Il mercante Becchina, dalle ombre mafiose alla restituzione dei beni

Il mercante d’arte Becchina, dalle ombre mafiose alla restituzione dei beni

Becchina
Perché la Corte di Appello ha revocato la confisca
LE MOTIVAZIONI
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PALERMO – Non ci sono prove che smentiscano il racconto di Giovanni Franco Becchina. Un racconto secondo il quale, il suo patrimonio immobiliare fu acquistato con i soldi della vendita lecita di un’opera d’arte al Getty Museum di Los Angeles.

È il cuore della motivazione con cui la quinta sezione della Corte di Appello di Palermo ha restituito i beni al mercate d’arte. Per anni è stato ritenuto un trafficante internazionale reperti e uno dei finanziatori della latitanza di Matteo Messina Denaro. La confisca milionaria annullata che si basava sulla presunta sperequazione fra i redditi leciti e i soldi spesi per comprare una quarantina di immobili a Castelvetrano. Tra questi il prezioso palazzo dei principi Aragona Pignatelli Cortes, edificio simbolo del centro storico cittadino.

La difesa di Becchina

“Il patrimonio dei Becchina è frutto esclusivo di una vita di lavoro lecito”, hanno sempre sostenuto gli avvocati Francesco Bertorotta, Marco Lo Giudice e Giovanni Miceli.

Origini siciliane, Becchina si trasferì in Svizzera nei primi anni Settanta, fondando a Basilea la galleria Antike Kunst Palladion, divenuta un riferimento internazionale nel commercio di antichità classiche.

Nel corso di decenni ha trattato opere di altissimo pregio – sculture greche e romane, ceramiche attiche, bronzi, terrecotte, oreficerie – collaborando con musei e collezioni di primo piano, tra cui il Louvre, il J. Paul Getty Museum, il Metropolitan Museum of Art di New York e numerose istituzioni europee, statunitensi e asiatiche.

Il Kouros venduto al Getty di Malibù

Tra le operazioni più note, la vendita del celebre Kouros greco al Getty Museum nel 1984, per circa 10 milioni di dollari. Becchina fu coinvolto in una indagine su presunti legami con la mafia, ma la sua posizione fu archiviata negli anni Novanta dalla Procura di Marsala, allora guidata da Paolo Borsellino, e successivamente dalla Procura di Palermo.

Le ombre mafiose

Ad accendere sull’ottantasettenne Becchina i fari investigativi era stato il fatto che facesse parte del consiglio di amministrazione dell’Atlas cementi di Mazara del Vallo. Tra i proprietari c’era Rosario Cascio, prestanome di Messina Denaro, che ha già scontato una condanna definitiva per mafia.

L’interesse dei Messina Denaro risale nel tempo. Fu Francesco Messina Denaro, il padre del latitante morto di tumore, ad organizzare il furto dell’Efebo di Selinunte, nel 1962. La piccola statua greca sparì dalla scrivania del sindaco di Castelvetrano. I ladri cercarono di piazzarla in America e Svizzera. Poi chiesero, senza ottenere neppure una lira, un riscatto di 30 milioni al Comune trapanese. Infine, il 14 marzo del 1968 l’Efebo fu recuperato dalla polizia a Foligno, in Umbria.

I pentiti

Giovanni Brusca, un tempo spietato killer di San Giuseppe Jato, nel 2004 dichiarò che Matteo Messina Denaro aveva ereditato dal padre “l’amore e la passione” per l’archeologia e l’arte. Aggiunse che il latitante gli fece incontrare Becchina, riconosciuto da lui in foto, per recuperare un reperto che valeva un miliardo e mezzo di lire.

Doveva essere “merce di scambio” con lo Stato per ottenere benefici carcerari per i detenuti. Anche stavolta, nessun riscontro.

Un altro pentito di mafia, Concetto Mariano, ex vigile urbano nel libro paga del clan di Marsala, raccontò dell’incredibile progetto organizzato, e per fortuna non realizzato, da Matteo Messina Denaro per rubare il “Satiro danzante” ripescato nel mare di Mazara del Vallo.

Becchina ha sempre sostenuto di non avere avuto contatti con la mafia e con i Messina Denaro e che ogni sua operazione era trasparente e tracciabile. Come nel caso del Kouros. Nessun dubbio sull’autenticità dell’opera come hanno stabilito gli esperti.

La difesa ha acquisito documenti e testimonianze. Nel corso di importanti convegni si dava atto che “la statua fu importata negli Stati Uniti dalla Svizzera nel 1983, accompagnata da documenti
che attestavano che faceva parte della collezione del Dr. Jean Lauffenburger di Ginevra fin dagli
anni ’30”.

Lauffenburger è il collezionista di cui ha parlato Becchina e con cui spiegò di avere diviso a metà il prezzo della vendita. Ci sono due bonifici del Getty Museum: il primo di 9 miliardi e 200 milioni di lire e il seconda di miliardi e 400 milioni.

In concomitanza con la vendita Becchina acquistò gli immobili a Castelvetrano, fra cui il palazzo Pignatelli comprato all’asta per 550 milioni di lire.

Cosa scrivono i giudici

“Non v’è alcun elemento da cui inferire che il proprietario della statua non fosse il predetto Lauffenburger – scrivono i giudici – e che l’operazione non si sia sviluppata secondo le modalità narrate da Becchina. Per contro le rassegnate acquisizioni documentali confermano che il Getty Museum versò al Becchina le due rate pattuite secondo i tempi e le modalità concordate”. A Becchina vengono così restituiti gli immobili e la società “Olio Verde”.


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