PALERMO – La bocciatura delle norme sul terzo mandato arriva dopo mesi molto caldi nella maggioranza. Sullo sfondo c’è la pattuglia dei ‘franchi tiratori’, che hanno votato contro. Ma non tutte le giornate in Aula hanno lo stesso significato per il governo: quello al centro dell’ultima seduta, per esempio, non era un ddl governativo, anche se il presidente Galvagno lo aveva riportato a Sala d’Ercole.
Traspare il malessere della maggioranza, col numero degli oppositori mascherati che cresce, grazie probabilmente all’arrivo dei deputati in forza alla Dc. Tra ‘trappoloni’ e ‘pugnalate alla schiena’, ecco gli episodi più roventi degli ultimi due anni. Mentre, con l’arrivo della primavera, continuano i rapporti ‘gelidi’ nello schieramento di governo.
Il caso della legge “salva ineleggibili”
Il 31 gennaio del 2024 l’Ars boccia, con voto segreto, la riscrittura dell’articolo 1 del disegno di legge “salva ineleggibili”. Un colpo per la coalizione perché ai lavori a Sala d’Ercole partecipa il presidente Renato Schifani, protagonista anche di un vertice per serrare le fila della maggioranza.
Una legge cara a Fratelli d’Italia, per evitare la decadenza di alcuni deputati, che aveva spaccato la maggioranza, con Lega e Dc contrarie. In aula sale la tensione, prima del voto, con Nello Di Pasquale del Pd che minaccia di andare in Procura, in caso di approvazione.
Province, la batosta
Una settimana dopo, il 7 febbraio del 2024, il tentativo del governo Schifani di reintrodurre l’elezione diretta dei presidenti delle Province in Sicilia, si infrange sul voto segreto. Il disegno di legge viene bocciato all’Ars, grazie a 13 “franchi tiratori” che hanno votato contro: il voto si è chiuso con 25 favorevoli e 40 contrari.
Consorzi di bonifica, l’odissea
Una lunga odissea, una riforma attesa da decenni e bocciata, sempre col voto segreto nella calda estate del 2025. Il 3 luglio l’Ars, grazie a una decina di franchi tiratori, boccia l’articolo 3 del ddl sui consorzi di bonifica e manda gambe all’aria l’intera riforma. L’esca viene lanciata dal Movimento 5 stelle, che chiede il voto segreto. Nelle urne prende forza l’asse tra i ribelli della maggioranza, M5s e Pd.
ll governo regionale non arretra sui Consorzi di bonifica.
Il giorno dopo, Palazzo d’Orléans rassicura sindacati e associazioni del mondo agricolo: “Il provvedimento sarà ripresentato alla ripresa dei lavori, subito dopo la pausa estiva”. Scende in campo perfino il governatore Renato Schifani: “La riforma è un punto qualificante del mio programma – afferma il 23 luglio del 2025 -. È un intervento strategico, non più rinviabile, pensato per rafforzare un comparto chiave dell’agricoltura siciliana e garantire una gestione più efficiente del territorio. Non ci fermeremo”.
Si torna a parlare di consorzi di bonifica a gennaio 2026, con l’annuncio di una nuova riforma da parte dell’assessore all’Agricoltura Luca Sammartino. Il governo Schifani, nella riunione di giunta, approva il testo. Si attende l’invio all’Ars.
L’autunno caldo all’Ars
“Machiavelli professava che il fine giustifica i mezzi. Ma di fronte allo spettacolo offerto ieri dall’Assemblea regionale c’è da riflettere non solo sugli assai discutibili mezzi messi in opera, ma ancora più sul loro reale fine”. È il 10 ottobre del 2025. Le parole di Totò Cuffaro, segretario nazionale della Dc, ancora lontano dalla richiesta di arresto, scandiscono il “day after” della manovra quater a metà mattina. Un giorno nero per la maggioranza, colpita dal voto segreto, che ha fatto cadere misure care a determinati assessorati, dopo un mese di tensioni annunciate, già in Commissione. Una maggioranza in frantumi, con numerosi esponenti che abbandonano l’Aula.
