ventitré e cinque. Gli ‘angeli’ ripartono. La città delle bocche da sfamare è immensa, laggiù, mentre il tempo scarseggia. Buona notte, ragazzi, dormite bene, se potete. Buona notte, Palermo. Continua a dormire, tu che puoi.

