PALERMO – In Sicilia una legge costa tre milioni di euro. E qualche volta, nonostante l’ingente investimento dei siciliani, il risultato non è così soddisfacente. Anzi, quest’anno cinque di queste norme “d’oro” sono state pesantemente bocciate dal governo nazionale che ha costretto l’Ars a riscriverle. Poco male. Perché non è che l’Assemblea, nel frattempo, andasse avanti a ritmi vertiginosi. Anzi. Tra rimpasti, litigi, commissioni da rinnovare, campagne elettorali, assenteismo selvaggio, assenza di relazioni tecniche del governo, il parlamento siciliano è riuscito finora nell’immane sforzo di produrre due leggi al mese. E se si guarda un po’ oltre i numeri, la sostanza è persino più deprimente. Dei 24 ddl approvati, cinque sono in un certo senso “obbligatori” (esercizio provvisorio, bilancio, Finanziaria rendiconto e assestamento). Il resto probabilmente non cambierà il futuro della Sicilia.
Oggi è prevista a Sala d’Ercole la votazione per le commissioni legislative, da rinnovare. Già da un po’ al dire il vero. Ma da una settimana l’attività parlamentare è ferma a causa delle liti interne del Pd. Nuove divisioni tra l’area dei renziani e gli altri deputati per la scelta del capogruppo e, di conseguenza, per i nomi da piazzare appunto al vertice delle Commissioni. I presidenti del Pd dovrebbero essere tre. Potrebbe essere confermato in commissione Sanità Pippo Digiacomo, mentre Giovanni Panepinto e Concetta Raia potrebbero dividersi le altre due (alla deputata catanese potrebbe andare la Commissione Ue o quella per il Regolamento). Potrebbero restare al loro posto anche Marcello Greco per Sicilia Futura alla guida della commissione Cultura e il grillino Giampiero Trizzino per la Commissione ambiente. Una conferma, però, non così scontata. E a mettere in bilico la presidenza di Trizzino è la mozione di sfiducia presentata dal Movimento cinque stelle. Un gesto che potrebbe pregiudicare il dialogo e quindi un accordo tra maggioranza e opposizione. Sarà probabilmente guerra invece per la guida della Commissione bilancio. Gli esiti dell’ultimo rimpasto, con l’esclusione del Megafono dalla giunta (nonostante l’apparente endorsement per Luisa Lantieri), potrebbero portare, a mo’ di risarcimento politico, il capogruppo Giovanni Di Giacinto alla guida della seconda commissione. Una carica dal grande valore strategico. Ma a quella poltrona aspira anche l’Ncd di Alfano. E a dire il vero si tratterebbe sostanzialmente di una conferma, visto che l’aspirante presidente è l’attuale facente funzioni Vincenzo Vinciullo. Ma tutto è condizionato al Pd che già ieri sera, fino a notte, ha cercato di chiudere un accordo al proprio interno che eviti di trasformare Sala d’Ercole in un luogo adatto per le imboscate. Si vedrà.
Resta il fatto che l’Ars è ancora ferma. E lo stesso presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone ha ammonito: “Ulteriori ritardi nella piena operatività delle Commissioni non saranno giustificabili di fronte ai siciliani, anche in considerazione dell’imminente avvio della sessione di bilancio”. Una sessione che automaticamente escluderà, per regolamento, la discussione di ogni altro disegno di legge. Così, il parlamento siciliano si discosterà di poco, da qui a fine anno, dal numero di leggi approvate finora: ventiquattro. Due al mese, dicevamo. Ma cinque di queste, come detto, sono quelle “finanziarie”, compreso l’ultimo bilancio. Una delle norme impugnate dal governo nazionale che ha “cassato” l’utilizzo del Fondo di sviluppo e coesione per la copertura della spesa corrente per il 2016 e il 2017. E le impugnative hanno finito per colpire anche alcune delle norme considerate il “fiore all’occhiello” di questa legislatura. A cominciare dall’”epocale” riforma delle Province che l’Ars dovrà di fatto riscrivere, ricopiando la legge Delrio. Lo stesso vale per la riforma del sistema idrico, altro “buco nell’acqua” di governo e parlamento. E uguale risultato è stato ottenuto con la legge sugli appalti e con quella riguardante le operazioni di voto per le elezioni comunali. Oltre il 20 per cento delle (poche) leggi approvate, insomma, è stato in parte o del tutto bocciato.
Il resto? L’elenco delle riforme esitate nel 2015 dall’Ars certamente non cambierà il volto della Sicilia. Si inizia dalle norme per garantire il sussidio ai Pip, il regalo della Befana ai precari, approvato l’8 gennaio. Lo stesso giorno ecco la norma che disciplina il ticket per gli ecomusei. Dopo l’approvazione necessaria (e comunque in ritardo) dell’esercizio provvisorio, l’Ars ha dato il via libera al mega-mutuo da 1,8 miliardi di euro che rappresenta la seconda “rata” del cosiddetto Salvaimprese. È il 9 febbraio. Nei primi due mesi, insomma, l’Ars ha prodotto sussidi e debiti.
La primavera è introdotta da qualche norma-spot come quella riguardante la tutela del patrimonio storico-culturale risalente alla prima guerra mondiale, le norme contro la discriminazione di genere e quello riguardante il registro delle Unioni civili. Leggi dall’impatto, per essere indulgenti, ancora tutto da verificare. Ad aprile l’Ars riesce a partorire solo l’ennesima proroga dei commissari delle Province. E si è già nella nuova sessione di bilancio.
La manovra passa a maggio, anche questa oltre i termini dell’esercizio provvisorio. Quindi l’Ars si impegna per dare una reale accelerazione prima delle ferie estive. Lo sforzo si traduce nell’adeguamento alla legge nazionale delle indennità di Consigli e giunte comunali, nella legge che riordina il sistema delle tasse automobilistiche, in quella che tutela il patrimonio faunistico siciliano e nel rendiconto generale. Oltre a un pacchetto di riforme-chiave già citate: quella sulla durata del voto per il rinnovo dei consigli comunali, la legge sugli appalti, la legge sulle Province e la riforma dell’acqua. Tutte approvate tra il 10 e l’11 luglio. E tutte impugnate. Dopo questo confortante risultato i deputati sono andati in vacanza. La nuova legge vedrà la luce solo il 30 settembre: interventi in favore dei bacini di carenaggio. Lo stesso giorno è approvato il faticosissimo assestamento di bilancio. Il giorno dopo è il turno del ddl sulle Biobanche e quello che prevede una deroga al cumulo degli incarichi per i dipendenti dell’assessorato all’Economia. Il 9 ottobre, l’ultima legge approvata nel 2015 da Sala d’Ercole: una norma brevissima che prevede l’accorpamento dell’ospedale Papardo Piemonte e dell’Istituto Bonino Pulejo di Messina. Tutto qua.
Leggi di piccolo cabotaggio, nella maggior parte dei casi. Mentre le riforme più corpose sono state impugnate clamorosamente. Nonostante ciò, ogni legge è stata pagata carissima dai siciliani. Tra stipendi dei deputati (16 milioni circa in un anno), spese per i gruppi (altri 6 milioni), per le segreterie e i consulenti (più di tre milioni), quelle per il personale dell’Ars (27 milionii, più altri 16 milioni di tasse) e spese varie per la gestione del Palazzo, quest’anno l’Assemblea spenderà più settanta milioni di euro. Tre milioni per ognuna delle leggi approvate. Un affare.

