La palla carambolava alta, oltre le dita di Tarakovic, portiere mezzo bulgaro e mezzo scemo. Il portiere capisce sempre quando è superato e guarda il pallone con odio, sperando che scoppi, che una tromba d’aria lo porti via, lontano. Tarakovic emetteva grugniti intermittenti, da porco scannato. Fissava con terrore la corsa di Giovanni Terzo a un passo dalla porta vuota.
Giovanni Terzo era il figlio del fornaio del quartiere. Avrebbe dovuto appena soffiare e segnare. E la Romancina avrebbe battuto la Giuventor. Non accadeva da ventidue anni.
Nonno rimase seduto nella tribunetta in pietra con una mano sul cappello bianco e l’altra sul cuore. Sembrava un morto con gli occhi spalancati. Ripeteva flebilmente: “Il pallone, il pallone…”. Aveva il sole in faccia, nonostante il candido Panama. Poi tirò fuori un fazzoletto e cominciò ad asciugarsi il sudore sulla fronte. La palla prese a scendere. Tarakovic grugniva più forte. Sghembo il suo stopper aspettava gli eventi con le mani nei capelli e un sorriso tragico. Giovanni Terzo, fornaio e centravanti, allargò le braccia bianche come le ali di un gabbiano e si preparò all’impatto. Colpì di testa. La gente intorno al campetto trattenne il respiro. “Fuori”, sibilò il nonno, premendo il palmo della mano sul cuore. Fuori. Era l’intero campetto a mormorare, stavolta. Poi il sussurrò diventò un grido, un uragano di lattine vuote, pezzi di frutta e panini smozzicati sulla testa di Giovanni Terzo che piangeva con la faccia affondata nell’erba. Tarakovic trasformò il grugnito in un urlo. Sghembo adesso rideva, applaudiva e faceva le corna. L’arbitro fischiò la fine. “Fuori” disse il nonno con maggiore decisione. Si alzò dalla tribunetta in pietra, si pulì i pantaloni, cacciando la polvere con un gesto delicato. Mi guardò. “Andiamo a casa”. Lo presi per il braccio e cominciai a sospingerlo in mezzo alla folla. Giovanni Terzo era sempre lì con la faccia nell’erba. Anche per quell’anno non avremmo vinto.
Io sono nato qui, in questo quartiere sulla collina della città. E’ una bella collina, tutta verde, tra il cielo e le nuvole. In cima c’è il palazzo del nonno. Non sapevo ancora attraverso quali avventure la sorte gli avesse concesso una dimora perfino irridente nella sua armonia, se confrontata con le catapecchie dei miserabili, intorno. Erano stati loro, vecchi clochard, poveri immigrati e rottami della vita, a fondare la Romancina, così almeno raccontava la leggenda. Nando, il venditore abusivo di pentole, aveva incontrato Chen, del ristorante orientale. “Porca mignotta” aveva detto Nando “Semo poveri, d’accordo ma mica dovemo de perde sempre”. Chen aveva annuito soltanto, perché i cinesi stanno sempre zitti. Era nata così la Romancina, dalla fusione dei pensieri di Nando e Chen. Un innesto di sogni, delle patrie perdute di entrambi. Ma era anche la squadra dei disgraziati del mio quartiere. Ogni anno il sindaco organizzava il campionato cittadino. La Romancina, messa in campo con fruttivendoli, garzoni, camerieri, ambulanti, le suonava a tutti. E non riuscivamo mai a spuntarla con la Giuventor, la squadra dei signori che stavano oltre il fiume. Non erano solo signori. Erano pure ladri. Tarakovic, portiere fenomenale, immigrato mezzo bulgaro, apparteneva a noi. Perfidi consiglieri e un posto ben remunerato a guardia di uno stabile l’avevano convinto a tesserarsi per la Giuventor, tanta era la paura di perdere. Tarakovic li aveva ripagati con pulizie impeccabili in portineria e grandi prestazioni in porta. Eppure sarebbe stato tutto inutile senza l’errore di Giovanni Terzo. Mentre accompagnavo il nonno a casa, immaginavo che fosse ancora lì, a bagnare di lacrime il prato del nostro campetto.
