Il caso Santa Venerina e il debito che fa rischiare dissesti a ripetizione - Live Sicilia

Il caso Santa Venerina e il debito che fa rischiare dissesti a ripetizione

Comincia tutto all'indomani del terremoto del 2002

SANTA VENERINA – È il 29 ottobre 2002. Un terremoto 4,4 della scala Richter mette in ginocchio il Comune di Santa Venerina, in provincia di Catania, dov’è localizzato l’epicentro del sisma. Tra i molti edifici resi inagibili dalla scossa c’è anche quello del municipio. In una tenda in piazza, il 31 ottobre di quell’anno, l’allora giunta comunale decide di approvare un project financing sull’acqua: un milione di euro per la costruzione di impianti che rendessero adatta al consumo umano l’acqua usata dal Comune.

Ventidue anni dopo, quel progetto di finanza votato dopo lo shock del terremoto è ancora al centro della vita politica di Santa Venerina. Ed è costato all’amministrazione già due dissesti economici-finanziari consecutivi, col rischio che non siano gli unici. Nel frattempo, sempre per via di questo project, il titolare dell’impresa è stato rinviato a giudizio per truffa ai danni del Comune: il processo è in corso al tribunale di Messina, l’udienza più recente si è svolta la scorsa settimana.

Il project sull’acqua

Il project financing era stato proposto al Comune di Santa Venerina dalla società Ingegneria & Appalti, una srl con sede a Rodi Milici che ha per legale rappresentante Giuseppe De Pasquale, imprenditore originario di San Pietro Patti, nel Messinese. A fronte di un investimento da un milione di euro, l’amministrazione di Santa Venerina dava in concessione ai privati la progettazione e la costruzione di alcuni impianti per il trattamento delle acque, l’adeguamento degli impianti esistenti. Per trent’anni.

A Santa Venerina, il servizio idrico è gestito dal Comune. Così sarebbero stati i cittadini, pagando le bollette, a pagare anche l’ammortamento dell’investimento dei privati e la tariffa per l’erogazione dell’acqua. Nel 2003 viene stipulata la convenzione, nel 2004 parte il nuovo sistema. E lì cominciano i problemi: la rete dell’acqua, cioè i tubi, sono obsoleti, disperdono acqua che qualcuno deve pagare. Tra i cittadini ci sono, inoltre, dei morosi, qualche allaccio abusivo. Insomma: il Comune di Santa Venerina accumula le fatture di Ingegneria & Appalti ma non riesce a pagarle tutte. Nel frattempo, il servizio di potabilizzazione dell’acqua, per l’amministrazione, non è più necessario: l’acqua viene attinta da pozzi che forniscono, all’origine, la certificazione di idoneità al consumo umano.

Il lodo arbitrale

Comincia a questo punto, siamo già nel 2006, una trattativa per risolvere il contratto. Nei patti sta scritto: l’accordo bonario, se si fa, va firmato entro il 31 dicembre 2008. Sennò non è valido. A quella data, però, il Consiglio comunale l’accordo non lo approva, “per la sopravvenienza di una norma di legge che sottraeva ai Comuni la competenza in materia di gestione del servizio idrico“. Sono le famose Ato idriche, le Autorità d’ambito che ancora oggi non decollano.

Il dilatarsi della storia comporta anche un avvicendarsi di amministrazioni. Con le elezioni di mezzo, è facile che si perda quello che è stato fatto in passato e che si ricominci da un punto diverso. Ed è quello che accade. Il 31 dicembre 2008 l’amministrazione comunale notifica alla società Ingegneria & Appalti un recesso unilaterale del contratto. Che è cosa diversa da una risoluzione consensuale tramite accordo bonario.

La questione, dunque, viene risolta tramite un lodo arbitrale: una procedura che permette di risolvere le controversie lasciando che le discutano degli arbitri. Il Comune di Santa Venerina, il cui avvocato pare si sia presentato privo della procura per partecipare alla discussione, viene condannato a pagare il milione di euro dell’investimento dei privati, più due milionia titolo di indennizzo per il mancato guadagno“. Santa Venerina deve pagare poi un milione e centomila euro di fatture arretrate. Ma il contratto viene considerato, secondo il lodo arbitrale poi diventato definitivo, risolto.

