PALERMO – Una montagna di soldi accumulati con la droga e investiti in un reticolo di società in giro per il mondo. Ecco come e da chi sarebbe stata alimentata negli anni la cassaforte di Matteo Messina Denaro.
I tre arrestati
Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo finiscono in carcere Giacomo Tamburello, 65 anni (bloccato a Campobello di Mazara), il figlio Luca, 42 anni, e l’ex moglie Maria Antonia Bruno, di 62 (erano a Malaga). I loro nomi sono legati a fondi patrimoniali, società di investimenti e immobiliari, attività commerciali, case, ville e capitali all’estero.
Luca Tamburello si è laureato in discipline bancarie e finanziarie internazionali e ha lavorato in istituti di credito come Morgan Stanley a Londra, esperienze che gli hanno consentito di stringere i rapporti con la finanza che conta. Gli enormi flussi di denaro incassati con la droga dalla fine degli anni ’80 Tamburello e Bruno li avrebbero investiti grazie a società paravento e prestanomi. Il figlio, secondo i pm, “acquisite le necessarie competenze tecniche ha nel tempo affiancato il padre nella gestione dei patrimoni illeciti”.
Le indagini dei finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo, coordinate dal procuratore Maurizio de Lucia, dall’aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Luisa Bettiolo e Bruno Brucoli, partono da Campobello di Mazara e giungono ad Andorra, Spagna, Gibilterra, Isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco.
Gli affari della droga con Messina Denaro
Gli investigatori si sono avvalsi delle dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia finora top secret: Vincenzo Spezia e Francesco Bruno. Con i soldi della droga che sarebbe stato creato un impero. Sin dall’inizio degli anni Ottanta, la famiglia Messina Denaro ha incassato il 10% sui traffici internazionali di droga. Poi Giacomo Tamburello, con un passato pieno di condanne, e Matteo Messina Denaro sarebbero diventati soci in affari.
Nel 2025, mentre si trovava in Spagna, Luca Tamburello, confidava all’impiegata di una banca che il padre aveva lasciato “un patrimonio alla madre”.
L’avvocato massone
Emerge ancora una volta con prepotenza la figura dell’ottantenne avvocato Antonio Messina. Sarebbe il “Solimano” citato nelle lettere che Matteo Messina Denaro si scambiava con l’amante Laura Bonafede.
Sotto processo per mafia, Messina avrebbe gestito la cassa mafiosa da cui venivano prelevati i soldi per finanziare la latitanza del padrino arrestato nel 2023 e deceduto. “Quel Solimano di merda di ci ha distrutti”, diceva sprezzante la maestra e figlia del capomafia Leonardo Bonafede.
L’avvocato si muoveva fra la Sicilia, Milano e Bologna. Alla fine degli anni Settanta fu condannato per il sequestro di Luigi Corleo, il suocero dell’esattore mafioso di Salemi Nino Salvo. Poi la condanna per traffico di droga negli anni Novanta. Assieme a lui erano imputati l’ex sindaco del Comune di Castelvetrano Antonio Vaccarino, e pezzi grossi come Nunzio Spezia e Franco Luppino, fedelissimi del latitante.
Gli era piovuta addosso pure l’accusa pesantissima di essere stato il mandante dell’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Un delitto costato l’ergastolo a Totò Riina e Mariano Agate. Messina fu scagionato.
Massone in sonno del Grande Oriente d’Italia (loggia Domizio Torrigiani), nel 2019 Messina fu intercettato mentre parlava con Giuseppe Fidanzati, uno dei figli di Gaetano Fidanzati, boss dell’Acquasanta, oggi deceduto. Viveva a Milano, la sua seconda città e base operativa dei traffici di droga.
In una delle tante lettere che il padrino si scambiava con la maestra emerge la rabbia di Matteo Messina Denaro nei confronti dell’avvocato Messina. Avrebbe anche pensato di ucciderlo per dei contrasti mai chiariti.
In un pizzino al 19 dicembre 2022 Bonafede scriveva che “a Solimano gli piace spendere soldi facili ma mai avrei potuto pensare che arrivasse a tanto, quando dici che gliela farai pagare che non ti fermi ti posso dire che ne sono certo, ti conosco anche sotto questo aspetto. Non ti nego che mi sarebbe piaciuto che avessi fatto due piccioni con una fava, Solimano e pancione, ma pancione ci sta pensando da solo mangia come un porco nemmeno può camminare più”. “Pancione” sarebbe Epifanio Napoli, oggi deceduto.
I soldi “mandati” al padrino
Giacomo Tamburello è stato in contatto con l’avvocato Messina. Hanno condiviso anche un processo e una condanna. I due furono intercettati nel 2016 mentre Tumbarello diceva: “… perché in caso gli dico a lui… mandaglieli”. Secondo l’accusa, parlavano di soldi da fare avere alla “famiglia” Messina Denaro. In particolare “questi li abbiamo dovuti mandare a quelli che sono all’ospedale”.
Era il 2016, nei giorni in cui qualcuno “si fa il coso… l’operazione..”. Dall’incrocio dei dati si è scoperto che giorni Messina Denaro, con l’identità di Andrea Bonafede, si è sottoposto ad un intervento di ernia inguinale. La Procura resta convinta che i soldi arrivavano al padrino, anche se il giudice per le indagini preliminari ha escluso l’aggravante mafiosa nel reato di impiego di capitali di provenienza illecita. Aggravante mafiosa che invece è stata confermata nei traffici di droga.
Ora cadono alcune pedine dello scacchiere economico di Messina Denaro, ma non sono le uniche.

