"Una donna che aiuta un'altra donna |Partecipo ogni giorno a un miracolo" - Live Sicilia

“Una donna che aiuta un’altra donna |Partecipo ogni giorno a un miracolo”

A tu per tu con Sebastiana Ferraro, coordinatrice Ostetrica Garibaldi Nesima Catania.

Il lavoro di ostetrica
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CATANIA – È un viaggio emozionale. Che supera la superficie della pelle e percuote i tessuti. I tessuti di donna. Non è un’intervista come le altre. Perché Sebastiana Ferraro, coordinatrice Ostetrica del Garibaldi-Nesima, parla della sua professione (anche se non ama questo termine) come di un privilegio. Il privilegio di accompagnare “le donne in un percorso unico, quello della nascita”. Ostetriche significa ogni giorno “partecipare a un miracolo”. Mi ha raggiunto in redazione dopo una giornata in ospedale, ma quando le chiedo del suo lavoro trova nuove energie. È un dialogo da donna a donna. A cuore aperto.

Quale è la bellezza del suo lavoro? 

Io dico sempre alle mie colleghe che professione significa professare qualcosa. Io professo  un credo. E quando tu fai una scelta di professione e nel caso specifico io scelgo di essere un’ostetrica dovrei conoscere il senso di questa scelta. In inglese ostetrica è tradotto in midwife, che significa con la donna. Questo dovrebbe essere lo scopo della nostra professione, stare con le donne. Del resto il percorso della nascita e della gravidanza è sempre stato un percorso tra donne. Una donna che aiuta un’altra donna, in passato era una donna che aveva avuto l’esperienza della gravidanza, del travaglio e del parto e che aiutava l’altra donna. Questo poi ha portato la comunità femminile a stare accanto alle donne. E da lì è poi nato tutto il processo di professionalizzazione e di crescita. Però credo che ognuno di noi dovrebbe riflettere veramente. Quando scelgo di fare l’ostetrica, non scelgo di fare una professione qualunque, ma una professione che sta accanto alle donne. Per accompagnarle in un percorso unico. Perché io credo che dalla nascita dipende tutto.

Ogni incontro con una donna cosa le lascia?

Ti lascia una storia. Dietro ogni donna c’è sempre una storia. Sia storie belle che storie meno belle. Perché non è detto che tutte le nascite siano degli eventi felici. Perché dietro ogni nascita ci può essere anche un dolore, come una storia finita, una violenza, una gravidanza non desiderata. Però c’è anche di molto di bello. E poi ogni donna ti lascia sempre una forza unica. Perché il mio lavoro, lo dico sempre, è un grande privilegio: perché partecipo ogni giorno a un miracolo.

Siete testimoni di un miracolo.

Questo bambino che nasce, dal momento in cui passa attraverso le mie mani diventa un entità autonoma. Diventa una persona. Piange, respira, ha una sua vita autonoma. Io partecipo tutte le volte al miracolo della vita.

Purtroppo in redazione, arrivano molte segnalazioni di donne che nelle varie fasi della gravidanza non hanno trovato un’assistenza medica adeguata. 

Io penso che la nascita non può rispettare i ritmi ospedalieri. Con questo non voglio dire che la nascita debba avvenire fuori le mura dell’ospedale e quindi faccio il riferimento al parto a domicilio. Io non penso che il parto a domicilio sia la risposta alla cosiddetta umanizzazione, un termine che non mi piace perché umanizzare significa rendere umano qualcosa che non è umano e la nascita appartiene all’uomo. Io penso che la nascita deve essere all’interno di un luogo sicuro perché da un momento all’altro posso avere qualsiasi tipo di problema però dovrebbe essere in un luogo dedicato, che non ha i ritmi serrati dell’ospedale. La nascita non ha dei tempi, non ha una procedura e non ha un protocollo. Ogni travaglio ha una sua storia.

Vuole fare un appello alle istituzioni?

Anche. Ma io penso che dovremmo ripartire dalla nascita. Investire sulla nascita secondo me significa investire sul futuro. Perché io creo la società. Ma è una cosa che dipende molto anche dai professionisti.

Cioè?

Io credo che dobbiamo essere molto severi con noi stessi, perché io credo che ognuno di noi in questa terra dovrebbe fare semplicemente il proprio dovere. E’ vero siamo stanchi, abbiamo turni massacranti, ma ci sono anche momenti in cui c’è tranquillità. Ma in quei momenti io però non sto accanto a quella donna. È vero che da un lato devono intervenire le Istituzioni e la politica, però dall’altro lato credo che anche noi professionisti dovremmo riflettere. E ci vuole anche un recupero da parte delle donne.

Ci spiega meglio.

Oggi in qualche modo la donna ha perso il senso della maternità. Una cosa che dico ad alcune mamme che vengono al pronto soccorso e mi chiedono “mi dici come sta il mio bambino?”, e io gli dico “ma non devo essere io”. Anche io mamma dovrei recuperare una certa sensibilità perché il bambino dà tanti segnali di benessere. Oggi le donne sono disabituate ad avere la padronanza del proprio corpo e a recuperare quei segnali. Ma deve essere un percorso sinergico: donne insieme alle ostetriche.

Qualcuno dice che oggi, forse riferendosi alle condizioni difficili socio-economiche, scegliere di avere un figlio è quasi un atto di coraggio.

Forse è vero. Ma io penso che più che una scelta di coraggio è una scelta d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 


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