Galatolo: "Nel 1992 Graviano |mi disse 'Siamo coperti'"

Galatolo: “Nel 1992 Graviano |mi disse ‘Siamo coperti'”

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Il neo pentito parla al processo-quater sulla strage di via D'Amelio. E rivela: "Mio zio mi confidò che La Barbera era pagato dai Madonia".

il processo borsellino quater
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CALTANISSETTA – “Filippo Graviano mi mandò a chiamare tramite Vittorio Tutino. Lo incontrai tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del ’92, dopo la strage di Capaci. Mi disse di riferire a mio padre, Vincenzo Galatolo, che qualsiasi cosa avesse sentito dire, qualsiasi cosa avesse saputo, qualsiasi cosa fosse successa, eravamo coperti”. A riferirlo davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta è l’aspirante collaboratore di Giustizia Vito Galatolo, ex boss palermitano dell’Acquasanta, nel quarto processo per la strage di via D’Amelio in cui sono imputati per strage i boss mafiosi di Brancaccio Salvo Madonia e Vittorio Tutino, e per calunnia i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. La frase detta da Graviano a Galatolo potrebbe rappresentare un’avvisaglia della strage in cui morirono il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta.

Galatolo oggi ha affermato che l’incontro con Graviano sarebbe avvenuto dopo la strage di Capaci, mentre nel corso degli interrogatori resi davanti agli inquirenti aveva affermato che tale incontro sarebbe avvenuto nei primi mesi del ’92. Circostanza che potrebbe inquadrare sotto una luce diversa la ricostruzione secondo cui Borsellino sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto l’esistenza della presunta trattativa Stato-mafia, che avrebbe preso il via dopo la strage di Capaci. Il pm della Dda Gabriele Paci non ha contestato a Galatolo la circostanza temporale. L’ex boss ha affermato di avere incontrato Graviano in un appartamento di di via Conte Federico, dove era arrivato accompagnato da Vittorio Tutino. All’incontro sarebbero stati presenti solo lui, Graviano e Tutino. Galatolo ha aggiunto: “Con mio cugino Angelo Galatolo e altre persone gestivamo in nero un parcheggio che si trova a circa cento o duecento metri da via D’Amelio e che ci faceva guadagnare parecchi soldi. Tutino mi aveva detto di non andare più in quel parcheggio. Dopo la morte del dottor Borsellino ci incontrammo nuovamente e mi disse ‘te l’avevo detto di non andare in quel parcheggio’. Andai a trovare mio padre dopo la strage, quando era detenuto all’Asinara, e appena seppe dell’attentato si arrabbiò tantissimo perché era contrario a fare una cosa del genere”. Il pm Paci ha chiesto all’aspirante pentito se fosse a conoscenza di un intervento di persone esterne a Cosa nostra nelle stragi del ’92: “Non mi risulta. Posso però dire che, parlando con mio zio Giuseppe venni a sapere che Gaetano Scotto aveva contatti con persone dei Servizi segreti. Questi dei Servizi, secondo quanto mi fu detto da mio zio, stavano al castello Utveggio”, sul Monte Pellegrino che sovrasta il luogo della strage di via D’Amelio. Uno zio dell’ex boss Vito Galatolo, Giuseppe, avrebbe inoltre raccontato al neo collaboratore di giustizia che Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile ed ex questore di Palermo che si occupò delle indagini sulla strage di via D’Amelio, sarebbe stato sul libro paga della famiglia mafiosa dei Madonia.

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