MESSINA – “Lo ricordiamo da giovanissimo, dopo gli studi aveva partecipato al concorso per entrare nella Polizia di Stato e dopo essersi trasferito tornava spesso qui per le vacanze”. Sono i ricordi di chi vive ad Alì Terme di cui è originario Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia fermato a Milano per l’omicidio di Abderrahim Mansouri.
La famiglia vive ancora in Sicilia
Il 42enne che si faceva chiamare “Luca”, è nato e cresciuto nel piccolo centro della provincia di Messina, ma aveva ormai lasciato da tempo la Sicilia, dove abitano ancora i genitori e la sorella. La notizia del suo arresto ha provocato choc e incredulità in tutta la comunità.
La svolta nelle indagini
“L’ultima volta l’abbiamo visto insieme alla compagna – raccontano -. Quello che è accaduto ci ha profondamente scosso, lui era rimasto molto legato al territorio”. Cinturrino è al centro dell’inchiesta che ha preso il via il 26 gennaio, dopo la morte del presunto pusher marocchino nel boschetto di Rogoredo. Nelle scorse ore la svolta nella vicenda giudiziaria, quando il poliziotto ha ammesso le sue responsabilità.
Oggi l’interrogatorio
Oggi, 24 febbraio, sarà interrogato dal gip. Nel frattempo, ad Alì Terme, il pensiero è rivolto soprattutto alla sua famiglia. Il padre è un ex dipendente della pubblica amministrazione, la madre lavorava alle Poste.
“Una famiglia benvoluta da tutti”
“Una famiglia numerosa e rispettabilissima – dice l’ex sindaco Tommaso Micalizzi -. Ad Alì Terme vivono anche zii e cugini, persone che hanno sempre agito nella correttezza e benvolute da tutti. Ho contattato la mamma per manifestare la mia vicinanza, era sconvolta, come lo sarebbe qualunque genitore in una vicenda come questa. Ho incontrato Carmelo l’ultima volta la scorsa estate, ci siamo salutati come sempre”.
“Quello a cui stiamo assistendo in queste ultime ore – aggiunge Micalizzi – è un massacro mediatico di un giovane poliziotto, figlio della nostra terra, che è stato gia condannato prima ancora di essere processato”.
“Fiducia nella giustizia”
“Dietro questa tragedia vi sono storie che probabilmente meritano di essere raccontate e non ultimo la dignità e il rispetto di una famiglia inesorabilmente calpestati, cui non resta altro che la speranza di un giusto processo e fiducia nella giustizia. Eppure si narra che lo stesso poliziotto avesse in passato ricevuto elogi per avere arrestato tanti spacciatori. Siamo solo agli inizi di una storia che sinceramente non ci appassiona per la stretta vicinanza ad una famiglia perbene e stimata in tutto il nostro comprensorio che si è trovata alla ribalta della cronaca e che oggi prega, in religioso silenzio, attendendo di conoscere il destino del proprio figlio”, conclude.