Solo in un’occasione la Romancina aveva battuto gli odiati rivali. Non era più successo. Quell’unica vittoria aveva la stessa consistenza del ricordo di un amore svanito. I più anziani, dunque, dicevano che erano passati ventidue anni.
Tornammo a casa. Nonno sembrava tranquillo. Io lo conoscevo, sapevo che dietro una calcolata indifferenza poteva nascondere pene incalcolabili. “Senti” dissi “Se vuoi, vado a prenderti il gelato. Ho visto il carretto di Mario a due passi da qui. Oppure” cercavo di insistere per distoglierlo dalla disperazione “andiamo a fare quattro passi nel parco, che ne pensi?”. Mi guardò ancora: “Penso che dobbiamo riposare, tu e io. Vai in camera, ti faccio chiamare quando la cena è pronta”.
Nonno era fatto così, non dava mai sazio alle ombre che gli affollavano il cuore. Le affrontava con finta noncuranza e sperava di scacciarle, non badandoci. Aveva esibito la stessa impassibilità anche davanti al corpo di suo figlio. Mio padre era stato un marinaio. Navigava tra le onde e nel cuore delle donne. Mia madre non l’avevo conosciuta.
Mare contro terra. La fantasia del moto perenne contro l’equilibrio di una solida malinconia. Non potevano andare d’accordo. Avevo assistito all’ultima discussione, sbirciando da una porta socchiusa. “Sei un dannato randagio, un maledetto vagabondo. Se parti anche stavolta non tornerai mai più. Il ragazzo resta con me, però. E resterà per sempre. Tu sei un buono a nulla. E poi avrai le tue peripatetiche, penserai soltanto a loro…”. Mio padre era andato via, alla fine della sfuriata del nonno, senza neanche darmi un bacio. Mi aveva lasciato negli occhi il fluttuare della sua sciarpa rossa, come una bandiera al vento. Mi rimase una domanda su tutte: che diavolo erano le peripatetiche? Forse sirene d’altura, immaginavo.
Il mare aveva riportato il randagio a terra un mese dopo, con lo stomaco gonfio d’acqua e gli occhi sbarrati. Annegato in un naufragio. Lo conoscevo poco e forse non potevo dire che l’amassi. Amavo di più il nonno. Ma quando avevo, non so perché, nostalgia di mio padre, da quella collina di nuvole e cielo, immaginavo l’acqua salata e le onde.
Nonno era una quercia. Non sapevo cosa avesse fatto da giovane. Ogni volta che gli domandavo qualcosa sul suo passato si limitava a muovere la mano e a una risposta sbrigativa: “Ho fatto tante sciocchezze…”. Di mattina, scendeva a passeggiare lungo la collina. Incedeva col suo Panama candido, il vestito dello stesso colore e il bastone col pomello d’argento, salutando con lievi cenni del capo. Non scambiava parole con nessuno. Aveva lo sguardo assorto e concentrato sull’orizzonte. Quando rincasava si chiudeva nello studio da cui tornava a uscire per pranzo o per cena. Io avevo tutta l’immensità della casa a mia disposizione. Curiosavo in biblioteca, giocavo nella mia stanza, oppure col pallone di pezza vivevo sfide alla morte in uno sterminato corridoio, tra gli eroi della Romancina e la Giuventor. Immaginavo di essere il centravanti della mia squadra, di indossare la casacca color sangue e oro. E segnavo triplette, scaraventavo palloni a chili nella porta dell’attaccapanni, che faceva le veci del bestione Tarakovic. Poi correvo a festeggiare in balcone. Sognavo la folla. Il trionfo. Guardavo il cielo e non pensavo a mio padre, o al mare. La vera storia era un’altra. Non sapevo giocare a calcio. Ero un ragazzo solo, circondato da domestici e camerieri. Avevo quattordici anni.
