"Non cerco la vendetta col sangue, |ma lo Stato mi ha deluso" - Live Sicilia

“Non cerco la vendetta col sangue, |ma lo Stato mi ha deluso”

Andrea Piazza

Intervista ad Andrea Piazza, fratello di Emanuele, ucciso dalla mafia, e avvocato sulle scarcerazioni

SCARCERAZIONI E POLEMICHE
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L'avvocato Andrea Piazza

PALERMO – “Sono profondamente deluso dallo Stato per la mancanza di fermezza”, dice Andrea Piazza sul tema delle scarcerazioni di boss e gregari che tante polemiche ha suscitato. Il suo profilo è duplice. Dentro porta l’eterna ferita, mai rimarginata, per la morte di un parente per mano mafiosa. Nel contempo di mestiere fa l’avvocato. Suo fratello Emanuele, ex agente di polizia impegnato nella ricerca dei latitanti e collaboratore dei servizi segreti (Sisde), uscì di casa il 16 marzo di 30 anni fa. Da allora nulla più si seppe. I collaboratori di giustizia Onorato e Ferrante dissero poi che era stato strangolato e il corpo sciolto nell’acido. Per i parenti neppure la consolazione, se mai potranno trovarla, di piangere davanti a una sepoltura su cui lasciare un fiore.

Deluso perché?
“Lo Stato avrebbe dovuto manifestare fermezza. Di per sé la partecipazione mafiosa è qualcosa che non si estingue con l’estinzione della pena. Un mafioso resta mafioso per sempre. Riportarlo nel suo territorio è una sconfitta per lo Stato perché si riattivano situazione pericolose. Il ministro Bonafede non si è comportato adeguatamente”.

Cosa avrebbe dovuto fare?
“Avrebbe dovuto prevenire il problema, piuttosto che intervenire dopo che lo ha creato”

Come? Non è il ministro, che di errori ne ha commessi tanti, che decide sulle scarcerazioni
“È vero ma la circolare del Dap ha attivato il meccanismo che ha portato alle scarcerazioni”.

Sulla base decreto “Cura Italia” la circolare del 21 marzo ha avviato un monitoraggio sulla popolazione carceraria in base all’età e allo stato di salite dei detenuti. Se davvero è stata la circolare a provocare le scarcerazioni cosa si doveva fare per evitare che innescasse il meccanismo?
“La norma prima e la circolare dopo, due disposizioni complementari e parallele, non evidenziando l’elemento della pericolosità sociale del singolo detenuto (non applicazione agli appartenenti al 416 bis) hanno creato un buco o per meglio dire una voragine. Una pericolosità che secondo me, non viene mai meno anche per il solo fatto che nel territorio di riferimento la scarcerazione viene vista come manifestazione di forza da parte del mafioso. Spesso si fa riferimento all’articolo 27 della Costituzione e al ruolo rieducativo del carcere. È vero, ma è giusto pretendere che i mafiosi diano segnali concreti di ravvedimento, rinnegando il loro passato, dissociandosene. Io ho un approccio molto laico, non cerco il sangue dei mafiosi per vendetta, ma ritengo siano necessarie rigidità e fermezza e i numeri delle scarcerazioni mi stupiscono in negativo. Tracciano un fenomeno. Bisognava avere la capacità di leggere bene la situazione e prevenire i guasti”.

Fino al 25 aprile i detenuti scarcerati, di cui Livesicilia ha fatto tutti i nomi (leggi l’elenco completo), erano 376. Non tutte le scarcerazioni dipendono però dall’emergenza Coronavirus.
“Il compito della stampa è quello di fare chiarezza. Raccontare bene le cose. Se ci sono casi che nulla c’entrano, va raccontato. Resta quel numero, 376, molto, troppo alto”.

Lei è parente di una vittima della mafia e anche avvocato. Capisco che non è facile distinguere le due posizioni, ma è all’avvocato Piazza che rivolgo la domanda su due fatti concreti. A Francesco Bonura, boss dell’Uditore, gravemente malato, è stato concesso di trascorrere gli ultimi mesi della sua condanna in detenzione domiciliare per incompatibilità con il regime carcerario. A Rosalia Di Trapani, moglie di Salvatore Lo Piccolo, è stato concesso di andare in una struttura privata per un mese per sottoporsi a delle cure oncologiche che in carcere non può fare. Sono solo alcuni esempi della lista dei 376. Lo Stato ha sbagliato anche con loro?
“Da fratello di Emanuele le dico di sì, lo Stato ha sbagliato. Da avvocato le ribadisco che non cerco la vendetta con il sangue. Tutti i casi vanno valutati singolarmente – io sono convinto che in molti casi i Tribunali di Sorveglianza applicano le norme – ed invece come le dicevo per le facili assegnazione delle detenzioni domiciliari si è innescato un meccanismo perverso generale, spersonalizzante ed in molti ne hanno approfittato. Bisognava evitarlo”.

Posso chiederle cosa ne pensa dello scontro fra il ministro Alfonso Bonafede e il magistrato Antonino Di Matteo?
“Il ministro si è dimostrato inadeguato a ricoprire il suo incarico e credo che Di Matteo abbia fatto bene a raccontare la sua vicenda. Il dato di fatto è che gli era stata proposta la nomina al Dap e poi non se ne fece più nulla. Per il mio modo di vedere la sostanza prevale sulla forma ed è marginale la sede dove lo ha dichiarato, una trasmissione televisiva, quel che conta è il contenuto delle sue affermazioni”.

Lei crede che “qualcuno” abbia fatto pressione affinché non venisse nominato? Per alcuni addirittura sarebbe una prosecuzione della Trattativa Stato-mafia, mai conclusa.
“Io non condivido del tutto l’impostazione accusatoria, rappresentata anche dal dottore Di Matteo, sulla rilevanza della trattativa ed il taglio univoco in relazione alle stragi del ì92, ma in relazione alla sua mancata designazione per la nomina a capo del Dap è palese il ripensamento da parte del ministro, restano nebulose le ragioni e chi eventualmente lo ha sollecitato a cambiare idea. Dico davvero, senza retro pensieri e tesi di complotto. Se però alcuni mafiosi si dicevano preoccupati per la nomina di Di Matteo al Dap il caso ha voluto che la sua nomina sia venuta meno.”.


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