Messina Denaro, nuovi pentiti svelano gli affari coi boss di Palermo

Due nuovi pentiti svelano gli affari di Messina Denaro e dei boss di Palermo

Messina Denaro
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PALERMO – Due nuovi collaboratori di giustizia svelano gli affari della droga che hanno ingrossato il portafoglio di Matteo Messina Denaro. Sono Giuseppe Bruno e Vincenzo Spezia.

Bruno, Provenzano e i boss di Bagheria

Giuseppe Bruno è stato arrestato dai finanzieri nell’ottobre 2024. È figlio di Francesco, imprenditore di Bagheria e pregiudicato per reati finanziari. Del padre si parlava già negli anni Novanta. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino, l’uomo del controllo illecito degli appalti pubblici, individuò in Francesco Bruno l’anello di congiunzione fra i boss Greco di Bagheria e Bernardo Provenzano. I beni di Bruno senior furono sequestrati, ma una parte venne poi restituita.

I rapporti con Calvaruso di Pagliarelli

“Nel 1995 gli hanno un sequestro a suo padre settecento miliardi di lire, pensa suo padre era uno degli imprenditori più forti di tutta la Sicilia… poi gliel’hanno dissequestrato il patrimonio. Quello che hanno fatto a Riccione è impressionante”, diceva il boss di Pagliarelli Giuseppe Calvaruso, un tempo fedelissimo del latitante Giovanni Motisi, che con Bruno ha stretto un patto per investire una montagna di soldi in Brasile e Svizzera.

Il 21 gennaio scorso Bruno, che oggi vive sotto programma di protezione, ha parlato di Giacomo Tamburello, uno dei tre arrestati del blit. Le notizie le ha apprese da Domenico Mimmo Scimonelli, mafioso di Partanna, che fino al suo arresto del 2015 era un insospettabile imprenditore del vino. Poi è stato condannato per mafia e omicidi. Era uno dei cassieri di Matteo Messina Denaro.

Le confidenze di Scimonelli su Messina Denaro

Bruno racconta di avere saputo da Scimonelli che Messina Denaro era entrato in affari con i calabresi per importare sostanze stupefacenti dal Sudamerica, dalla Spagna e dal Marocco. C’era un accordo con la famiglia mafiosa Guttadauro di Brancaccio. Fanno la spola con il Marocco dove gestiscono un’azienda di lavorazione del pesce. Filippo Guttadauro ha sposato una delle sorelle di Messina Denaro, Rosalia.

L’incontro con Guttadauro

I pm di Palermo gli mostrano la foto di Giacomo Tambirello e inizia il racconto: ”L’ho conosciuto in occasione di un incontro che ho avuto a Mazara del Vallo con Filippo Guttadauro nel retrobottega di una tabaccheria di un loro amico, basso di statura, di cui non ricordo il nome. Il periodo era all’incirca l’inizio del Duemila. Aveva un appuntamento col Guttadauro, che io dovevo incontrare per vedere delle aree che egli vendeva nella parte di costa di Mazara, io già lavoravo con il gruppo immobiliare di Riccione… e con me c’era il geometra Carlo Savoli…. io ero un costruttore e volevamo acquistare per turisti del nord Italia, alla fine acquistammo le proprietà di Marsala Birgi dove poi sorse l’Heron’s Bay”.

L’affare del resort

Si tratta del resort di Marsala che, come svelò un’inchiesta di Livesicilia, è stato al centro di un intreccio di interessi mafiosi. Il racconto di Bruno prosegue: “Ho sentito parlare più volte del Tamburello come uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara, fu Filippo Guttadauro stesso a dirmelo, sia nel corso di quell’incontro che in seguito. Mi fu detto anche che se avessi avuto problemi con l’Heron’s Bay mi sarei dovuto rivolgere al titolare dell’autolavaggio vicino all’aeroporto di Birgi, che aveva avuto l’appalto per la pulizia delle auto degli autonoleggi per l’aeroporto, che era già un uomo di riferimento per la famiglia di Marsala. Più volte fui visitato da lui durante la costruzione dell’Heron’s Bay”.

Le rotte della droga

Sui traffici di droga aggiunge che “la maggior parte degli sbarchi di droga organizzati dai trapanesi avvenivano in Spagna e da qui la droga era trasportata in Italia con i camion frigo per il trasporto del pesce, questo avveniva sino ad un recente periodo tanto che mi fu confermato da Paolo Liga. Mi spiegò che ad un certo punto i trapanesi non volevano più lavorare con i palermitani (che non avevano pagato delle forniture) ed avevano avviato dei canali milanesi”.

Gli altri palermitani

L’11 febbraio scorso Bruno è di nuovo seduto davanti ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Tira in ballo i palermitani Francesco Marsalone, Gisueppe Calvaruso e Francesco Maniscalco. Erano interessati a conoscere “l’avvocato e l’ingegnere che avevano in piedi un traffico che funzionava bene su Milano, io risposi però al Calvaruso che non volevo essere coinvolto negli affari di droga. Io infatti obiettai a Giuseppe che egli aveva la possibilità di penetrare il mercato trapanese tramite Pietro Badagliacca, che per conto del mandamento di Pagliarelli aveva il contatto con Matteo Messina Denaro, quindi poteva rivolgersi direttamente a lui senza chiedere a me”.

I rapporti fra la famiglia Badagliacca di Mezzomonreale e Messina Denaro fanno parte della storia di Cosa Nostra: “Capisco però che il Calvaruso cercò di coinvolgermi perché, grazie al mio reclutamento nell’operazione di riciclaggio dei 74 milioni di euro, sapeva che io avevo rapporti diretti con Matteo Messina Denaro”.

“Non so come finì la collaborazione fra Calvaruso e Tamburello – conclude – ma credo che verosimilmente riuscirono a organizzare un traffico di hashish e cocaina ma con pagamento a vista”.

Il mistero della donna

Ci sono dei misteri ancora da svelare: “So che in tale traffico vi era un coinvolgimento di una donna, che il Calvaruso mi disse essere molto bella, che intratteneva i rapporti con il Calvaruso. La persona che io chiamo l’avvocato (si tratta dell’avvocato Antonio Messina, nome in codice “Solimano” nelle lettere di Messina Denaro ndr) e il Tamburello avevano avviato questo traffico di stupefacenti per conto di Matteo Messina Denaro ed erano in grado di rifornire sia di cocaina che di hashish ad un prezzo notevolmente più basso rispetto a quello proposto dei calabresi, purché la droga venisse pagata a vista. All’epoca i calabresi vendevano la cocaina a 31 mila euro mentre il Tamburello riusciva a venderla a 24 mila euro al chilo”.


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