Catania, il cold case della mafia: udienza preliminare

Catania, il ‘cold case’ della mafia: il pizzo e gli anni del terrore

Catania, il ‘cold case’ della mafia: il pizzo e gli anni del terrore
La Pg di Catania ha chiesto il rinvio a giudizio del boss Aldo Ercolano
L'INCHIESTA
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CATANIA – Cambia il giudice, ma l’udienza va avanti. Arriverà fra due settimane esatte, mercoledì 25 marzo, la decisione del gup sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura generale di Catania per il duplice omicidio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio. Il delitto è un cold case risalente addiruttura a 36 anni fa. È una storia di mafia.

I Pg Carmelo Zuccaro, Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci hanno chiesto di rinviare dinanzi alla Corte d’assise il boss Aldo Ercolano. L’inchiesta, si ricorda, fu avocata dalla Procura generale. Poi come detto di recente è cambiato il giudice e l’udienza prosegue. Ercolano è difeso dagli avvocati Valeria Rizzo e Fabio Federico.

Il movente e le estorsioni

Il movente, in qualche modo la spiegazione più battuta sin da subito, è tuttavia ancora presunto. E riguarderebbe il pizzo alle acciaierie Megara. Erano anni di terrore: il duplice omicidio avviene a Bicocca il 31 ottobre 1990.

Anni in cui gli imprenditori si trovavano quasi sempre a dover pagare. Le Acciaierie Megara avevano detto di no agli uomini del racket. E una ribellione non era consentita: sarebbe stato un messaggio devastante in quegli anni per la mafia. I killer non furono mai individuati. Quello che sostiene la Procura di Catania, tuttavia, è che dopo il delitto le Acciaierie Megara iniziarono a pagare.

Le altre richieste di rinvio a giudizio

La Procura generale ha chiesto il processo di altri quattro imputati accusati di estorsione aggravata dall’avere favorito Cosa nostra, reati contestati anche ad Aldo Ercolano. Sono Vincenzo Vinciullo, Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco. L’accusa delinea anche il ruolo che ciascun imputato avrebbe avuto.

Aldo Ercolano, con il padre, il capomafia defunto ‘Pippo’, avrebbe avuto il ruolo di mandante della tangente mafiosa, Greco, invece, di organizzatore, Tusa e Motta di ‘riscossori’ e Vinciullo di ‘negoziatore’. I quattro presunti estorsori sono difesi dagli avvocati Isabella Barone, Giovanna Beatrice Araniti, Francesco Strano Tagliareni e Salvatore Catania Milluzzo.

L’omicidio e le aggravanti

Per gli investigatori, Aldo Ercolano, ritenuto ideatore e organizzatore del duplice omicidio, agì “con premeditazione” e per motivi abietti. I motivi? “Garantire il predomino nel territorio catanese e i vantaggi economici alla famiglia catanese di Cosa Nostra”. E “assicurarsi il profitto dell’estorsione alle Acciaiere Megara che poi è partita da gennaio 1991″.

L’inchiesta è stata condotta dal nucleo di Polizia giudiziaria interforze e della Dia di Catania. Ercolano, va ricordato, è uno degli assassini che uccisero Pippo Fava, è ergastolano per mafia e diversi delitti. Ora torna alla sbarra.

La Dda ipotizza che le estorsioni alle Acciaierie Megara sarebbero state commesse in concorso con esponenti di spicco di Cosa nostra, tutti morti. Tra di essi Bernardo Provenzano, Pippo Ercolano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo. Tra le minacce, oltre alle telefonate minatorie, anche il posizionamento di proiettili sul sedile di un dirigente e nel giardino della moglie di Rovetta. L’omicidio, dunque, è contestato solo a Aldo Ercolano.


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