Andrea Mattarella: "Il ricordo sia veicolo di informazione per i giovani" - Live Sicilia

Andrea Mattarella: “Il ricordo sia veicolo di informazione per i giovani”

Il ricordo del nipote dell'ex presidente della Regione Siciliana ucciso 42 anni fa
L'INTERVISTA
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PALERMO – Sono passati quarantadue anni da quel 6 gennaio del 1980, domenica dell’Epifania, in cui il presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, è colpito da una pioggia di proiettili, in via Libertà, mentre sta uscendo con la famiglia per andare a messa. Momenti concitati di terrore e confusione in cui il figlio Bernardo riesce a telefonare dal bar vicino per chiamare i soccorsi e lo zio Sergio, poi diventato Presidente della Repubblica Italiana. Chiede aiuto disperatamente, confidando sino all’ultimo istante in un finale benevolo, ma non ci sarà più nulla da fare.

Quell’omicidio “eccellente” porrà fine non solo alla vita di un uomo perbene e di un politico coraggioso e decisionista, un democratico cristiano, che lottava contro la violenza, la corruzione e il malaffare, che progettava il rinnovamento delle istituzioni – eletto presidente anche con i voti del PCI di Pio La Torre –, ma muoiono drammaticamente le speranze in lui riposte dai tanti siciliani onesti che credevano nella possibilità di riscatto della Sicilia. 

Oggi, nel giorno della commemorazione il figlio di Bernardo, Andrea Mattarella, giovane avvocato dai modi gentili e con gli occhi azzurri e limpidi come quelli del nonno, ricorda quell’omicidio senza retorica, focalizzandosi sul presente. “Le commemorazione sono importanti perché esiste purtroppo il rischio di dimenticare ed è un momento in cui si può riaffermare la nostra posizione contro le mafie, ma la retorica non è utile né alle vittime né alle loro famiglie. Il ricordo deve essere un veicolo d’informazione e divulgazione rivolto ai giovani, ma anche di studio e di confronto utile per farci capire a che punto siamo”. 

Andrea Mattarella è avvocato e dottorando di ricerca alla LUMSA con un progetto in diritto penale che riguarda crimini d’impresa e reti ambientali, tratta di un argomento incluso nelle ricerche sul crimine transnazionale, parliamo dunque di mafie. Ha anche collaborato con la fondazione Falcone presentando un progetto sulla dimensione internazionale ed economica del contrasto alle mafie e sul ruolo della nuova procura europea . “Il mio maestro è il professore Antonio Balsamo, presidente del Tribunale di Palermo, ci occupiamo dello studio del fenomeno mafioso in un’ottica internazionale. Perché le mafie sono in continua trasformazione, un’organizzazione che è riuscita a sopravvivere a mutamenti storici, dall’unità d’Italia sino a oggi. La mia scelta di studiare questo tema non è affatto casuale ma è anche una conseguenza della mia storia familiare: da un lato studiare, pubblicare e partecipare a convegni sul tema è un modo per contribuire a diffondere la cultura della legalità, tanto cara a mio nonno che vedeva nei giovani il motore del cambiamento; dall’altro credo sia anche un modo per sentire più vicina la sua figura ed onorare la sua memoria”. 

“La mafia è un organismo che ha avuto la capacità di cambiare pelle, è importante ricordare cosa era la mafia trenta-quarant’anni fa e cosa è diventata oggi: da struttura con caratteristiche paramilitari, contraddistinta da quella ferocia e aggressività che purtroppo tristemente conosciamo, si è trasformata in una multinazionale del crimine, protagonista del sistema economico della società odierna. Sostanzialmente vende i suoi prodotti sul mercato globale generando enormi profitti illeciti”. Si parla infatti di mafie perché il fenomeno ha tante declinazioni, un taglio internazionale ma lo stesso modus operandi. “Mio nonno si confrontava spesso con Pio La Torre ed entrambi erano ben consapevoli, come in seguito Giovanni Falcone, che non si trattasse solo di mafia bensì di ‘sistema mafioso,’ un potere che univa apparati deviati dello Stato, terrorismo e associazioni mafiose”. 

“Come tutti sappiamo dagli anni ’90 tante cose sono cambiate, in particolare nel ’92, quando abbiamo assistito alla reazione della società civile e dello Stato. A fronte di questo è cambiata la strategia del crimine organizzato che ha capito quanto la politica delle bombe creasse troppi problemi. La mafia delle ricotte non è sparita, non è stata sconfitta, seppure sia certamente arretrata di fronte alle numerose vittorie dello Stato, con le catture di personaggi del calibro di Riina e Provenzano, ma perdura ancora oggi. Vive, c’è, si arricchisce e si avvale della collaborazione di professionisti, imprenditori e politici, utilizzando lo strumento della corruzione, soprattutto nelle realtà locali”. 

Sappiamo di non poter dormire sonni tranquilli e specie in questo periodo di pandemia l’aspetto più pericoloso sta nella sua capacità di infiltrarsi e appropriarsi delle risorse pubbliche. “Da più parti, per ultimo dal procuratore nazionale antimafia, è stato segnalato il rischio che le risorse del Pnrr finiscano nelle mani sbagliate: gli obiettivi non cambiano, le mafie cercano di accrescere il potere economico e il potere di influenza. Non dobbiamo mai sottovalutare il fatto che questo fenomeno sia così ben radicato nella società. È pur vero tuttavia che oggi abbiamo più anticorpi, è cresciuta una generazione diversa, quella dei ragazzi dell’albero di Falcone, e questo non solo in Sicilia, dove le manifestazioni improntate alla legalità e all’affetto per Falcone, per Borsellino, per mio nonno e tante altre vittime, attestano che quella della legalità sia la strada da seguire”. 

Piersanti Mattarella concepiva le istituzioni come una ricchezza collettiva, vedeva l’impegno politico come un servizio. Era anche un uomo che viveva il suo privato in modo coerente, era equilibrato, empatico, affettuoso, credeva nella famiglia e nei valori dell’onestà. “Mio nonno non l’ho mai conosciuto perché quando io e mio fratello gemello Giorgio siamo nati lui era già scomparso. Tuttavia ho imparato a conoscerlo dai racconti di famiglia, dai suoi scritti e discorsi, che rimangono sempre attuali, e dalle opinioni di stima e di ammirazione di tutte le persone che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. È sempre stato un ricordo ambivalente, diviso tra l’ammirazione e l’affetto nei suoi confronti e il rimpianto di quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Spesso ci siamo chiesti come l’avremmo vissuto, come sarebbe stato passare del tempo con lui, festeggiare insieme i compleanni per esempio, ma questo non è mai stato fonte di sofferenza, perché la sua immagine è stata talmente grande da non poter essere oscurata nemmeno da quanto accaduto. Certamente rimane il rimpianto per chi ha lasciato un vuoto in famiglia, tuttavia credo ci abbia lasciato un grande insegnamento: che occorre impegnarsi attivamente affinché la società cambi, non essendo sufficienti soltanto le commemorazioni, le quali, pur necessarie, rischiano di rimanere episodi isolati, occorrendo anche fornire quotidianamente il proprio contributo professionale, accademico o umano”. 

Da chi è stato ucciso Piersanti Mattarella? La sua morte fu subito avvolta dal mistero. È stata la mafia? Oppure i terroristi neri legati a forze neofasciste palermitane? A distanza di anni gli esecutori materiali e i mandanti non sono mai stati identificati. E di anni ne sono passati quarantadue.

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