Il primo dissesto economico-finanziario

A conti fatti, la piccola amministrazione etnea ha sulle spalle un debito di quasi cinque milioni di euro. È l’estate 2010. Un anno dopo, all’inizio dell’autunno 2011, Ingegneria & Appalti chiede al tribunale che il lodo diventi esecutivo: vogliono i soldi. Per il Comune di Santa Venerina, quell’importo è pari a un terzo del bilancio totale. Nella primavera 2013 l’amministrazione comunale dichiara il primo dissesto economico-finanziario.

Si insedia l’Organismo straordinario di liquidazione che porta avanti la cosiddetta “procedura semplificata”: i commissari tentano di accordarsi con i creditori, proponendo di versare loro solo una parte del credito, ma subito. Il più grosso dei creditori non ci sta. La società messinese preferisce aspettare, però ricevere l’intera somma. Interviene la normativa nazionale che aiuta i Comuni in dissesto: un po’ com’è stato per Catania, anche Santa Venerina può beneficiare di un contributo del governo nazionale: è grazie a quello che, nel 2018, il municipio riesce a pagare 4,8 milioni alla Ingegneria & Appalti, oltre ai due milioni di euro circa che aveva pagato fino al 2009, prima che intervenisse la sentenza del lodo.

Il paradosso del secondo dissesto

In quegli anni, però, dopo il dissesto e finché il Comune non paga l’importo stabilito dal lodo arbitrale, la società privata continua a erogare il servizio e a emettere fatture. Una dietro l’altra. Santa Venerina ricorre al tribunale di Catania, in sede civile, contestando la legittimità della prosecuzione del contratto. Sostiene il Comune: il lodo stabilisce che finché noi non paghiamo, Ingegneria & Appalti ha diritto a mantenere la gestione degli impianti, non già a erogare il servizio. Il giudice di primo grado dà ragione all’amministrazione pubblica e condanna Ingegneria & Appalti al pagamento delle spese di lite.

In Appello, però, la decisione viene ribaltata. Scrivono i giudici di secondo grado: nel lodo si fa riferimento al fatto che, finché le somme statuite dal lodo non saranno versate, l’azienda privata ha diritto allo sfruttamento funzionale degli impianti, e quindi alla gestione del servizio. Le fatture, in altri termini, erano legittime: nel 2022 spunta così un nuovo debito, del valore di due milioni e mezzo di euro.

Nel frattempo, pendeva anche un altro procedimento giudiziario: i privati chiedono, stavolta al Tar, di ottenere anche il pagamento degli interessi per le fatture emesse dal lodo arbitrale al dissesto. Quindi dal 2009 al 2013, per poco meno di 1,8 milioni di euro. I giudici amministrativi danno ragione anche su questo ai privati. È la batosta che mancava: nel 2023, dieci anni dopo il primo dissesto, il Comune di Santa Venerina è costretto a dichiararne un altro perché non può pagare i nuovi debiti maturati con la stessa impresa messinese.

Il processo per truffa

In questo contesto, col rischio che il ritardo nei pagamenti di questi debiti generino ulteriori interessi che genereranno un futuro nuovo dissesto (e così, ad libitum), l’amministratore della società, Giuseppe De Pasquale, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni del Comune di Santa Venerina. “Mediante artifici e raggiri“, si legge nel capo d’imputazione, l’imprenditore avrebbe indicato negli atti del project financing “dati notevolmente difformi da quelli indicati nel bilancio della società”.

Secondo l’accusa, a carico del Comune ci sarebbero stati importi “gonfiati” fino all’80 per cento, in modo da giustificare così “aumenti tariffari” e procurandosi “un ingiusto profitto”. Il processo sarebbe dovuto partire l’11 ottobre 2023, a Messina. Ma, in quella data, il fascicolo pare sia andato smarrito nei meandri del tribunale. L’udienza è stata così rinviata prima al 18 febbraio 2024 e, poi, al 18 marzo. Cioè nove giorni fa. I faldoni dell’inchiesta sono stati ritrovati poche ore dopo.


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