Elisabeta, come tutti gli invisibili, è diventata visibile nell’ora della sua fine. Se non fosse morta, a Catania, in un lercio tugurio che accoglie le vite spezzate, niente sapremmo di lei. Continuerebbe a muoversi nell’ombra, presa nelle spire del crack, secondo la cronaca fin qui disponibile.
Perché è morta Elisabeta Boldijar? Da chi stata assassinata, come parrebbe dai primi riscontri, mentre le indagini cominciano il loro percorso? Con quale movente? Sono domande che cercano una risposta, confidando certamente nel solerte impegno di chi se ne sta occupando. Risaltano l’orrore e la violenza delle solitudini.
Come giornale abbiamo scelto di seguire da vicino la storia. Il nostro Antonio Condorelli ha realizzato uno scioccante video-reportage, un racconto dettagliato e pietoso di uno dei tanti abissi, nascosti in fondo alle nostre città. Le consuete voragini invisibili, come chi le popola, che non affiorano mai, se non in presenza di un fatto estremo.
L’esistenza di Elisabeta è andata in frantumi, oltre i confini del recuperabile. Niente ricomporrà i cocci di un dolore. Ma la memoria è un omaggio, l’unico, di cui la vicenda di una donna, con un viso scavato da decine di catastrofi, ha bisogno. La memoria resta l’unica redenzione possibile, con la verità, quale che sia, a tragedia consumata.
E ne abbiamo molto bisogno pure noi per non dimenticare il nostro cuore civile. In un contesto selvaggio, memoria e verità per Elisabeta avranno il gusto antico di un mondo meno disumano, di una carezza postuma su quel volto devastato.
Tra non molto sarà l’otto marzo, la giornata internazionale della donna. Celebreremo l’affermazione di sacrosanti principi, mischiati a a qualche inevitabile retorica. Facciamo in modo che in ogni mimosa ci sia un po’ di tenace affetto per una ragazza ‘invisibile’, preda della sventura.
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