Borsellino, dopo le bombe il caos| Storia di una verità impossibile - Live Sicilia

Borsellino, dopo le bombe il caos| Storia di una verità impossibile

Secondo giorno di confronti al processo in corso a Caltanissetta sulla strage di via D'Amelio.

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CALTANISSETTA – “Sono fiducioso, la verità alla fine verrà fuori”, dice Vincenzo Scarantino prima di lasciare l’aula bunker del carcere di Caltanissetta nel primo dei due giorni di confronti. Ha appena finito di raccontare, ancora una volta, la sua storia di pentito fasullo. Non per scelta ma per paura, si giustifica. La paura per le violenze e le pressioni che avrebbe subito. “Mi massacravano come un cane”, dice in faccia ai poliziotti con cui viene messo a confronto per stabilire chi mente.

La certezza della verità del picciotto della Guadagna, la borgata palermitana in cui è cresciuto, è difficile da condividere. Non per sfiducia nei pubblici ministeri di Caltanissetta, Gabriele Paci e Stefano Luciani, a cui va il merito di avere riaperto un capitolo giudiziario che sembrava chiuso, quello sulla strage di via D’Amelio, sancendo che autorevoli colleghi, un ventennio prima, hanno preso il più clamoroso degli abbagli collettivi.

Abbaglio o malafede? Ecco il cuore della questione. Perché le bugie di Scarantino furono prese per oro colato? Rientriamo nell’alveo della fallibilità umana, oppure ci fu la fretta di trovare colpevoli a buon mercato? O, ancora, ed è l’ipotesi più inquietante, la verità farlocca di Scarantino fu costruita a tavolino e resa credibile per nascondere chissà quali nefandezze?

La certezza di raggiungere la verità vacilla. Non per sfiducia nei giudici della Corte d’assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, che sta processando per calunnia Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, mentre Salvo Madonia e Vittorio Tutino rispondono di strage. E neppure per sfiducia nei confronti dei combattivi avvocati, su tutti Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, che hanno contribuito con tenacia a rivoltare come un calzino i vecchi processi, fino a ritrovarsi nell’incredibile – non per loro – ruolo di legali di parte civile di uomini condannati ingiustamente all’ergastolo e poi scarcerati.

Altro che certezza, è l’impossibilità di raggiungere una verità che si fa largo a conclusione dei confronti con protagonisti il magistrato Anna Maria Palma, il poliziotto Mario Bo, Scarantino e l’ex moglie Rosalia Basile.

Ognuno recitata la propria parte, genuina o di comodo non è dato sapere. Scarantino racconta dei pestaggi. La Basile parla di un verbale che la Palma avrebbe scritto a suo piacimento, ma che il magistrato “non ricorda” neppure di avere fatto. Il pentito sbugiardato dice che gli ficcarono una pistola in bocca per ottenere la ritrattazione della ritrattazione. E Bo sorride: “È inverosimile”. Un altro poliziotto, Giuseppe Di Gangi, indagato in un altro procedimento, si avvale della facoltà di non rispondere.

Chi ha ragione? Ai giudici l’ardua sentenza. A loro il compito di dare un peso alle sfumature dei racconti dei protagonisti. Di provare a mettere ordine nel caos che regnò attorno alla collaborazione di Scarantino. A cominciare dalla protezione delegata alle forze di polizia. C’era un viavai di agenti nella residenza ligure di Scarantino in quegli anni.

Caos e buchi neri. Un solo esempio: che fine hanno fatto i verbali dei sopralluoghi eseguiti da Scarantino a Palermo, ad esempio nel garage dove disse che era stata custodita la 126 usata per l’attentato al giudice Borsellino? Non sono mai stati trovati. “No, non ne sono a conoscenza”, aveva detto Mario Bo in aula. Eppure faceva parte del gruppo investigativo.

Nel caos non si può non tenere conto di una costante. La Basile, non oggi ma da sempre, sostiene che il marito recitava con un copione già scritto. E lo urlò in una lettera di fuoco indirizzata persino al presidente della Repubblica. Non è stata mai creduta. Scovare possibili depistaggi e l’eventuale malafede di qualcuno è forse troppo complicato. Di sicuro nella migliore (?) delle ipotesi siamo di fronte a indagini fatte male che hanno dato vita a processi sbagliati e ingiusti.

Oggi al Borsellino quater si torna in aula con una nuova tornata di confronti fra Scarantino e Vincenzo Ricciardi (altro poliziotto del gruppo), Andriotta e Bo, Andriotta e Ricciardi.

 


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Commenti

    Grazie a Riccardo Lo Verso.

    Va bene tutto, anzi non va bene nulla in questa storia assurda: u pupu vistutu, i presunti depistaggi, i processi, le condanne..

    E una domanda non mi dà pace: come poteva Scarantino conoscere nel 1994 quelle

    modalità esecutive che sono rimasta identiche a quelle rivelate da Spatuzza nel

    2009? I personaggi sono differenti, ma i due portano lo stesso cuntu.

    Ps
    A proposito di cunti…il pezzo che ha scritto oggi Sottile per Il Foglio è ineludibile, spero vogliate pubblicarlo, grazie.

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