PALERMO – “Una loggia occulta”, la definiscono gli investigatori che hanno sbobinato le intercettazioni del boss Carmelo Vetro. Una “associazione iniziatica segreta” in cui mafiosi e massoni siedono allo stesso tavolo e riescono a controllare gli appalti pubblici. È sulla terza componente, quella politica, che si sta ancora indagando.
È un groviglio di interessi quello che ruota attorno alla figura di Carmelo Vetro, boss di Favara, imprenditore e, appunto, massone. Interessi che si spostano, per sua stessa ammissione, fino a Roma.
Vetro e la massoneria
Quando lo arrestarono la prima volta, nel 2012, a casa di Vetro furono trovati documenti sulla sua appartenenza alla “Gran loggia d’Italia e degli antichi liberi, accettati, muratori”. In particolare due tessere di primo e secondo grado. Sono trascorsi 14 anni dall’arresto. In mezzo ci sono anche i 9 anni che Vetro ha trascorso in carcere quando fu scoperto che aveva preso il posto del padre, morto in carcere da ergastolano, alla guida della famiglia mafiosa di Favara.
Qual è oggi il suo rapporto con la massoneria? “Non emerge quale sia attualmente la società massonica alla quale Vetro presti la propria obbedienza né tanto meno se essa sia riconosciuta oppure se si tratti di un’associazione iniziatica segreta o coperta – annotano gli investigatori in un’informativa – tuttavia è evidente il ricorso ad un sistema di influenze che consente di instaurare partnership tra imprenditori e aggiudicarsi appalti, fare raccomandazioni e chiedere favori”.
Un “sistema relazionale rispetto al quale la massoneria presumibilmente funge da rete alternativa o parallela alla struttura mafiosa classica”. E la politica? Era lo stesso Vetro a vantarsi con un imprenditore agrigentino di avere aiutato un cugino costruttore. “Gli ho fatto conoscere la politica”, diceva.
Nella sua rete ci sono altre figure molto simili alla sua. Ad esempio Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro, che ha scontato una condanna per mafia. Sembrava essere uscito dal giro degli affari ed invece eccolo di nuovo in circolazione.
Le intercettazioni del boss di Favara
Nel luglio 2024 fu l’imprenditore Giovanni Aveni a chiedere a Vetro: “Vuoi conoscere quel signore?”. “Io direi di fare che non appena domani sono là la chiamo e lei lo fa avvicinare”. Detto, fatto. I due s’incontrarono. Parlavano di “rispetto”, si annusarono e si riconobbero. Quando a Vetro servì un escavatore per rimuovere le alghe ammassate nel porticciolo di Marinella di Selinunte con i soldi stanziati dalla Regione chiamò Filardo che si fece pagare 21 mila euro. La fattura la emise un imprenditore compiacente per restare nell’ombra.
L’imperativo era non farsi notare. A luglio al 2025 Carmelo Vetro e l’amico discutevano della necessità di evitare “incontri compromettenti soprattutto con gli amici “. Nel frattempo, però, Vetro se ne andava all’assessorato alle Infrastrutture a Palermo, sostiene l’accusa, per consegnare buste piene di soldi al dirigente Giancarlo Teresi oppure sedeva al bar di Agrigento con il manager della sanità Salvatore Iacolino.
La mafia “borghese dei salotti”
“Una mafia silente, borghese che agisce nei salotti tra logge e appalti”, scrivono ancora gli investigatori. Vetro sapeva di potere contare sui “fratelli” massoni. Uno di loro, pure lui imprenditore, contattò un “fratello” palermitano per aiutare Vetro che aveva bisogno di una mano da qualcuno che si occupasse di rifiuti nella zona di Carini. Si sbagliava, colpa di un’omonimia.
Il massone palermitano è un immobiliarista e non si occupa di rifiuti: “Io ero qua con un fratello e mi diceva che forse ti conosce (diceva al telefono mentre veniva intercettato ndr) ti sei messo a fare farmaci smaltimento di rifiuti… ah sempre con l’immobiliare… io mi ricordavo bene”.
Allora si misero a cercare qualcuno di “quelli all’antica” e citavano “i Pipitone, Gallina”. Cognomi di mafia storici nella fetta di provincia che da Sa Lorenzo si sposta lungo la costa in direzione dell’aeroporto.
Il nome di Giancarlo Teresi, figlio di un mafioso di Santa Maria di Gesù ormai deceduto, faceva addirittura capolino in un rapporto del 13 luglio 1982. Un anonimo sosteneva che avesse partecipato ad omicidi di mafia. Nulla di vero.
Le intercettazioni sui lavori a Roma
Vetro e Teresi aveano raggiunto un livello tale di confidenza che nelle intercettazioni il boss raccontava i segreti di famiglia al dirigente: “Mio padre faceva questo stesso lavoro… un uomo della Democrazia Cristiana aveva gli uffici a Milano ha sempre lavorato fuori, poi è morto nel 2008 a 54 anni… quindi poi noi abbiamo iniziato a fare le gare in Sicilia qualcuna l’abbiamo vinta… e quindi abbiamo fatto noi la metropolitana a Roma l’ultimo lavoro fuori alla Sicilia è stata la metro C di Roma… lotto 35… quando mio fratello poi ha iniziato a fare smaltimento rifiuti ci siamo concentrati sui rifiuti anche perché dopo il lotto 35 abbiamo avuto un periodo di stallo senza lavori però avevamo questa degli smaltimenti”.
I lavori nella Capitale sono iniziati nel 2006, vent’anni dopo le indagini lo inquadrano bene inserito nel mondo siciliano degli appalti e in stretto contatto con Salvatore Iacolino, il manager della sanità con una parentesi da deputato europeo per Forza Italia nel 2014 e altri tentativi non andati a buon fine per sedersi al Parlamento nazionale e regionale.
Di recente niente candidature in prima persona, ma il suo impegno in politica non è venuto meno. Alle Europee del 2024 per esempio ha appoggiato l’assessore di Forza Italia, Edy Tamajo. Anche di queste e di altre campagne elettorali Iacolino e il boss Vetro avrebbero parlato nei loro incontri intercettati dalla squadra mobile e dalla Dia di Trapani, e della sezione palermitana del Servizio centrale operativo della polizia. ed è di campagne elettorali che si parla anche nel decreto di perquisizione notificato a Iacolino nei giorni scorsi.

