Alle otto e cinquantanove arriva il furgoncino con i palloncini bianchi e rosa. Su ognuno c’è scritto “Patrizia” o “Lucia” con grafia tonda, infantile. Santa Maria delle Grazie, corso dei Mille, nel cuore profondo di Palermo. Ecco la messa per la famiglia dello Sperone sterminata sull’autostrada. Con le bimbe Lucia e Patrizia sono morti Patrizia Cirlincione, Gianluca Riolo e Francesco Laurendino. La storia è nota: una corsa da Palermo a Paola per una visita al papà detenuto. Il ritorno a mani vuote per una questione di permessi. Lo schianto. Antonella Laurendino, compagna di Francesco Cardella, padre delle bimbe, è in gravi condizioni.
Due ragazzi legano i palloncini alle grate della parrocchia. Un gruppo si scioglie e comincia a salire in cielo. Presto diventa un riflesso di puntini bianchi e rosa nell’azzurro.
C’è già parecchia gente, anche se le esequie sono previste per le undici e non per le nove e mezza, secondo l’annuncio dei giornali. Santa Maria offre un guizzo di frescura nel caldo atroce. Fuori, un nugolo di colombe attende il suo turno con pazienza dentro una cassa stretta. Si chiacchiera. Dicono che Lucia dormisse e che non si è accorta di niente. E’ spirata in ospedale. E’ la bambina bionda nella foto. Aveva otto anni. Patrizia aveva due anni. Ha chiuso i suoi occhi splendenti sul colpo. Ci sono anche gli altri, in una zona non marginale del dolore. Ma è questa morte col sorriso da bimba ad atterrire. E’ questo gelo mentre brucia già l’estate ad approfondire la ferita. C’è un messo del Comune con il gagliardetto tricolore. Le discussioni funebri e sulla dinamica dell’incidente si sperdono nella canicola. Si passa ai fatti personali, agli acciacchi che hanno la fortuna di appartenere alla vita. Una signora si lamenta di una storta alla spalla.
Alle undici si sente come un forte rumore di mare in lontananza. E’ il primo segno del corteo funebre. L’onda si avvicina. C’è la banda degli “Amici della musica” ad accompagnare la processione. Il maestro è un uomo di mezza età. I suonatori sono adolescenti. Una ragazzina con i capelli ricci percuote con dolcezza il tamburino. Il mare si avvicina alla chiesa di corso dei Mille. E’ convenuta la città dolente che sopravvive di mezzucci, di piccoli inganni, di fugaci onestà, di espedienti. E’ la città abbandonata di cui ci si ricorda solo nell’ora della bara o del carcere. E’ la Palermo che ha il coraggio della rabbia evidente. Non media. Non finge. Urla.
Ci sono gli agenti della polizia penitenziaria. C’è Francesco Cardella, il padre detenuto. I segni del colpo che ha ricevuto sono stampati sul suo volto. Porta una bara bianca praticamente da solo. La bara di Lucia è piccola. La bara di Patrizia è minuscola. Pare un giocattolo. E’ il momento più alto della tensione. L’ira giunge al culmine e non si può procedere con la celebrazione. Le lacrime sono coperte dalle grida. Non c’è mai stato un grande rapporto tra alcuni di coloro che sono qui e lo Stato con le sue leggi. Da oggi la distanza è cresciuta, lo dicono i gesti e i cenni che squarciano una messa che non è più tale.
Il prete tenta di farsi sentire. Fatica sprecata. Lo Sperone celebra il suo strazio privatamente, dentro un cerchio di rancore e di cuori spezzati. Il caldo stravolge di più. La faccia di Francesco Cardella è un impasto di abissi. Lucia e Patrizia, con i loro compagni di viaggio, non sono state uccise da un permesso negato. Ma quell’irrigidimento – preludio di un abbraccio mai avvenuto nella stanza dei colloqui – annebbia e acceca.
Il sole picchia. Santa Maria è una fornace. Il bar vicino esaurisce le bottigliette d’acqua in un’ora. I ragazzi della banda cercano refrigerio dentro una lattina di Coca. Sono ragazzi, appunto. Ridono. Programmano l’uscita del sabato. Due amoreggiano. Ci sono anche tanti bambini. Qualcuno ha un fiorellino in mano. Qualcuno corre. La morte è un sogno lontano.
Quando finisce la messa, la furia si spegne in desolazione. I palloncini vengono rapiti dal vento. Una mano pietosa libera le colombe. L’amore per Lucia e Patrizia è un volo bianco sui tetti.