Per nonno era diverso. Era innamorato della sua solitudine e lei lo ricambiava con fedeltà. Anche i miseri bottegai e i disgraziati del quartiere lo amavano. Non capivano perchè un signore tanto aristocratico potesse appassionarsi a uno sport che incendia le anime dei pezzenti, come il calcio. Forse lo amavano proprio per questo. Nonno era matto per la Romancina. Non perdeva una partita. Stava seduto nella tribunetta in pietra e nel momento più palpitante si portava una mano al cuore, senza cambiare posizione o intensità dello sguardo. Quando la Romancina segnava noi ci abbracciavamo, urlando. Lui si levava il cappello e cominciava ad agitarlo, mostrando una testa bianchissima come il vestito.
Nonno sapeva leccarsi le ferite. Una volta tornati a casa, si era rinchiuso nel suo studio, dietro il limite sacro che non oltrepassavo mai. Forse aveva ancora davanti agli occhi lo sciagurato colpo di testa di Giovanni Terzo. La cena era in tavola e non mi aveva fatto chiamare. Era un comportamento insolito, nonostante tutto. Decisi clamorosamente di bussare alla sua porta. Dallo studio non venne risposta. Bussai ancora, timoroso. Niente. Spinsi la maniglia ed entrai. Nonno era in poltrona, avvolto nella sua vestaglia a rombi. Aveva posato gli occhiali sul tavolino e il bastone col pomello argentato a terra. Non respirava più. Chiamai aiuto. Dietro di me si affollarono i domestici. Diego, il maggiordomo, si portò accanto alla poltrona e toccò il polso del nonno. Mi guardò. Non c’era nemmeno bisogno di dirlo. Sulla scrivania, c’erano i suoi dischi. C’era una bottiglia d’acqua mezza vuota e una penna. C’era un foglio di carta, scritto a mano. Lo presi. Era una lettera. Era indirizzata a me: “Caro G. – cominciai a leggere – ho deciso finalmente di rivelarti l’infame segreto della mia vita… “. D’istinto piegai il foglio e lo infilai in tasca.
Venne il medico legale e scrisse qualcosa sul suo taccuino. “Un colpo al cuore”, brontolò professionalmente costernato, prima di andare via. Vennero i domestici in processione per visitare il corpo. Venne il becchino e prese le misure della bara. Venne la bara, portata a braccio da quattro uomini in nero. Tutti si congedarono. Avevo quattordici anni. Che ne sarebbe stato di me? Dio del pallone e dei poveri, che ne sarebbe stato di me?
A tarda sera, rimasi solo con nonno, nonostante le affettuose proteste del maggiordomo. La bara era in mezzo a quattro candelabri d’argento. Nonno indossava il suo vestito, col Panama posato sul cuore. La faccia sembrava di cera. Pareva una cosa. Pareva che non avesse mai vissuto, ma che fosse stato sempre conservato nella perfezione della fine. Congelato per tempi migliori. Tirai il foglio fuori dalla tasca. Ripresi la lettura. “Caro G., ho deciso finalmente di rivelarti l’infame segreto della mia vita. Ci siamo conosciuti tardi: troppo giovane tu e troppo vecchio io, per camminare davvero insieme. Peccato, in altre circostanze, piuttosto che nonno e nipote, avremmo potuto essere amici. E forse sarebbe stato meglio”. Leggevo con ansia. “Non sono sempre stato un vecchio rudere, quel pappagallo imbalsamato che sei abituato a vedere. Ero un giocatore di pallone. Non fare quella faccia… Sì, ero un calciatore”. Guardai il foglio meravigliato, come se quell’ultima frase fosse stata sussurrata da un suggeritore nascosto dietro le quinte, desideroso di imbrogliare le carte. Invece era lì. Nera su bianco. Continuai . “Ero un calciatore piuttosto importante. Dopo quattro anni in serie maggiore, venni convocato in Nazionale per le Olimpiadi. I