Trincee, sporcizia e caos | Quanto sei brutta Palermo

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Un elenco di disastri, di cose che non vanno. Eppure la rassegnazione regna sovrana.

Il disastro di una città
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3 min di lettura

Alle sette della sera di un giorno qualunque, piazza XIII Vittime è una bolgia infernale di macchine. Tutti cementificati in un ingorgo di cui non si scorge l’inizio né si intravvede la fine. Ed è lì che, finalmente, si coglie il canone palermitano dell’Immobilità. Nessuno ha nemmeno la forza di suonare il clacson – le clacsonate come un’invettiva erano un vanto del ‘ciaffico’ nostrano – né di protestare, né di domandare che diavolo sia successo. Stanno in fila, le vittime di piazza XIIII Vittime col capo chino sul volante, disposte al martirio, senza un vigile urbano, senza nemmeno un tenentino dell’esercito della salvezza a recare conforto, nei paraggi. Parrebbe una forma di civiltà svedese: zitti e buoni fino all’autolesionismo. Invece no, è solo suprema, immobilissima, Immobilità.

La metafora è opportuna: così – presa nell’ingorgo delle buone intenzioni e delle pessime notizie – stretta tra la favola fuori moda di un’antica Primavera e l’inverno crudo della propria decadenza, Palermo affonda nella rassegnazione. L’elenco delle ferite, ormai, punteggia un’enciclopedia da disastro urbano.

C’è un traffico inesorabile che non si concentra più in certe zone calde, ma si estende sull’intero territorio municipale, aggravato da un piano di pedonalizzazioni a capocchia: ideologico e punitivo nei confronti degli automobilisti. E ancora le scuole non sono state riaperte, né sono stati avviati i nuovi cantieri.

C’è una rete di trasporti pubblici che cola a picco, poiché basterebbe tentare l’impresa di prendere un autobus a caso per rendersi conto dei disservizi e dei disagi; un fallimento tratteggiato dalle statistiche: “I dati forniti dal ministero delle Infrastrutture e inseriti nell’allegato al Documento di economia e finanza del Mit dell’aprile del 2016 – ha scritto il nostro Roberto Immesi – parlano chiaro: i palermitani si spostano per il 67% con l’auto, per solo il 14% con l’autobus (dati sono riferiti al 2015, quindi senza il tram, ndr), per il 18% a piedi e solo per l’1% con le due ruote”.

C’è il ‘parcheggio selvaggio’, per cui il malcapitato viaggiatore deve versare doppio gettone, per la sosta a pagamento delle zone blu, per il caffè del posteggiatore abusivo di turno che regna incontrastato ovunque, nel trionfo dell’illegalità, senza che una divisa delle tante che si notano in giro si permetta di avanzare almeno qualche educata perplessità circa il suo operato.

Ci sono quartieri soffocati nella morsa delle ruspe e di lavori interminabili; sicché parecchi residenti hanno preferito togliere il disturbo. Qualche tempo fa, il quotidiano ‘La Repubblica’ ha titolato: “Città prigioniera delle trincee, decine di case in vendita. Fuga da viale Lazio, in tanti hanno lasciato gli appartamenti”.

C’è la disperazione dei titolari di negozi ed esercizi commerciali che si sono visti, all’improvviso, ristretti in un imbuto e hanno dovuto operare una scelta drammatica: o chiudere, per mancanza improvvisa di clienti, o riaprire altrove con un aggravio di costi. Non male per un contesto in cui gli imprenditori sono già pochi e stremati.

C’è la sporcizia che punteggia il centro, le periferie e le borgate. Ci sono gli scarafaggi e i topi: i ratti ben pasciuti di Palermo.

C’è, come collante della varietà di disgrazie, un senso onnipresente di vuoto politico e amministrativo nella soluzione dei problemi concreti. E le pezze colorate appiccicate di qua e di là, con l’annuncio di roboanti quanto inutili iniziative pubbliche, aumentano semmai la confusione.

Ma soprattutto conta l’esperienza che ognuno di noi – come le vittime di piazza Tredici Vittime – compie ogni giorno, preso al laccio in un caos indescrivibile, maleodorante che trasforma i cammini di tutti nel canovaccio di un unico calvario perfettamente verificabile.

Eppure non si muove foglia, mentre trionfa il canone dell’Immobilità, come se uno stordimento o un sortilegio impedissero perfino il più soffuso dissenso al cospetto dello sfacelo. Eppure, dal bunker di Palazzo delle Aquile, gli zufoli della propaganda suonano il motivetto di una immotivatissima fiducia verso il futuro. Forse perché il presente è radioso?

E poi non mancano gli irriducibili giapponesi nella giungla, annidati tra le foglie della sfiorita Primavera, che fanno il controcanto al potere e, se solo ti permetti di avanzare una critica, cercano di dimostrarti, con stratagemmi da azzeccagarbugli, che questa è davvero la migliore delle città possibili.

Sarà… ma quanto sei brutta, Palermo.

 

 

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