Catania: mafia, le intercettazioni del boss - Live Sicilia

Cosa nostra, il ritorno del boss: “A casa mia comando io”

Le intercettazioni e i verbali che incastrano il reggente dei Santapaola ad Acireale
BLITZ ODISSEA
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CATANIA – “Antonio Patanè detto coca cola è un uomo d’onore dal 2008 con Santo La Causa padrino”, è il collaboratore Mario Vinciguerra a fornire i dettagli della ‘pingiuta’ del boss di Aci Catena e ritenuto – secondo il blitz Odissea scattato stamani – il capo della frangia acese della famiglia catanese di Cosa nostra. L’ex cassiere della cellula dei Santapaola-Ercolano fornisce anche un ulteriore dettaglio: “È cognato di Sebastiano Sciuto e Gaetano Pennisi”. Sono due nomi di una certa rilevanza a livello mafioso: Sciuto, chiamato Nuccio Coscia, è stato il padrino indiscusso da Acireale a Giarre per diversi anni fino al suo arresto nel 1993. È morto nel 2018, poco prima del blitz Aquilia che ha portato ad azzerare il gruppo che però si è organizzato dopo la scarcerazione nel 2018 di Nino Coca cola. Nelle oltre 400 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Pietro Currò ci sono decine e decine di intercettazioni telefoniche e ambientali che ‘inchiodano’ il boss.

Le cimici registrano Patanè anche quando dovrebbe incassare il pizzo di due fratelli, gestori di un centro scommesse. Dalla sua moto elettrica (Africa Twin Honda) avverte:Tu gli devi dire che se non vengono più, vengo io la mattina per “prendermi i soldi”, e di non darli a nessuno, diglielo”. Patanè non ama parlare al telefono. Ma ci sono momenti in cui è costretto. Anche a proposito dell’estorsione: “Vedi che io non lo capisco il telefono, ah, non capisco niente, perché non ci sono abituato”.

Nino Coca cola – già condannato per mafia in passato – avrebbe avuto un ruolo così di rilievo nella famiglia Santapaola-Ercolano tanto da aver dato indicazione per la scelta del reggente nella fascia ionica di “Benedetto La Motta” (arrestato nell’operazione Iddu due anni fa, ndr) nel 2005-2006. Anche Carmelo Porto, ex reggente dei Cintorino – alleati dei Cappello – di Caltabiano, fa delle rivelazioni precise su Patanè che avrebbe incontrato “a Bicocca” nel 2014. Per il pentito Nino coca cola sarebbe stato il reggente acese almeno fino al suo “arresto avvenuto nel 2019”. Giovanni La Rosa, personaggio della malavita di Adrano e Biancavilla, invece fa un riferimento al passato. Ma le sue indicazioni forniscono un riscontro in merito all’estorsione ai fratelli del centro scommesse. Perché Patanè avrebbe avuto un incontro “per la gestione di alcune macchinette” in ordine a un conflitto tra alcuni imprenditori. E tra questi c’erano proprio i gestori finiti nella rete delle microspie della polizia. 

Che Antonio Patanè fosse il ‘capo’ lo si deduce anche da alcune conversazioni captate tra il fratello Mario (coinvolto nell’operazione di oggi) e Alfredo Quattrocchi in merito ai mancati versamenti “alla famiglia” delle vendite di droga. “Bisogna dirlo a Nino, io voglio che Nino stia riservato, Nino deve stare riservato, nascosto, e si fa: “uno ad Aci Catena e uno ad Acireale”. Questi che vendono droga devono portare “i punti”” . Ma se servisse essere più precisi, ci pensa sempre Alfredo Quattrocchi parlando con un interlocutore rimasto anonimo. All’ignoto spiega: “No, certo dalla parte nostra, dei “Santapaola-Ercolano” c’è Nino “coca cola”.

Ma a fugare ogni dubbio ci pensa lo stesso Patanè nell’estate del 2019: Alberto, e sempre parli tu, quando io già ero fuori c’erano tanti cristiana ca m… tanta, ora sono grandissimi cornuti, i coppa gliele ho fatte dare io, che c’è? A casa mia comando io, a casa vostra comandate voi altri, ed il discorso si è chiuso. Ma siccome loro aspetto le disgrazie delle persone come sti figghi di sucam…, che aspettano le disgrazie delle persone”. Per gli inquirenti le ‘disgrazie’ sarebbero gli arresti. Un po di mesi prima Quattrocchi discutendo sempre con il fratello di Nino Coca cola evidenzia l’importanza di proteggere il capo da possibili indagini. “Si deve riferire a Nino, Alfio mi ha detto che tu devi stare, “riservato”, perché se non abbiamo a lui, compare, non abbiamo a nessuno”.  E continua: “Lui deve stare riservato e noi altri gli portiamo i conti”. Purtroppo i conti paiono però non tornare. Mancano gli stipendi per i detenuti: “Ci sono i cristiani in galera ed è giusto che uno li pensa soldi non ne abbiamo nessuno”. Il discorso torna però sull’esigenza di lasciare il reggente fuori dal carcere. “Nino deve stare sempre riservato, uno deve rimanere sempre fuori, perché se Dio non voglia ci riarrestato a tutti quanti, finiscono tutte cose…”. Paure che oggi diventano profezie. Ma che hanno anche il sapore di ‘confessioni’. 


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