Le radici di sangue del narcotraffico: Famà e i colombiani - Live Sicilia

Le radici di sangue del narcotraffico: Famà e i colombiani

Il libro I morti non parlano ci racconta le sofferenze dei desplazados
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CATANIA – Flavia Famà è figlia dell’avvocato Serafino Famà, un nome impresso con il sangue sull’asfalto delle strade catanesi. Era il 1995 e a ucciderlo fu la mafia. L’omicidio di mafia ha spesso due conseguenze devastanti: seppellisce chi cade; condanna a vivere in un tunnel chi resta. Flavia ci ha messo del tempo a uscirne fuori e passare all’azione. Poi ha incontrato Libera, associazione fondata da don Luigi Ciotti e presieduta da Nando Dalla Chiesa. Da lì è iniziato un percorso di consapevolezza assieme ad altri parenti di vittime della mafia. Sono davvero tanti. Tutti feriti nell’animo e nello spirito. Ma non sconfitti. Tutt’altro. 

Ingiustizie

Famà è una donna concreta, seria e insofferente alle ingiustizie. La tragica vicenda che si porta dietro le ha consentito di spendere sul campo il meglio delle proprie doti morali, intellettuali e militanti. Perché Mafia non vuole dire soltanto Sicilia, ‘Ndrangheta o Gomorra. Vuole dire soprattutto droga, tonnellate di sostanze importate dall’altro mondo e che reggono interi sistemi finanziari. Un fenomeno opaco chiamato narcotraffico, che si abbevera di corruzione, sopraffazione, violenza e sfruttamento dei più deboli. Insomma, c’è un mondo a monte che spesso non vediamo perché lo immaginiamo vittima di se stesso e condannato all’irredimibilità. 

Il saggio I morti non parlano (Villaggio Maori ed.) è frutto del viaggio in Colombia fatto dalla stessa autrice. Un paese difficile da decifrare. Dove – almeno formalmente – non vi è alcuna dittatura o neanche un regime dei colonnelli. Il che vale però quanto un’aggravante rispetto a quanto accade quotidianamente. Perché la democrazia (quella vera) è spesso solo sulla carta. Stessa cosa per la macchina della giustizia. Il popolo spesso non sa neanche cosa siano nel concreto i cosiddetti diritti inviolabili, a partire da quelli sociali. 

Il libro-inchiesta di Famà mette insieme ricostruzione storica degli eventi ed empatia verso coloro che hanno subito ogni genere di vessazione in una guerra impari che ha visto da una parte stato, esercito, politici reazionari e anticomunisti, paramilitari, guerriglieri, servizi segreti e dall’altra il popolo inerme: i desplazados, appunto, gli oppositori politici e persino comuni cittadini. 

La metafora

Pendendo in prestito le parole di Sciascia, la Colombia torna utile pure a noi come metafora. “Quella che Flavia Famà descrive con passione e con soffocata indignazione – anticipa Nando Dalla Chiesa nella prefazione – è la storia della Colombia. Che è certo storia anche di altro: da García Márquez a Botero fino a filoni interi di grande volontariato sociale. Ma è alla fine, al cuore civile di tutto, la storia che qui viene raccontata. Una storia che sta tutta dentro la convulsa vicenda latino-americana. Non ancora conclusa, peraltro. Né in Colombia dove qualche chiarore comunque si vede, né in Messico dove il panorama si fa via via più fosco e minaccioso, né nella grande regione amazzonica dove i diritti umani, non si dice «civili», sono schiacciati dalla commistione (di cui anche questo libro riferisce) tra grandi multinazionali che esibiscono «etica di impresa» e bande criminali che dell’etica si sbarazzano a colpi di Kalashnikov. America Latina, Africa Asia e pure – perché no? – porzioni di Europa e di Stati Uniti. Civiltà e diritti. Diritti e criminalità. Ma anche geopolitica e criminalità organizzata. Non è davvero più piccolo il contesto in cui tutto si svolge”. 

Luoghi sanguinosi

Ecco Flavia Famà: “Per cercare di capire quello che ancora oggi dà luogo a scontri sanguinosi è necessario esaminare il contesto storico e le istanze rivendicate dai guerriglieri, anche al fine di comprendere il difficile lavoro dei difensori dei diritti umani e l’equilibrio precario sul quale si è lavorato alla stipola dei vari accordi di pace. Per avere un’idea dell’impatto del conflitto sulla popolazione civile – spiega l’autrice – basti pensare che la Colombia ha un altissimo numero di persone assassinate, in particolare sindacalisti, e di sfollati interni – i desplazados –, che per esempio nel 2010 ha raggiunto la cifra di circa 250.000 in un anno, come risulta dal Quarto rapporto della Commissione interamericana sulla situazione dei diritti umani in Colombia, «Verità, giustizia e riparazione», Pubblicato il 31 dicembre 2013: un numero che, secondo la Commissione, ricorda le vicende del Darfur”. 

La conclusione del libro consegna una massima che non può essere neanche ingenuamente messa da parte, perché è forse l’unica a cui aggrapparsi: “Forse solo il tempo ci consegnerà la verità su tutto il sangue che scorre sotto le terre colombiane”. Sì, forse andrà così.  


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