Mattarella e Palermo: quello che non tutti sanno

Mattarella e Palermo: quando finì la primavera

Il rapporto del Presidente con la sua città. La critica a Orlando
LE ELEZIONI PRESIDENZIALI - LA STORIA
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Gli applausi che hanno salutato la passeggiata palermitana del Presidente Sergio Mattarella sono la chiosa di una esperienza da Servitore dello Stato che sarà inscritta nella storia. Un suggello consumato con affettuosa sobrietà, come nello stile del personaggio. Un monumento estemporaneo che assumerà una proporzione via via più significativa con il trascorrere degli anni. Il Presidente della Repubblica palermitano è stato il punto fermo del sistema, il garante che ha impedito al Paese di sfasciarsi sugli scogli della irresponsabilità politica. La sua presenza, in un momento straordinariamente drammatico e pandemico, ha rappresentato un caposaldo irrinunciabile. Questo è il giudizio unanime che non potrà essere scalfito.

Stiamo tratteggiando il ritratto di un uomo certamente cortese e sensibile, ma non arrendevole, anzi, fermissimo sul principio. Come abbiamo scritto: “Da quella compostezza possono saltare fuori decisioni di acciaio, in omaggio a un profilo pubblico che non ha mai amato compromessi valutati di segno contrario ai principi, a torto o a ragione. Non a caso, chi lo conosce sostiene che il Capo dello Stato sia un uomo-pesca, circonfuso di una morbidezza del garbo che sa diventare intransigenza”. Una vita anche drammatica, segnata da un dolore che è diventato storia pubblica: l’uccisione del fratello Piersanti. E da una tragedia privata, la morte della moglie che viene ricordata puntualmente con affettuosi necrologi.

Il Presidente Mattarella ha imparato, in modo atroce, il linguaggio del lutto. Perché, nello stupore crudele della separazione, esistono comunque diverse gradazioni. Reggere il corpo di un fratello appena assassinato tra le braccia apre uno squarcio che solo la pazienza, l’impegno e la generosità riescono parzialmente a curare. Come, in effetti, è avvenuto. E poi c’è il fortissimo legame con Palermo, non solo per nascita, ma nella battaglia del rinnovamento, che non tutti riescono mnemonicamente a mettere a fuoco.

A proposito, citiamo lo stesso (non ancora) Capo dello Stato da un bellissimo libro, datato 2011, del giornalista Fabrizio Lentini: ‘La Primavera breve – quando Palermo sognava una Città per l’uomo’. Un testo fondamentale che racconta la primavera di Palermo, attraverso – e non solo – gli occhi del movimento CxU, in uno snodo che ha prodotto quello che siamo. E il Presidente Mattarella rilascia una delle testimonianze in calce alla storia. Rileggiamola.

Intanto la presentazione: ‘Docente di diritto parlamentare, è stato commissario della Dc di Palermo dal 1984 al 1988, deputato alla Camera dal 1983 al 2008, ministro dei Rapporti con il Parlamento, della Pubblica istruzione, della Difesa, vicepresidente del Consiglio, vicesegretario nazionale Dc. Oggi è giudice della Corte costituzionale’. Poi il racconto, per bocca dello stesso protagonista.

“Nominai due vicecommissari – racconta l’uomo del rinnovamento della Democrazia Cristiana, ricordando il suo periodo di commissariamento -. Rino La Placa si occupava del partito, Leoluca Orlando seguiva le vicende comunali. Chiesi al prefetto Gianfranco Vitocolonna, commissario del Comune, di ricevere una volta alla settimana Orlando, perché lui si impadronisse della macchina amministrativa, insomma perché imparasse a fare il sindaco. Intanto, andavamo fino in fondo nel rinnovamento del partito”. La vicenda che seguì è nota.

Avvertenza: non stiamo parlando dell’Orlandismo oggi al tramonto, in un vortice di buche stradali, marciapiedi scassati, bare accatastate e guai a vario titolo. Il riferimento è a un travaglio che ha cambiato in meglio la vita di tutti, se ricordiamo – e se non lo ricordiamo, basta documentarsi – cos’era questa città all’inizio degli anni Ottanta. Ecco un altro brano.

“Per me la Primavera di Palermo è finita nel 1990. Stavamo cambiando molto: in profondità, gradatamente, ma velocemente. I vecchi equilibri erano sempre più emarginati (…). Bisognava continuare. Per questo giudicai un errore la scelta di creare la Rete. Orlando voleva dare un’accelerazione che capitalizzasse il rinnovamento. In realtà lo incanalò su un binario morto. La seconda fase della sua esperienza di sindaco, dal 1993 in poi, finì per essere contrassegnata dalla natura ‘antagonista’ della coalizione e dalla forte personalizzazione, che è sempre un errore politico. Nel 1994 mi chiesero come mai, a distanza di pochi mesi, la stessa città che aveva votato al 75 per cento per Orlando era passata in massa con Berlusconi. Risposi che, quando si abitua la gente ad affidarsi all’uomo della provvidenza, la gente vota per quello che identifica, di volta in volta, come l’uomo della provvidenza”.

Una riflessione che, in piccola parte, avevamo già proposto e che deve essere certamente rapportata al contesto in cui si dipana. Ma c’è il senso dello Stato, della comunità, la diffidenza per gli uomini soli al comando. C’era già, in filigrana, la storia, che si sarebbe avverata, di un grande Presidente della Repubblica.


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