Il relitto e quell'immersione fatale| "Non ci si può avventurare" - Live Sicilia

Il relitto e quell’immersione fatale| “Non ci si può avventurare”

Una foto del relitto scattata da Pippo Di Miceli

L'istruttore subacqueo Pippo Di Miceli ha partecipato alle ricerche del corpo del sub.

PALERMO
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PALERMO – Per raggiungerlo è necessario immergersi per almeno 78 metri, ma per esplorarlo interamente bisogna spingersi fino a novanta metri di profondità. Quella che probabilmente avevano intenzione di affrontare Giuseppe Migliore e Antonio Aloisio, i due amici di 56 e 58 che volevano ammirare da vicino il relitto del piroscafo Loreto e per i quali l’immersione a largo di Isola delle Femmine si è rivelata fatale.

Un fondale che conosce bene Pippo Di Miceli, istruttore subacqueo e titolare di un diving center nella borgata marinara coinvolto nelle scorse ore nelle estenuanti ricerche del corpo di Migliore. Gli esperti hanno battuto palmo a palmo lo specchio d’acqua compreso tra la costa e l’isolotto e oltre al Rov della Capitaneria di porto – un mezzo meccanico munito di telecamera per esplorare dall’esterno il fondale – ne è entrato in azione un altro di maggiori dimensioni, utilizzato in passato anche a largo di Lampedusa.

Di Miceli, nel corso della sua attività professionale, si è immerso più volte per esplorare il relitto: “E’ sempre necessario essere almeno in tre – spiega – con una piccola imbarcazione di supporto in superficie. In caso di inconvenienti ci si può così aiutare. E’ inoltre indispensabile avere l’attrezzatura adeguata perché si tratta di una missione impegnativa che se fatta in sicurezza può comunque non riservare alcun pericolo. Le bombole utilizzate devono contenere un “trimix”, ovvero la miscela respiratoria adatta a questo genere di immersioni. Si tratta di ossigeno, azoto ed elio e viene utilizzata oltre i sessanta metri. Purtroppo, nel caso dei due sub di Isola non sappiamo ancora come sono andate di preciso le cose, ma il consiglio che vale sempre è quello di non avventurarsi e di raggiungere certe profondità soltanto se sicuri al cento per cento di avere l’attrezzatura adatta”.

I tempi di discesa per raggiungere il relitto sono soggettivi. In base a quanto accertato dalle indagini partite il giorno della tragedia, il primo sub che ha perso la vita, Antonio Aloisio, si era immerso ad una profondità di 86 metri e prima di riemergere è rimasto sott’acqua per sedici minuti. L’incubo è cominciato così, con la richiesta di aiuto della terza persona che si trovava sul gommone, che ha trasportato al porto Aloisio nella speranza di salvarlo.

Una giornata che doveva essere spensierata, ma che si è invece conclusa in tragedia. Eppure, in base a quanto hanno raccontato gli amici di Migliore e Aloisio, i due si erano immersi anche in passato per ammirare il relitto. Quest’ultimo ha una storia drammatica e direttamente collegata alla guerra. Il 13 ottobre 1942 la nave venne affondata da un sottomarino inglese dopo la traversata che da Tripoli portava a Palermo. A bordo c’erano soprattutto soldati indiani dell’esercito britannico, prigionieri catturati in Libia uccisi dall’Impero per cui avevano combattuto. 


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    Gli inglesi sapevano bene che sulla nave c’erano 400 soldati indiani che combattevano al loro fianco. Lo sapevano perché erano riusciti a descrittare i codici segreti utilizzati dai tedeschi e dai loro alleati per comunicare. Ma se non avessero affondato quella nave i tedeschi avrebbero sospettato di essere stati coperti. Per questo, gli inglesi affondarono 400 loro soldati…

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