La mafia che verrà ai raggi X: tutti i nomi che contano

La mafia che verrà ai raggi X: tutti i nomi che contano

Le retate si susseguono. Per sopravvivere la mafia ha bisogno di trovare sempre nuovi capi

PALERMO – “Gli è stato detto tempo fa, quando è sceso il dottore di preoccuparsi della sua zona…”, diceva Giuseppe Greco, ultimo reggente del mandamento di Ciaculli. Qualcuno stava provando, nel gennaio 2020, a rivendicare maggiore potere. Quel qualcuno era Giuseppe Giuliano, soprannominato “Folonari”.

Faccenda delicata quella di Brancaccio, tanto da rendere necessario l’intervento del “dottore”. Gli investigatori non hanno dubbi: si tratta di Giuseppe Guttadauro, storico capomafia che ha saldato da anni il conto con la giustizia ed è andato a vivere a Roma. Stando alle parole di Greco, però, di tanto in tanto “scende” a Palermo.

Ed è dal “dottore” che bisogna ripartire per studiare la mafia che verrà. In molti casi, in realtà, è già la mafia di oggi. C’è sempre qualcuno pronto a subentrare a chi finisce in carcere. La continuità è l’ultima ancora a cui si aggrappa una Cosa Nostra fiaccata dagli arresti per mantenere il controllo del territorio.

A fine 2019 Guttadauro è stato visto incontrarsi in un terreno in via Funnuta, a Brancaccio, con Giovanni Di Lisciandro, considerato uomo del pizzo e pure lui finito in carcere nell’ultimo blitz. Restando in zona Giuseppe Greco era già dovuto intervenire per mettere a tacere lo scontro fra Giuliano e i fratelli Antonino e Cosimo Fabio Lo Nigro, altro cognome storico in Corso dei Mille. Il pentito di Belmonte Mezzagno Filippo Bisconti racconta di avere saputo da Leandro Greco, nipote di Michele, il papa della mafia, e cugino di Giuseppe, che si era aperta una “corsa alla reggenza” della famiglia mafiosa fra i fratelli Giuliano (oltre a Giuseppe tira in ballo pure Antonino) e “uno dei Lo Nigro”.

Proprio Antonino Lo Nigro è il protagonista di uno strano episodio. Uno degli arrestati racconta di avere saputo da lui che era meglio stare alla larga da un’area recintata in via Chiaravelli dove Maurizio Di Fede, considerato l’uomo forte nel quartiere Roccella, convocava spesso i suoi uomini: “… è venuto picciotti è pieno di telecamere… e microspie lo hanno tempestato tutto”.

Bisognava fare attenzione, specie in una stagione dove il calendario degli incontri è stato molto fitto. Gente come Andrea Seidita, Emanuele Prestifilippo, Leonardo e Garabiele Rizzo si sarebbe data un gran da fare per mettere i boss in contatto. Sempre sul conto di Seidita ci sono dei riferimenti a un “pannello”, cioè una rete di agenzie di scommesse sportive, che ad un certo punto gli sarebbe stato tolto.

Spostandosi nel vicino mandamento di Santa Maria di Gesù gli investigatori si concentrano sulla figura di Salvatore Freschi, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, che sarebbe entrato in gioco anche nell’organizzazione di un traffico di cocaina con i calabresi assieme a Giuseppe Greco e Girolamo Celesia. A proposito di droga Greco e Ignazio Ingrassia ai sono incontrati con un’altra figura del passato: Aldo Monopoli, originario di Terrasini, arrestato nel 2009 a Lima in Perù poiché trasportava 26 chili di cocaina.

Ad alcuni incontri monitorati dagli investigatori ha partecipato pure Emilio Greco, fratello di Leandro e cugino di Giuseppe, protagonista di un matrimonio dal forte valore simbolico: nel 2018 ha sposato la figlia di Gregorio Di Giovanni, potente capomafia di Porta Nuova seduto al tavolo della cupola di Cosa Nostra azzerata nel 2018.

Il pizzo serve a controllare il territorio, mentre i soldi si fanno con la droga. Ecco allora emergere le figure di Giuseppe Billitteri e Gioacchino Bonaccorso, personaggi trasversali. Si ha la netta sensazione che per comprare la droga le varie famiglie della città facciano cartello e poi, una volta arrivata la merce,. organizzano in autonomie le proprie piazze di spaccio.

I mafiosi parlano tanto. E finiscono per indirizzare le indagini. Di Fede ad esempio raccontava di avere cercato un contatto con il nuovo referente mafioso di Villabate, mandamento contiguo a Brancaccio. Chi è? Se lo chiedeva lo stesso Di Fede “.… io non è che l’ho potuto capire… c’è chi è che dice che c’è il figlio di Michele Rubino, il figlio di Nicola Mandalà, poi ancora, si domandano se sia uscito dal carcere Terranova Francesco… addirittura mi avevano detto pure che c’era Nicolò Rizzo“.

