“La Sicilia dei tragediatori | Lamentarsi è un alibi” - Live Sicilia

“La Sicilia dei tragediatori | Lamentarsi è un alibi”

Il regista Roberto Andò: “Per superare la cultura del piagnisteo i siciliani devono smetterla di credersi più furbi”.

L’intervista
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PALERMO – “I siciliani sono dei tragediatori. Per superare la cultura del piagnisteo devono smetterla di credersi più furbi degli altri”. Roberto Andò, regista, sceneggiatore, sovrintendente dell’Istituto nazionale del dramma antico, grande amico di Leonardo Sciascia, è impegnato in questi giorni nella direzione artistica delle Tragedie greche nel Teatro antico di Siracusa. E dalla tragedia greca ai tragediatori siciliani, in fondo il passo è breve. “Non a caso nell’Isola è stato coniato quell’appellativo…”

In che modo la parola “tragediatori” offre uno squarcio sull’essenza dei siciliani?

“Quel termine dà conto di questa propensione a non assumersi responsabilità. A reagire in maniera iperbolica, quasi come alibi per non agire, per non fare. E’ come se il siciliano dicesse: non mi chiedete di fare qualcosa, perché nulla si può fare…”.

Una tragedia, in effetti…

“Sì, come se gli scenari apocalittici ci appartenessero ontologicamente, come se riflettessero la nostra natura più autentica”.

Che rapporto c’è tra i tragediatori d’ogni giorno e gli eroi della tragedia greca?

“Nel mondo greco, il Teatro si legava anche all’idea di destino. All’idea che la vita in parte fosse affidata al volere degli dei. Quando, come accade in Sicilia, si applica questa impostazione alla vita di tutti i giorni, si cade in un compiacimento nei confronti di questa dimensione tragica. Un involucro che giustifica la scelta di ‘non darsi da fare’”.

Eppure sembra quasi che i siciliani, nella storia più o meno recente, abbiano davvero avuto bisogno delle tragedie, dell’orrore, per svegliarsi da questa condizione di indolenza.

“Purtroppo è accaduto che siano servite, e non metaforicamente, le bombe per smuovere tratti così anchilosati. A volte, però, anche queste reazioni, col passare del tempo, rischiano di diventare solo una cerimonia”.

Entriamo nel terreno assai caro al suo amico Leonardo Sciascia. A quello del professionismo dell’antimafia…

“Su quell’articolo nacque un grande equivoco. Io mi trovai in compagnia di Sciascia e Paolo Borsellino, a Marsala, quando ebbero occasione di chiarire. Sciascia era molto dispiaciuto. Ma Borsellino capì. Quelle parole, poi, furono usate a bella posta e crearono una lacerazione. E finirono per sovvertire politicamente, col tempo, un concetto, quello di garantismo che era patrimonio della sinistra ed è invece finito nella mani della destra, spesso della destra più impresentabile”.

Altro equivoco su Sciascia, probabilmente, fu quello di essere considerato lo scrittore della Sicilia “irredimibile”, di un pessimismo inestirpabile.

“Un equivoco, appunto. Perché nella sua attività civica e politica, Sciascia ha sempre sottolineato l’importanza dell’agire. L’irredimibilità, in questo caso, è solo un dato poetico e letterario”.

Torniamo al teatro. Che rapporto ha con l’idea di bellezza? Può essere insomma antidoto alla cultura del lamento, del pianto?

“Il problema è che la categoria della bellezza ultimamente è stata un po’ messa da parte. È come se si fosse assunto il dato che anche il brutto, in realtà, è bello. Oggi i canoni estetici sono profondamente diversi rispetto a quelli del passato. E viene considerato ‘bello’ anche il richiamo a una realtà a volta cruda”.

Nulla a che vedere, quindi, con la bellezza del teatro antico.

“Quel teatro porta con sé una bellezza che va oltre i canoni. Lo spettacolo inizia col giorno, ma prosegue al buio. Uno schema che in parte è riprodotto nel teatro moderno, dove ci troviamo, al buio, ad assistere all’intervento di una coscienza inquieta che parla di noi e per noi. Uno schema replicato anche al cinema, anche se oggi, con le nuove tecnologie, il cinema è ovunque, non ha più un legame necessario con la sala”.

A Siracusa, però, porterà anche la comicità, con le Rane di Aristofane che saranno messe in scena da Ficarra e Picone.

“Una scelta che porta con sé delle difficoltà. Mentre il senso del tragico è rimasto identico, tutto sommato, il comico è molto più legato ai contesti, ai momenti. Quei testi erano fatti per dare fastidio al potere: e per far questo si chiamavano i migliori comici del tempo, i Ficarra e Picone di allora. Ma il tema delle Rane è molto serio: abbiamo perso autorevolezza, non abbiamo più un poeta che ci rappresenti, andiamolo a cercare tra i morti”.

È una condizione anche attuale, questa? Crede che ad esempio in Sicilia, a differenza che in passato, non esista più una voce di quel tipo, un poeta dissacrante, un intellettuale che dia voce a speranze e paure?

“Certamente il mondo è assai diverso da quello di Sciascia e, per andare ancora indietro nel tempo, da quello di Tomasi di Lampedusa o di Giovanni Verga. E oggi è difficile che venga fuori, non solo in Sicilia, un nuovo Pasolini, ad esempio. Oggi sarebbe difficile stare al centro della scena. Un poeta non riuscirebbe a farlo”.

Eppure, in questo mondo assai diverso, più veloce, più crudo, il teatro resiste. E le rappresentazioni siracusane sono sempre affollatissime. Come mai?

“Forse perché nel teatro tutto accade lì e in quel momento. Forse è questo che consente al teatro, nonostante tutto, di resistere ai cambiamenti del mondo. Nello spazio sconfinato di un teatro di pietra si riesce a vivere ancora una esperienza concreta, umana”.

E in effetti sembra persino contagiosa. Altre rassegne sono sorte nel corso di questi mesi, un po’ in ogni angolo dell’Isola. Anche nella Provincia più vicina a quella di Siracusa, cioè a Ragusa, dove è stato organizzato il ‘3 drammi 3’…

“Il pubblico, i siciliani hanno bisogno di queste iniziative. Iniziative meritorie, e spesso di grande qualità, che consentono al teatro di andare avanti”.

E magari contribuire ad abbattere quella cultura del lamento e del piagnisteo. Qual è secondo lei la strada per abbandonare questa propensione tutta siciliana?

“Credo che innanzitutto i siciliani debbano smetterla di fare i furbi e di considerarsi più furbi degli altri. E penso che debbano iniziare a fare davvero i conti con se stessi, evitando le scorciatoie e assumendosi, finalmente, la responsabilità di agire”.


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