Vincenzo Spampinato: Catania in bianco e nero, i Beans e Gianni Bella

Spampinato: Catania in bianco e nero, i Beans e Gianni Bella

VIDEO. Vincenzo Spampinato, talentuoso e istrionico in una intervista che rivela l'uomo e l'artista. (Foto Carmelo Gangemi)
LA DOMENICA DI LIVESICILIA
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CATANIA. Sei nato a Catania nel ‘53. Com’era la città in quegli anni?

Com’era la città negli anni ‘50? Ero così piccolo che non me la ricordo, ovviamente, ma crescendo, piano piano, mi sono trovato in una città bella, in bianco e nero, con quel barocco giusto e poetico. 
Man mano poi, ovviamente, sul basolato di lava non c’erano più poche macchine, ma tantissime macchine.
Noi si cresceva nel quartiere, il Borgo, un quartiere tranquillo, popolare, giocando dei giochi molto antichi, con i sassi, con i legni, facendo il bagno nella fontana, rincorrendoci. 
Erano questi i nostri giochi, era questo il mio mondo. 

  • Sei nato cantautore o lo sei diventato negli anni?

Io sono nato secondo me con la musica e poi, senza nessuna prosopopea, per la musica.
Lo so che può sembrare scontato, retorico, ma mi calmavo solamente quando sentivo la musica, mi diceva mia mamma, per cui evidentemente quest’arte entrava dentro di me piano piano e non mi mollava. 
Ecco, questo, sicuramente.

  • Nel ‘69 incidi con i Rovers l’album “Sono le otto/Nei tuoi sogni”. Che ricordo hai di quell’esperienza?

La prima volta che sono entrato in sala di registrazione con i Rovers, questa questa sala, con tutti questi le,  lucine, sembrava veramente la sala da dove partono le astronavi,i razzi, e sembrava una base americana, come andare sulla luna. Ricordo questa grande emozione, questa grande paura, anche di cimentarmi in delle cose che poi sarebbero rimaste. 
Però bella, una bella avventura. 
Credo che quella sia stata proprio una cosa che mi ha formato, forgiato, assolutamente.

  • Nel ‘70 partecipate sempre con i Rovers al Festival d’avanguardia Palermo Pop, organizzato da Joe Napoli, dove suonano anche Aretha Franklin, Brian Auger e Arthur Brown. Com’è stato confrontarsi con artisti di questo calibro?

Quando abbiamo fatto Palermo Pop ‘70, ti devo dire con molto orgoglio, che era l’unica Woodstockstock europea, per cui noi siciliani, che l’avevamo in casa, siamo partiti da Catania con una macchina scalcinata, siamo arrivati allo stadio della Favorita, e ci siamo visti questo po’ po’ di artisti: Aretha Franklin, Brian Auger…
Era veramente il gotha della musica mondiale! Quindi è stata un’esperienza bella, irripetibile. 
E poi è stata anche unica…Beh, ti devo dire che, senza nessuna presunzione, ci sentivamo gasatissimi, come direbbero oggi i ragazzi, carichi ci sentivamo. Ci sentivamo, ci sentivamo anche importanti, pensa un po’…

  • Nel ‘76 firmi, a soli 23 anni, il tuo primo contratto discografico da solista con la CGD (Messaggierie Musicali). Cos’hai provato in quel momento?

Nel ‘76 i Beans, nella figura, nella persona affettuosa, di Tony Ranno, mi fecero conoscere Gianni Bella, grande artista nostro, e Gianni mi portò in CGD: il mio primo contratto. Veramente lì non si scherzava più, lì si cominciavano a fare i dischi, quelli rotondi col buco in mezzo. Bellissimo, bellissimo, un’esperienza fantastica. Tanti musicisti, mi ricordo la mia prima orchestra. C’erano 32/40 elementi e molti venivano dalla scala. Un’esperienza incredibile sentire suonare questi professori che di solito suonavano la musica classica, sinfonica, ed invece in quella fattispecie suonavano la musica pop, la mia musica.
Quindi bello, una grande esperienza.
Sarò per sempre grato a Gianni Bella ed ai Beans.
 

  • Anni fa hai dedicato una canzone molto toccante a Pippo Pernacchia, storico personaggio catanese. Senti anche tu la mancanza in città di personaggi come lui oggi?

Quando c’era questa città che io definivo in bianco e nero, c’erano questi personaggi, semplici. Pippo era un bonaccione, Pippo Pernacchio. Si guadagnava da vivere, si diceva, si raccontava, facendo appunto pernacchie, ed era molto, molto, sui generis. 
Un semplice ma dal cuore d’oro e dalla grande sensibilità ed intelligenza.
L’averlo conosciuto per me è stato un grande privilegio. 
E poi, quando il cielo lo ha chiamato, quando l’ho saputo, ero in via Etnea e salendo verso casa già nasceva la canzone, perché non sapevo come esternare la mia tristezza per questa grossa dipartita.

  • Secondo Platone “La musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo”. Quanto è stata importante la musica per la tua anima?

Per me Tolstoj è quello che ha centrato più di tutti la questione. Lui definiva la musica la più sensuale delle arti, e quando una cosa ti acchiappa i sensi, te li rapisce, quando ti prende le emozioni, quando ti commuove, quando ti diverte, quando ti fa ballare, quando ti fa piangere, quando ti fa ridere, beh  quello è il cerchio assoluto, la figura perfetta della tua anima. 
Quindi viva la musica, per sempre!


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