critici credevano in me. L’allenatore diceva che avrei fatto vincere la squadra. Giocavo in attacco e le prime partite diedero ragione a coloro che mi amavano. Cinque incontri, sei gol. Arrivammo in finale, contro il Brasile”. Qui la grafia del nonno diventava tremolante. Si vedeva che soffriva a ricordare. “Io stavo bene. Ci sentivamo fortissimi e fummo molto sorpresi quando loro, i dannati brasileiros, segnarono due gol, nei primi due minuti”. Stavo assistendo alla cronaca differita, narrata da uno spettatore unico, di una partita che aveva fatto parlare molto di sé. Leggevo e sudavo freddo. “Ci buttammo all’attacco come cani pazzi. Rubens Fosco, il mio compagno d’area, dimezzò lo svantaggio. Poi toccò a me. Presi il pallone a metà campo. I brasileiros erano troppo poeti, non ci marcavano a uomo. Avanzai e tirai all’incrocio. Due a due. La gente sudava e urlava”. Sudavo anch’io. E leggevo. “Mancavano due minuti alla fine. Marramaldo, la nostra ala destra, si bevve Paulao e Cabezon sulla fascia, crossò al centro. Marcos Feao, portiere da due lire e trenta centesimi, come tutti i brasileiros, uscì a vuoto. Vidi il pallone venire verso di me, incrociando il sole. Tra la mia testa e la porta non c’era nessuno. Tra la mia testa e la vittoria non c’era niente”. Un sospiro. Non era stato scritto. Ma si sentiva. “La palla carambolava alta, oltre le dita protese di Marcos Feao. Sai G., un portiere capisce sempre quando è battuto. Allora non può fare altro che guardare il pallone e grugnire di disperazione. Sperando che scoppi o che una tromba d’aria lo porti via, lontano. Il sole scese all’improvviso col pallone. Ero a un metro dalla porta. Colpii ed esultai. Non potevo sbagliare. Alzai le braccia al cielo. Purtroppo, c’era qualcosa che non andava… Me ne accorsi subito. Sullo stadio era calato un silenzio ghiacciato. Vidi la faccia di Marramaldo. “Hai tirato fuori”, ebbe appena il fiato di dire. Caddi sull’erba. I brasileiros in fondo sono cinici, nonostante le apparenze. Ne approfittarono. Batterono subito la rimessa. Mi alzai in tempo per vedere il loro terzo gol. La rete della loro vittoria. Piansi con la faccia nel prato, come non mi è capitato mai più, nemmeno davanti al corpo del tuo povero padre. Piansi, mentre i brasileiros cantavano e facevano capriole. Ho dovuto inventarmi un’altra vita e cancellare le tracce del passato, cambiando perfino nome. Questa esistenza di seconda mano mi ha dato agio e ricchezza. E non mi ha perdonato. Io non mi sono mai perdonato per quell’unico, fatale, errore”. La lettera terminava con un post scriptum. “I miei segreti li tengo custoditi nel cassetto della scrivania. Un giorno ti consegnerò questa confessione che scrivo adesso. L’errore di Giovanni Terzo, le disgrazie della Romancina, che amo perché è bella e sfortunata come fu la mia Nazionale, mi hanno distrutto. E’ un riflusso di passato che mi ha preso alla gola. Rammento ora le emozioni che ho sepolto con cura, in tutti questi anni. Basta. Domani o dopo, non so quando, leggerai. Prego il cielo che un giorno possa darmi l’illusione del riscatto. Prego per un dono che non è mai concesso agli uomini e ai calciatori. L’occasione di cancellare uno sbaglio. Vorrei solo un’altra occasione. Forse almeno tu mi perdonera….”. La “I” gli era rimasta nella penna. A quel punto, dalle profondità dei sensi di colpa si era arrampicato un dolore che attendeva da anni il momento giusto per liberarsi. Tutte le lacrime andate a male erano diventate pietre e avevano affogato l’anima del nonno. Il cuore si era solo adeguato.
