PALERMO – “Vidi in aeroporto, a Roma, Borsellino dopo la strage di Capaci. Ci appartammo per parlare e io gli accennai alla nota del capo della polizia Parisi in cui si parlava di un rischio di attentati ai nostri danni. Lui, meravigliato, mi disse di non essere stato informato della vicenda”. Lo ha raccontato l’ex ministro della Difesa, Salvo Andò, deponendo al processo per la strage di via d’Amelio, in corso a Caltanissetta, che vede imputati i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta. Andò aveva saputo da Parisi, allora capo della polizia, di un piano di attentati che avrebbe avuto come bersagli sia lui che Borsellino. Nessuno però avrebbe avvertito il giudice. Il teste ha poi negato di avere mai avuto dai carabinieri del Ros richieste di supporto politico per contatti con esponenti di Cosa nostra. Sull’avvicendamento al Viminale tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, secondo alcune ipotesi investigative finalizzato a neutralizzare l’attività antimafia avviata da Scotti, Andò ha detto: “Scotti non mi ha mai detto nulla di ciò. Anzi quando si dimise da ministro degli Esteri non fece cenno a desideri di proseguire la sua azione, mi disse solo che, avendo la Dc posto i suoi davanti alla scelta tra la carica di parlamentare e quella di ministro, di avere optato per il Parlamento”.
“Il 19 luglio del 1992, il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai”. Lo ha detto Lucia Borsellino, figlia del magistrato assassinato dalla mafia durante la sua deposizione al processo. “Non so perché la usasse – ha aggiunto – o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro. Qualche mese dopo la strage l’ex questore Arnaldo La Barbera ci restituì la borsa di mio padre. L’agenda rossa non c’era più. Io mi lamentai della scomparsa e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo”. La figlia del giudice ha, poi, ricordato il teso scambio di battute con La Barbera, che coordinò il pool che indagò sulle stragi Falcone e Borsellino. “Quando gli manifestai il mio fastidio – ha aggiunto – mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico”. La figlia del magistrato ha raccontato di avere successivamente trovato a casa del padre un’altra agenda, di colore grigio, che consegnò all’allora pm di Caltanissetta Anna Palma. “Visto quanto accaduto nella storia di questo paese – ha detto – chiesi che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l’originale ci fosse restituito”.
“Mia madre è stata lucida fino alla fine”, ha poi affermato. Lucia Borsellino ha ricordato che l’ex capo del Ros, Antonio Subranni, dopo aver appreso delle dichiarazioni accusatorie fatte contro di lui dalla vedova Borsellino, aveva messo in dubbio le capacità mentali della donna da anni malata di leucemia. “Disse che aveva l’alzheimer – ha aggiunto – ma non era vero”. Agnese Borsellino, a distanza di 15 anni dall’assassinio del marito, raccontò ai pm di Caltanissetta che il marito le aveva confidato di rapporti tra Subranni e la mafia. “Credo – ha detto Lucia Borsellino, in qualche modo spiegando il perché della tardività delle dichiarazioni della madre – avesse paura di essere lasciata sola dalle istituzioni e che noi potessimo rimanere isolati. Ma col tempo si è sentita più libera e la sua sete di giustizia si è andata affermando sempre di più, anche perché le preoccupazioni nei nostri confronti si andavano attenuando”.
Poi ancora :”Una volta un mio ex fidanzato chiese a mio padre cosa pensasse di Bruno Contrada e lui si turbò molto. Ci fece capire che era una persona di cui non si doveva parlare”.
“Nessuno ci chiese perché attribuivamo tanta importanza all’agenda rossa. E invece credo che investigativamente fosse importante fare accertamenti”. Lo ha detto il figlio del giudice Paolo Borsellino, Manfredi, deponendo al quarto processo per la strage di via D’Amelio. Il teste ha lungamente parlato del diario da cui il padre, raccontano i familiari, soprattutto negli ultimi giorni di vita non si separava mai e che scomparve dalla borsa del giudice dopo l’eccidio. “Quando l’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa – ha aggiunto – e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili. Dopo Capaci – ancora Borsellino – mio padre aveva fretta di essere sentito dai colleghi di Caltanissetta che indagavano sull’eccidio e non si spiegava perché non lo convocassero. Tanto che in un’occasione pubblica fece un intervento con cui tentò, secondo me, di sollecitare una convocazione”. Lo ha detto Manfredi Borsellino, figlio del giudice ucciso nel 1992, deponendo, a Caltanissetta, nel processo sulla strage di via D’Amelio il 19 luglio ’92 a Palermo.