Le retate si susseguono. Per sopravvivere la mafia ha bisogno di trovare sempre nuovi capi ed è nell’elenco degli scarcerati, come è sempre avvenuto nel recente passato, che l’organizzazione potrebbe pescare per tentare di ricompattare i ranghi. Come nel caso del mandamento di Tommaso Natale. Ci sono dei nomi, in particolare, su cui ci si concentra per il peso del loro passato e per i segnali del presente. Uno di questi è Salvo Genova che è stato reggente del mandamento di Resuttana contiguo a quello di Tommaso Natale.

Altro nome storico è quello di Michele Micalizzi che, secondo Giulio Caporrimo, ultimo reggente a San Lorenzo a finire in carcere, se ne andava in giro senza autorizzazione. Micalizzi è un boss della vecchia mafia che ha saldato il conto con lo Stato. Con lui discuteva nel 2017 Tommaso Inzerillo, uno degli scappati della guerra di mafia. Gli spiegava che si era attivato affinché anche al cugino Francesco Inzerillo venisse perdonata la sua appartenenza alla mafia perdente, schiacciata dai corleonesi negli anni Ottanta.

Volti noti e gente ancora da identificare. Ce n’è uno in particolare su cui si concentrano le indagini per il peso che gli attribuiva Caporrimo: “… ma questa commissione pure come l’hanno fatta? Non per lo zio Pietro ci mancherebbe… chi è… la fanno tre mandamenti? Quanti erano tre? Non si capisce e come fanno a decidere? Ma che sono pazzi?… se ci devono ridurre come stiddari”. “Pietro”, dunque, è un personaggio talmente influente da avere avuto un ruolo nella commissione provinciale di Cosa Nostra, quella che si è riunita nel maggio 2018 dopo decenni di inattività dovuta all’arresto dell’ultimo capo dei capi, Totò Riina.

Hanno espiato la pena anche Salvatore Castiglione e Antonino Cumbo, un tempo uomini fidati di Giovanni Bonanno, il reggente del mandamento di Resuttana inghiottito dalla lupara bianca nel gennaio 2006.

Da qualche giorno è finito in carcere Ignazio Traina, “esponente apicale della cosca di Santa Maria di Gesù”. Ad accompagnarlo spesso nei suoi spostamenti per incontrare Settimo Mineo, l’anziano boss di Pagliarelli che ha presieduto l’ultima cupola, c’era Massimo Mancino, pure lui pregiudicato e indicato come “affiliato”allo stesso clan.

Fra Santa Maria di Gesù e Villagrazia c’è in libertà Salvatore Adelfio, altro cognome di peso.

Restando a Brancaccio sono sempre gli spostamenti di Mineo a portare gli investigatori sino al nome di Salvatore Nangano, fratello del boss Francesco assassinato qualche anno fa.

In zona Noce vanno tenute in considerazione altre due figure storiche: Giancarlo Seidita e Franco Picone. Quest’ultimo nonostante si trovi agli arresti domiciliari continuerebbe ad avere un peso nelle dinamiche del mandamento.A Passo di Rigano ci sono tracce, neanche a dirlo, di diversi incontri, alcuni da decifrare, a cui ha partecipato, ad esempio, Giovanni Inzerillo, uno degli figli di Totuccio, uno dei primi boss a cadere negli anni della mattanza corleonese.

Altro personaggio che ha fatto tappa a Passo di Rigano è Salvatore Sal Catalano, 78 anni, originario di Ciminna, considerato un pezzo grosso della famiglia Bonanno di New York coinvolto nell’operazione Pizza
Connection, frutto dell’intelligenza di Giovanni Falcone, che ne delineò il suo ruolo di terminale del traffico di sostanze stupefacenti dalla Sicilia agli Stati Uniti. Sal Catalano ha scontato venticinque anni di carcere in un penitenziario statunitense, per poi essere espulso dagli
Usa nel 2009.

Infine sono stati registrati incontri e cene a cui ha partecipato un altro Buscemi, Girolamo, fratello di Giovanni, l’anziano che ha avuto una gran fretta di tornare a comandare dopo avere trascorso un quarto di secolo in carcere.

Da Passo di Rigano a Porta Nuova dove non si può non tenere conto di personaggi come Salvatore Totuccio Milano e Calogero Lo Presti, anziani e autorevoli. A Pagliarelli sono tornati liberi Giuseppe e Antonio La Innusa, spesso in contatto con Giuseppe Calvaruso, il reggente del mandamento di recente finito in carcere.

Nel giro di frequentazioni di uno dei due fratelli figurava Giuseppe Trinca, un pezzo grosso della famiglia di Corso Calatafimi che fa parte del mandamento di Pagliarelli. Il cugino di Trinca, Nunzio, con precedenti penali per contrabbando, riciclaggio e truffa, era proprietario di un fabbricato in contrada Cavallaro a Casteldaccia, dove alloggiò il latitante Giovanni Motisi.

Ci sono personaggi che si fanno notare e altri che scelgono di mantenere un profilo bassissimo. Come Stefano Fidanzati, figlio del boss dell’Arenella-Acquasanta Gaetano. Oggi ha 73 anni e ama il silenzio. Altra pasta, la sua. Viene dal passato, dalla mafia che ha resistito alle guerre e dal 2018 è un uomo libero. Libero e con tutto ciò che serve per essere potente e rispettato.


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