La Procura generale chiede la conferma della condanna per D'Alì - Live Sicilia

La Procura generale chiede la conferma della condanna per D’Alì

La lunga vicenda giudiziaria dell'ex senatore

TRAPANI – La parola (per la seconda volta) alla Cassazione. Il processo contro l’ex sottosegretario ed ex senatore Tonino D’Ali, condannato nel procedimento bis di appello a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è oggi al vaglio dei giudici della massima corte. Stamane il pg ha chiesto al collegio la conferma della condanna, affinché diventi definitiva. Per l’ex sottosegretario all’Interno, considerato in rapporti ravvicinati con Cosa nostra si aprirebbero, in caso di condanna, le porte del carcere.

In Cassazione il procedimento contro l’esponente politico trapanese c’era già stato nel gennaio 2018, quando i giudici della Suprema corte annullarono, con rinvio ad un nuovo processo di appello, quella sentenza con la quale D’Alì era stato assolto, nei due gradi di giudizio, per le accuse successive al 1993 e prescritto per i reati contestati per il periodo precedente. La Cassazione contesto proprio l’infondatezza di quella divisione temporale. Dopo la Cassazione, nel luglio 2021 la Corte di Appello di Palermo lo ha condannato a sei anni di reclusione.

D’Alì è stato senatore dal 1994 al 2018, sottosegretario all’Interno, durante il governo Berlusconi, dal 2001 al 2006. Indagini pesanti quelle contro D’Alì, ritenuto dai magistrati vicinissimo ad ambienti mafiosi e ad imprenditori risultati appartenere o vicini a pericolosi boss trapanesi. Indagini per lo più frutto del lavoro investigativo della squadra mobile trapanese diretta da Giuseppe Linares, oggi a capo della struttura del Viminale che si occupa di sequestri e confische, e coordinate da un pool di magistrati, in particolare i pm Paolo Guido e Andrea Tarondo (in appello un lavoro di riordino degli atti e nuove audizioni venne condotto dal sostituto pg Nico Gozzo).

Indagini che partivano dal rapporto che esisteva tra D’Ali e i famigerati Francesco e Matteo Messina Denaro, l’attuale latitante, e del “patto” stretto con loro per cedere a un prestanome, l’odierno pentito Francesco Geraci, gioielliere di Castelvetrano, suoi terreni arrivati poi nel possesso di Totò Riina. Un lungo processo, cominciato nel 2011, e che si è svolto in tutti i gradi di giudizio sempre con il rito abbreviato, ma durante il quale sono stati fatti transitare nuove investigazioni, come, l’ultima, quella dei carabinieri di Trapani coordinati dal colonnello Antonio Merola, che materialmente fotografarono poco tempo addietro D’Alì in compagnia di esponenti della mafia rurale del trapanese.

Nella sentenza di condanna del processo di appello bis , i giudici ritennero provata l’accusa: “D’Alì con piena coscienza e volontà ha favorito Cosa nostra per più di 20 anni”. Contro D’Alì pesano alcuni interventi fatti proprio mentre era sottosegretario all’Interno, come il trasferimento da Trapani in un battibaleno dell’allora prefetto Fulvio Sodano, che si era scontrato con lui proprio a proposito della difesa, esercitata dal prefetto, dei beni confiscati, come l’impresa Calcestruzzi Ericina che senza l’aiuto di Sodano sarebbe andata fallita e che apparteneva al boss ergastolano Vincenzo Virga. Tra gli atti del processo la circostanza di un telegramma ricevuto da D’Alì dal carcere e ritenuto provenire proprio da uno dei figli del boss, che lamentava come loro si stavano facendo il carcere.

C’è poi la vicenda del tentato trasferimento da Trapani dell’allora capo della Mobile Linares, proprio mentre questi si occupava di indagini per la ricerca di latitanti e dei rapporti tra mafia, politica e imprese. Circostanze svelate in diversi verbali dal collaboratore di Giustizia Nino Birrittella e da un sacerdote, Ninni Treppiedi, che per un periodo fu vicino al senatore D’Ali, tanto da raccogliere “segretissime confidenze”, e dal quale si divise dopo avere ricevuto determinate pesanti richieste di intervento per condizionare alcune testimonianze.

D’Alì, insomma, sarebbe stato il coperchio di una pentola dove per decenni si sono mischiati rapporti tra mafia e istituzioni e sarebbe stato il testimone del passaggio dalla mafia rurale a quella più moderna dell’impresa. Di D’Alì e della sua banca, la Sicula, si occupò nei primi anni ’90 l’allora capo della squadra mobile, Rino Germanà, sfuggito ad un agguato di mafia nel settembre del 1992. Nel 2017, D’Alì, mentre era candidato a sindaco di Trapani, fu raggiunto da una richiesta di obbligo di dimora a Trapani per pericolosità sociale, misura di prevenzione confermata dal Tribunale ma poco tempo addietro revocata in appello per mancanza di attualità dei rapporti con soggetti mafiosi e infine annullata dalla Cassazione. La decisione della massima corte se confermare o meno la condanna per l’ex politico trapanese dovrebbe giungere in serata.


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