PALERMO – Un “piano di morte”, un “agguato” messo in atto in “maniera fredda”. Sono le parole che il giudice per le indagini preliminari utilizza nel provvedimento di convalida dell’arresto di Giuseppe Cangemi, assassino del cognato Stefano Gaglio.
L’agguato davanti alla farmacia
Il delitto viene ricostruito passo dopo passo. Poco dopo le 9 del 15 settembre scorso Cangemi viene ripreso da due telecamere. Una è piazzata davanti alla farmacia in via Oberdan, dove Gaglio lavorava come magazziniere, e l’altra inquadra piazza Principe di Camporeale. Un uomo arriva a piedi. Giacca di colore beige-marrone, jeans, maglia rosso-arancio e cappellino da baseball di colore blu chiaro. Ha parcheggiato lo scooter poco lontano.
In scooter arriva anche Gaglio. Fa in tempo a metterlo sul cavalletto quando l’assassino si avvicina, tira fuori il revolver Colt calibro 38dalla giacca ed spara più colpi al ventre della vittima. Gaglio si accascia sul marciapiede. Inutili gli immediati soccorsi, muore poco dopo.
La telefonata e l’arresto a Carini
Dopo avere premuto il grilletto l’uomo, che sarà identificato in Cangemi, si allontana in scooter in direzione corso Camillo Finocchiaro Aprile. A questo punto squilla una, due, tre volte, il cellulare di un poliziotto con cui Cangemi ha avuto dei contatti per una precedente vicenda investigativa.
È Cangemi. Dice di aver fatto “una cavolata, una cosa grave”. Fa perdere le sue tracce per diverse ore, ma mappando il cellulare i poliziotti della squadra mobile lo rintracciano alla 16:35. Si trova alla rotatoria di Carini che conduce al centro commerciale Poseidon. Ha ancora la pistola del delitto con sé. Confessa subito le sue colpe. Come da procedura gli agenti bloccano il racconto e chiamano il suo avvocato.
Condotto alla squadra mobile, conferma di essere l’assassino ma spiega di non ricordare altri dettagli. Si spinge a dire che con il cognato che ha ammazzato poche ore prima ha “un rapporto bellissimo”. Racconta di avere trovato la pistola, che ha la matricola abrasa, tra i rifiuti e di averla conservata dentro i camion in disuso alla Rap, la società per cui lavora.
Il movente
Gli agenti, coordinati dai pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Gaetano Bosco, ascoltano i parenti. Salta fuori la storia della casa dove Cangemi abita in via Nicolo Cervello alla Kalsa. Una parte della proprietà è intestata alla moglie di Gaglio, nonché sorella della compagna dell’assassino, che vuole rinunciarvi.
Non vi abita da anni e la proprietà, facendo aumentare il reddito, le impedisce di ottenere dei sussidi. La compagna della vittima decide di donare la sua quota, su indicazione di Cangemi, a due soli nipoti. Gaglio ne parla con gli altri figli di Cangemi tenuti all’oscuro della vicenda. Scoppia una lite familiare. Cangemi rimprovera alla vittima di avere parlato troppo.
Turbe psichiche post Covid
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Cangemi, secondo il gip, “in maniera piuttosto plateale mostra un atteggiamento mentalmente confuso”. L’avvocato della difesa Salvino Pantuso deposita un certificato redatto dal Policlinico. Nel 2021 Cangemi ha manifestato turbe psichiche post Covid. Secondo il giudice, però, non basta per sostenere che sia incapace di intendere e volere anche perché si tratta di una diagnosi del 2021. L’avvocato Pantuso sostiene invece di potere dimostrare l’esistenza della patologia anche negli anni successivi. Una carta che si giocherà nell’annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.
Il quadro clinico prospettato, aggiunge il giudice, cozza con quanto è emerso dalle indagini e dalle immagini. Cangemi ha avuto una “precisa volontà omicida intervenuta ben prima della sua attuazione” e per “una banale questione di interessi”. Da qui la contestazione di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi.
Agguato “premeditato” per “futili motivi”
“La semplice visione delle delle immagini sembra mostrare un’azione posta non per un impulso emotivo incontrollabile – scrive il giudice – ma per un disegno premeditato in maniera fredda, determinata e per un lasso di tempo apprezzabile, tenendo un vero e proprio agguato e mirando peraltro a parti del corpo vitali”. Per tutto questo, Cangemi merita di stare in carcere.

