La mafia si fa impresa |Le varie forme di estorsione

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Dal pizzo alla riscossione crediti, fino all'appropriazione dell'azienda. Un'analisi del fenomeno attraverso le inchieste della Squadra Mobile di Catania.

CATANIA – La mafia si modifica e si adatta ai cambiamenti economici. La crisi è una ferita aperta dove i tentacoli della criminalità organizzata si sono annidati e si riproducono come il più letale dei tumori. Un “cancro” quello dell’estorsione che muta con i mutamenti sociali e finanziari fino ad assumere vecchie e nuove forme. “Dalle indagini della Squadra Mobile di Catania degli ultimi anni emergono nove metodi” – spiega il dirigente Antonio Salvago. Dal pizzo al recupero crediti fino ad arrivare “all’appropriazione di un ramo o dell’intera azienda” da parte del clan mafioso.

Il richiesta di pizzo è “la forma più diffusa tra le organizzazioni criminali”. Oltre a fare “cassa” è un metodo per “marcare il territorio” di un clan, rispetto a una cosca rivale. Il pagamento è solitamente periodico: mensile oppure fissato in ricorrenze dove è “comune” che il volume d’affari cresca come “Natale e Pasqua”. E’ una sorta di assicurazione per avere protezione. “Questa forma di estorsione – spiega Salvago – viene elargita alle organizzazioni egemoni in un determinato quartiere o paese della provincia da commercianti, artigiani, imprenditori o professionisti, per avere garantito che la loro attività non sia preda di danneggiamenti o rapine”. Le tariffe variano a seconda della vittima: dalle decine di euro al mese a diverse migliaia, ma nella maggior parte dei casi il “pizzo mensile” varia dai 100 ai 500 euro. “Prezzi” confermati anche dal “libro mastro” dei Mazzei sequestrato dalla Squadra Mobile nell’inchiesta Enigma dove erano segnate le “riscossioni” effettuate. Il dramma nel dramma è che esistono ancora sacche di omertà, come quella emersa ad Adrano con l’operazione Time Out che ha decapitato il clan Scalisi.

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E come avvengono i contatti? Si evita di usare il telefono: troppo pericoloso viste le intercettazioni. La chiamata anomina con la tipica frase “trovati un amico” o il messaggio cartaceo (come quello della foto) con l’avvertimento “abbessa 60 mila euro, cecchiti na micu bonu o ti ramu a focu” (trova 60 mila euro, cercati un buon amico oppure ti diamo a fuoco). “Una volta abbiamo arrestato un soggetto con la cornetta ancora in mano” – racconta Salvago facendo riferimento al metodo della telefonata anomina, mentre per quanto concerne le missive e i pizzini, gli investigatori fanno un lavoro anche di decriptazione del linguaggio usato. “In un messaggio era inserita la parola “santa” riferendosi ai “santapaola” – spiega il dirigente – il destinatario doveva capire quale organizzazione criminale stava chiedendo il pizzo”.

E’ il “cavallo di ritorno” una delle forme estorsive più in voga degli ultimi anni.: prevede il pagamento di un riscatto per riottenere ciò che è stato rubato. “Non è specificatamente legata alle organizzazioni criminali” – tende a precisare Salvago. L’operazione “Auto Market” dei mesi scorsi aveva svelato una gang “specializzata nel cavallo di ritorno” per i furti di macchine: la banda non aveva contatti diretti con la mafia locale. Ma attenzione invece perchè la mafia può utilizzare “il cavallo di ritorno – spiega il dirigente della Mobile – come un biglietto da visita per l’organizzazione criminale che offre una prestazione di protezione accessoria”. Un metodo, insomma, per “fidelizzare” la vittima e convincerla della necessità a mantenere il rapporto con il clan.

L’estorsione nel settore degli appalti è la cosiddetta “messa a posto”. E accade così che una volta aperto il cantiere si riceve una visita, o magari più visite, dall’emissario del clan che “opera nella zona o nel paese”. E “per poter lavorare in pace” si deve “pagare un prezzo”. La tariffa varia dal 2 al 3% del valore dell’appalto. Questo può significare anche migliaia di euro per progetti importanti, come quello di opere pubbliche. “E’ accaduto – racconta Salvago – che in una stessa zona coesistevano più cosche e che la vittima abbia ricevuto richieste da esponenti di gruppi diversi: l’imprenditore ha versato la somma estorsiva che poi è stata suddivisa tra le due cosche”.

