Sant'Agata, intervista a Vincenzo Spampinato: "Quel legame"

Catania, Vincenzo Spampinato, la festa: “Siamo connessi a Sant’Agata”

VINCENZO SPAMPINATO AGATA
Parla il poeta della musica e racconta il suo legame con il rito

CATANIA – Era il 2021 e la canzone Frivaru senza tia di Vincenzo Spampinato aveva dato voce a un silenzio frastornante. Erano i giorni della pandemia, dei protocolli sanitari e delle tante limitazioni imposte da un virus difficile da domare. Per riuscirci, fu necessario mettere tra parentesi anche la macchina di una delle feste religiose più partecipate al mondo e cifra dell’identità non soltanto catanese. Una scelta niente affatto indolore. Febbraio senza di te. Ovvero, un febbraio senza Agata. Ormai è acqua passata.

Maestro Spampinato, allora ci consegnò un testo amaro e una melodia struggente, quale angoscia voleva esorcizzare?
“Era un momento molto strano, di estreme difficoltà, segnato da tanta solitudine. Un frangente storico privo di quello spirito di condivisione che è nel bagaglio dei catanesi. E non è retorica, mi creda”.

Le credo, assolutamente.
“Ho abitato per quasi dieci anni a Milano e ogni anno, ai primi di febbraio, prenotavo l’aereo, scendevo, vedevo la Festa e risalivo. Mi sentivo chiamato, un po’ come quando c’è l’appello a scuola. E dovevo rispondere necessariamente presente. Era così per me e lo era per tanti altri catanesi. Per questo la pandemia ha rappresentato una grandissima sofferenza. La canzone nasce da lì, scritta in maniera semplice”.

Maestro, ritiene che quel testo sia servito ad alleviare le angosce di una comunità?
“In tantissimi mi ha scritto con le lacrime agli occhi, dicendomi che ero stato in grado di interpretare un sentimento comune, un vuoto assoluto. Ma io non avevo fatto altro che far cantare la mia alma catanese, di lasciare andare un sentimento. I catanesi lo hanno inteso perfettamente. Tutto questo mi ha fatto sentire meno solo”.

Siamo nel bel mezzo della Festa e la gente sta partecipando in massa. Non vuole essere una provocazione: secondo lei la gente è più attratta dalla Festa o da sant’Agata?
“Non la ritengo affatto una provocazione, perché dobbiamo fare i conti con entrambi gli aspetti della faccenda. E dobbiamo conviverci senza preoccupazioni. Lo fanno la Chiesa e la comunità cristiana; lo fa la parte diciamo ‘più di costume’ della città. Un evento che richiama la parte laica, la parte popolare e la parte santa della nostra comunità”.

Come si fa a mettere a unire aspetti tanto diversi?
“Vede, quando passa Agata avviene qualcosa di unico: è come se si amplificassero i pensieri di tutti in una medesima connessione a lei. In quel momento, ci si rivolge ad Agata con il cuore aperto e a lei si domanda senza filtri. Questa è la spiritualità della Festa. Spiritualità che sta accanto a tutti gli altri aspetti gioiosi e accattivanti della Festa stessa. Ogni spettacolo ha le sue coreografie. E anche la Festa di Sant’Agata ha le sue. Si tratta di coreografie tipicamente nostre”.

Cosa c’è di “nostro”?
“Ho sempre accettato per nascita, per fede, per amore tutto quello che questa Città ha nel suo bagaglio. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere tra noi una figura veramente forte, una persona che ha detto no al potere. Anzi, una donna. Agata ha detto no a quel potere che voleva piegarla. In fondo, anche il catanese è fatto così: è di coccio. Se dice no è no; se dice sì è sì”.

E lei, maestro?
“Da bambino, erano i miei genitori ad accompagnarmi alla Festa. Ricordo che mi sentivo un gigante quando mio padre mi metteva sulle spalle, tanto gigante da poter vedere la Santuzza. Questo è l’essere catanese: accettare tutto della Festa, sia i pregi sia i difetti, ma in primis la santità”.

Ci sarà ancora spazio per un’altra canzone dedicata a sant’Agata o alla sua identità catanese?
“Guardi, in tutti i miei spettacoli porto la Sicilia. È vero: i siciliani, da sempre, hanno avuto il vizio del campanilismo, della frammentazione. Ma ritengo che sia la Sicilia a unirci tutti. Pensi che quando sono all’estero dico di essere siciliano, non altro: mi sento davvero parte integrante di un’Isola. E so che quando sono a Palermo, Modica o Messina… beh, io sono a casa. Mi rendo conto che possa sembrare un pensiero facilone, ma non è così.”

E cosa vuol dire essere siciliano?
“A conclusione dei miei spettacoli all’estero, in tanti vengono da me per un saluto o una foto. E tutti mi chiedono di salutare loro la Sicilia tutta, non una singola città. Questo è il punto. La Sicilia si manifesta ogni volta che si accenna alla sua lingua, alla sua cadenza. Poco importa se è il dialetto di Ragusa o di Agrigento. La Sicilia è una sola. E per me è un motivo di grande consolazione”.

Chi non è siciliano è in grado di comprenderlo?
“Come detto prima, ho vissuto molto tempo a Milano e ho sentito cose bruttissime su di noi. Ci chiamavano terroni; ci dicevano che eravamo sporchi e ignoranti. Per questo mi sono impegnato in tutti i modi nel far capire loro chi siamo realmente. Ho cercato di far arrivare la nostra bellezza, quella stessa bellezza che abbiamo regalato costantemente al mondo. E quando qualcuno di loro veniva qui in Sicilia, io andavo quasi per vendetta a prenderlo in aeroporto e dirgli una frase ben precisa”.

Quale?
“Benvenuto nella terra degli dei”.

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