Il giovane ambulante marocchino, Noureddine Adnane, morto oggi dopo 8 giorni di agonia, secondo di otto figli, a 27 anni con il suo carretto pieno di cappellini, giocattoli, torce, accendini, gingilli vari, col suo lavoro faceva vivere la moglie e la figlia di due anni rimaste in Marocco, nel villaggio non lontano da Casablanca, ma anche i fratelli minori. La sua morte è il sogno spezzato di un’intera famiglia che sperava un giorno di trasferirsi in Italia e fare una vita meno povera. E’ tutto finito ora per il tragico gesto di protesta di un lavoratore.
Si è cosparso di benzina, il marocchino, e si è dato fuoco. Era arrivato circa 10 anni fa Noureddine da clandestino. Poi col tempo tutti i passaggi per regolarizzarsi, permesso di soggiorno e licenza da ambulante. E sono inimmaginabili gli sforzi che un giovane extracomunitario deve affrontare per ottenere quei ”pezzi di carta” che lo rendono un uomo libero, non ricattabile: dalle spese alla burocrazia. Così andava avanti per realizzare il suo progetto: lavorando dall’alba alla notte spingendo il suo carretto, dando valore anche a quelli che i palermitani considerano ormai degli spiccioli: 10, 20, 50 centesimi. Questi erano i suoi guadagni per ogni oggetto che vendeva e ogni monetina serviva a rendere sempre più reale il suo sogno.
A Palermo dopo la tragedia le istituzioni, i sindacati, gli stessi vigili urbani, si chiedono quale rabbia impotente abbia potuto provare il giovane marocchino per dare fuoco a quel miraggio di ”vita normale”.
(Fonte Ansa)