In questo sistema di appalti e cantieri edili si inserisce “l’imposizione di forniture”. La vittima è “costretta ad acquistare beni e servizi da aziende controllate dall’organizzazione criminale o comunque colluse con la cosca”. Si arriva anche al cosiddetto “nolo a freddo” di macchinari e mezzi: l’imprenditore è obbligato a “affittare” la strumentazione dalla ditta segnalata dal taglieggiatore.

L’imposizione può riguardare anche “l’assunzione di manodopera”: l’assunzione del “raccomandato” di turno dal mafioso. “Una forma che emerse chiaramente – aggiunge il dirigente Salvago – nelle indagini Revenge sul clan Cappello”. L’estorsione, in questo caso, si manifesta quando si richiede di assumere anche membri del proprio clan. Ma succede anche che sia una persona a cercare “la raccomandazione mafiosa”. “Dalle attività condotte dalla Squadra Mobile – evidenzia il poliziotto – è emerso anche l’inverso, ossia che la richiesta è stata fatta da un dipendente ad esponenti di organizzazioni mafiose per evitare il licenziamento o avere una buonuscita maggiore”.

Senza cadere nell’ambiguità dei termini, le “dazioni in natura” sono un altro metodo utilizzato dalle “organizzazioni mafiose”. In questo caso però l’oggetto dell’estorsione non è una somma di denaro ma un bene, un servizio o una prestazione professionale. “Prevalentemente – afferma Salvago – riguarda la cessione di beni materiali ma è frequente che possa interessare anche una prestazione professionale, come uno studio medico o legale”.

Nella piana di Catania, nel calatino e nella zona pedemontana è ancora molto diffusa la guardianìa: un pagamento periodico come garanzia contro le razzie e i furti di bestiame o di attrezzature agricole. “Nelle campagne è una forma di estorsione arcaica che però continua a persistere, anche se oggi – chiarisce l’investigatore – si presenta con modalità parzialmente differenti rispetto al passato e non interessa più latifondisti, ma agricoltori e proprietari di piccoli appezzamenti di terreno”. La piana di Catania è stata per anni “regno di potere” del boss al 41bis Orazio Privitera.

E arriviamo alla crisi: aziende senza liquidità, fornitori che non riescono a onorare i pagamenti, debitori che non hanno la capacità di saldare prestiti e finanziamenti. E dramma nel dramma gli imprenditori invece di ricorrere ai metodi legali di “riscossione” ingaggiano i picciotti della malavita per riavere indietro quanto gli è dovuto. Un circolo vizioso foraggiato anche dalle poche denunce: la vittima ha paura delle ritorsioni e in più vive si sente nel torto essendo “debitore”. “Sta diventando questa la forma di estorsione più ricorrente” – aveva spiegato il pm Rocco Liguori durante la conferenza stampa del blitz Enigma.

Un “servizio salatissimo” quello del “recupero crediti”, con provviggioni che arrivano  anche al 50% dell’ammontare del debito. “Il rischio – spiega Salvago – è che il debito iniziale si trasformi in un conto aperto indefinito con la mafia”. Chi non si piega e (non denuncia) può diventare un fantoccio nelle mani delle cosche. Accade che il clan “paga al creditore quanto dovuto” diventando il titolare “del debito” e questo a poco a poco può portare o a intraprendere un rapporto usuraio o addirittura a “diventare proprietari ombra dell’attività commerciale”.

Ma anche gli imprenditori che chiedono servigi alla mafia possono ritrovarsi schiacciati. La mafia non fa mai niente per nulla. Nell’ipotesi più estrema si può arrivare anche “all’appropriazione dell’attività” che non vuol dire esclusivamente il passaggio di mano dalla vittima agli estorsori. Questa è una soluzione ultima e poco diffusa. Quello che si concretizza invece è un “insieme differenziato di situazioni in cui la presa di possesso può essere parziale o totale, temporanea o definitiva, gratuita o onerosa, sostanziale o formale”. Può avvenire la cessione del ramo d’azienda: in questo caso l’imprenditore si vede costretto a cedere all’organizzazione criminale la gestione “che può essere anche definitiva”. E così che la mafia si fa impresa.

 

 

 


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