Diciassette franchi tiratori, le attenzioni che si concentrano su FdI, ma i meloniani respingono la palla al mittente e gli occhi finiscono per essere puntati anche su Forza Italia. Spuntano anche intese ibride, come quella tra FdI, M5s, Mpa e Pd per i fondi da destinare all’Ipab di Paternò, la città del presidente dell’Ars Gaetano Galvagno.
La finanziaria e il messaggio di Galvagno
“C’è un clima che definisco quasi di odio. Il presidente Daidone è stato quasi violentato in commissione bilancio per la bulimia di alcuni e non è corretto. Qui c’è gente però che ha incassato e gente che è rimasta a bocca asciutta e non funziona”.
Il messaggio arriva nella notte, nel pieno della maratona per la Finanziaria. A inviarlo a tutti i capigruppo della maggioranza è il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno.
Il ddl di stabilità arriva all’Ars con 28 articoli, ma esce dalla commissione di Bilancio con 134. In aula la manovra si sgonfia, sfiorando i 60 articoli, con molte misure “per soddisfare gli appetiti famelici del centrodestra”, come sostiene il M5s.
Galvagno entra nel merito: “Mi è stato chiesto di salvare determinati articoli che sono stati messi in cassaforte e ricordo che gli unici articoli bocciati riguardano proprio due assessorati di FdI. C’è un clima che definisco quasi di odio”. A questo punto del messaggio arriva il riferimento al presidente Daidone, che “è stato quasi violentato in commissione bilancio per la bulimia di alcuni e non è corretto. Qui c’è gente però che ha incassato e gente che è rimasta a bocca asciutta e non funziona”.
E ancora: “C’è gente che si lamenta e ha mimetizzato le proprie proposte all’interno di tabelle e riserve con accordi con più interlocutori. Mi dispiace ma io difendo i colleghi parlamentari che realmente non hanno ottenuto nulla”.
Eppure, nonostante le tensioni, il governo Schifani porta a casa, per il terzo anno consecutivo, la manovra nel rispetto dei tempi previsti.
Terzo Mandato, i boati e il ‘trappolone’
Si sentono i boati dei deputati regionali, quando si va al voto e all’improvviso c’è un colpo di scena: un trappolone di alcuni esponenti della maggioranza ai colleghi accusati di essere “franchi tiratori”. Già tre volte la maggioranza era andata sotto. È l’11 febbraio del 2026. Vengono prelevati i tesserini che, automaticamente, certificano le presenze: il voto segreto diventa palese. Ben trentatré contrari, una sola favorevole, Luisa Lantieri di Forza Italia, che presiede la seduta: “Ma solo io l’ho votato verde? Solo io l’ho votato verde! C’è il numero legale”.
A quel punto Scimè spiega il meccanismo e Lantieri annuncia, mentre l’aula esplode: “È stato bocciato, l’articolo 10 è stato bocciato”. Scatta la resa dei conti nella maggioranza e l’opposizione attacca. Si tratta della misura che prevede la digitalizzazione degli archivi comunali, molti esponenti della maggioranza, rivendicano di essere stati contrari al provvedimento.
Terzo mandato, la seconda volta in 10 giorni
Dieci giorni dopo la legge torna in Aula. Il ddl viene bocciato dai franchi tiratori, con 43 voti a favore e 18 contrari, l’Assemblea approva un emendamento soppressivo del testo, una ventina, almeno, i franchi tiratori. Ma questa, però, non è un ddl sul quale la maggioranza ha messo la faccia, si tratta di una norma nazionale. La bocciatura conferma le tensioni tra i partiti dello schieramento di governo.
Gli altri nodi
Sammartino ha chiesto di rinviare in Commissione la norma sui dirigenti, già all’ordine del giorno, il timore è che si possa paralizzare la macchina amministrativa della Regione, con i concorsi in corso di espletamento. Ignazio Abbate, presidente della commissione Affari Istituzionali, annuncia che calendarizzerà subito dopo il referendum il provvedimento. La parola potrebbe ripassare all’Aula. Franchi tiratori permettendo.