Aprii il cassetto della scrivania. C’erano foto sparse. C’era nonno sorridente con la maglia della Nazionale, abbracciato ai suoi compagni. Ne presi una e la misi in tasca. Diedi un’ultima occhiata al cadavere biancovestito nella bara e uscii dallo studio. Nemmeno io ero capace di piangere.
Sono passati tanti anni dalla sera della lettera. Io sono diventato marinaio come mio padre. E ricco come mio nonno. Ho una flotta tutta mia. Navigo, dividendomi generosamente tra le onde e il cuore delle donne. Un giorno, la girandola dei miei mille viaggi mi portò nel mio vecchio quartiere, seduto sulla tribunetta in pietra, con la divisa bianca e i bottoni d’oro da capitano di lungo corso. C’era la mia Romancina, contro la Giuventor, imbattuta come ai tempi della mia giovinezza. Il mare è fatto di correnti, storie e pesci che vanno, vengono. La vita è peggio, se possibile. Non fa altro che ripetersi. Si stava ripetendo. Mancavano pochi spiccioli di minuti alla fine. Il portiere non era Tarakovic, però grugniva e sbuffava come lui. “Dio mio – sussurravo tra me e me non ascoltato – è proprio la stessa maledetta scena”. Era quasi la stessa scena. Il pallone oltre le dita del portiere, battuto, correva di filato verso il fondo del campo. Stavolta Giovanni Quarto, centravanti e fornaio come suo padre, Giovanni Terzo, era tanto, troppo lontano. Nemmeno prendendo un treno miracolosamente spuntato sul campo sarebbe mai arrivato in tempo per correggere la traiettoria e segnare il gol del trionfo.
Cosa potevo tentare io? Stropicciai la mia pipa e pregai le mie anime sante con la superstizione di un lupo di mare. L’ultima Ave Maria l’avevo biascicata senza lacrime, al funerale di mio padre. Pregai come avevo imparato dal nonno, leggendo la sua confessione: “Un’altra occasione… Ti prego, ti prego, ti prego…”.
E allora vidi. E so che fui l’unico a vedere. Si spalancò una nuvola in cielo. E c’era il nonno lassù e usciva dall’azzurro, con la maglia della Nazionale. Appariva molto meno vecchio di quando ci eravamo conosciuti. Era il giovane talento che in una finale olimpica contro i brasileiros aveva bruciato il suo destino. Aveva i capelli neri e gli occhi accesi di passione. Lo riconobbi perché in tasca portavo la foto presa dal cassetto della scrivania. Non potevo sbagliarmi. Nonno fluttuava. Atterrò sul campo, nell’area della Giuventor, all’altezza del dischetto del rigore. Colpì il pallone con la rabbia dolce del vento. La rete si gonfiò.
La gente rimase immobile per un secondo. Una ragazza cominciò a urlare. Gli altri la seguirono. L’arbitro fischiò la fine.
Fui sommerso da corpi. “Avete visto – gridavo fuori di me – è stato il nonno! E’ stato il nonno!”. Tutti si ritraevano dall’abbraccio e mi fissavano imbarazzati. Uno ebbe il coraggio di dire: “Che nonno, e nonno… E’ stato Giovanni Quarto con un magnifico tuffo a volo d’angelo”. Restai a bocca aperta. Diedi un’altra occhiata tra prato e cielo. Vidi ancora il nonno che adesso era tornato vecchio. Mandava baci e ricambiava il mio sguardo con la tenerezza soffocata di un addio. Mosse appena le labbra e mi parve di sentire la voce di un fantasma, venuto a riprendersi la vita “Un’altra occasione”. Poi cominciò a confondersi tra le nuvole. Piangeva come non era mai stato capace di fare. Piangevo anch’io.

