L’affaire Faraone è soltanto l’ultima mina vagante sul cammino delle primarie di Palermo. Viene dopo accuse reciproche tra i candidati (con la sola Rita Borsellino che ha tentato di tirarsi fuori dalla mischia), dopo veleni, dopo lo strascico di polemiche sui brogli, dopo la vittoria di Ferrandelli che ha terremotato il contesto. Se dovessimo puntare soldi, metteremmo qualche euro su un finale che ci appare possibile: lo sfascio. Abbiamo l’impressione che – nonostante patti, alleanze e giuramenti – non sarà uno solo il candidato del centrosinistra sulla scheda, il prossimo sei maggio. Oppure, sarà uno solo, ma gli altri remeranno contro.
Potremmo assistere al tanto meglio tanto peggio che è un abito mentale tipico del centrosinistra siciliano. Tra avvelenamenti di pozzi, video e accuse, ci pare di potere scrivere che le primarie palermitane non sono state la tanto ammirevole festa democratica auspicata da molti. Si è trattato di un episodio perlomeno in chiaroscuro, con molte porzioni di sospetto, come accade qui da noi, ogni volta che la parola torna al popolo. E siccome la politica – a prescindere dalle chiacchiere – non ha fiducia nel popolo, ecco che tenta di ammaestrarlo, blandirlo, suggestionarlo, smentendo se stessa. C’è una parola adatta e nitida per descrivere ciò che è successo. Fallimento.

