Pensavate che il Pride e tutte le rivendicazioni dei gay fossero il rutilante puntello di una concezione profonda dell’umanità declinata in due? Pensavate che il senso della discesa in campo, nella forma pittoresca che si sa, fosse l’amore, proprio una dichiarazione d’amore, nel suo senso più ideale e concreto, l’amore (che comprende il sesso, of course) valoroso e gentile che – oltre il genere – intende appropriarsi della libertà di intraprendere, costruire, ribellandosi alle catene?
Invece l’obiettivo è molto più basso, a livello corporeo: dimenticate il cuore, riponete il cervello, e cercate la morale più in giù. “Ognuno cia ficca a cu voli”, che razza di mantra… Il tema, dunque, sarebbe la ‘leggerezza’ con cui ciascuno può (ehm ehm) realizzare ciò che il motto auspica. Libera copula in libero mondo, il resto non interessa, non conta.
Cari amici dell’attivismo omosex, ecco un formidabile autogol. Se tutto è soltanto questo, se la vostra battaglia di civiltà riguarda la chiave di una immaginaria cintura di castità che andrebbe scardinata, se la responsabilità dell’esistere in comunione e comunità non procede oltre, come fate a parlare di famiglia, di figli, di educazione, di moralità (eh sì) e perfino di umanità? Avete fornito un’immagine primitiva e caricaturale dello stare insieme, con una trovata che dimostra quanto molti di voi siano lontani da ciò che chiamate famiglia tradizionale che vi sopravanza in anni luce per sensibilità, compostezza e capacità di dare risposte adeguate al suo tempo.
Non era lo slogan ufficiale del Gay Pride? Peloso alibi, ruminato successivamente allo scandalo che è divampato: un tentativo di distrarre l’uditorio. Facebook è pieno di personaggi riferibili a quel contesto che hanno difeso l’espressione incriminata come se fosse il traguardo agognato, la luce di un nuovo millennio. Che importa l’ufficialità nel momento in cui uno ‘slogan’ (eh sì) diventa il confine e il vessillo di troppe coscienze?
Un autogol, sì. Di chi ha smarrito la giusta favella nel momento in cui voleva comunicare un universo, rimpicciolendolo a livello pubico; di chi si è fabbricato un ghetto da solo, magari per lagnarsi, poi, della clausura; di chi voleva provocare ed è risultato confortante come una sguaiataggine da trivio con rutto annesso; di chi ha preso milioni di uomini e donne e li ha inchiodate al legno di una macchietta, alla barzelletta sul sesso, come capita nelle caserme e nei circoli ottusi ai cambiamenti.
La questione della dignità, dei diritti e dei doveri sarebbe un filino più complessa. Un’idea soltanto ci consola in tanta devastazione di significati: per fortuna, i gay che conosciamo non sono così. E pensiamo che lo sappia pure Daniela Tomasino, che ringraziamo per l’onestà cortese con cui ha scelto di mettersi in gioco da persona intelligente e sensibile qual è.

