Di Giacomo, investitura e morte | Il pentito racconta ascesa e caduta - Live Sicilia

Di Giacomo, investitura e morte | Il pentito racconta ascesa e caduta

Francesco Chiarello e Giuseppe Di Giacomo

Depositato il primo verbale di Francesco Chiarello. Racconta di un summit al ristorante, del libro mastro delle estorsioni e del perché fu assassinato Giuseppe Di Giacomo, la cui ascesa nel mandamento palermitano di Porta Nuova fu stoppata con il piombo.

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PALERMO – Poche pagine. Sufficienti, però, a dimostrare lo spessore del nuovo pentito Francesco Chiarello. Il suo primo verbale è stato depositato al processo che vede alla sbarra gli uomini forti del mandamento di Porta Nuova. Un mandamento dove la faccende delicate si discutevano al ristorante. Ed al tavolo era seduto anche Chiarello. Il picciotto del racket ne aveva fatto di strada. Dai vicoli del Borgo Vecchio al consesso dei capi mafia.

Era il 2011. I boss sentirono il tintinnio della manette. Fiutarono o seppero che da lì a poco sarebbero stati arrestati. E così, racconta il neo collaboratore di giustizia, Tommaso Di Giovanni e Nicola Milano (per un periodo coabitarono al posto di comando), alla presenza di Ivano Parrino (pure lui uomo del Borgo Vecchio) scelsero il loro successore. Vinse la linea dello “stavolta tocca a Giovanni”. Giovanni era Giovanni Di Giacomo, killer ergastolano del gruppo di fuoco di Pippo Calò. Sepolto in galera, ma sempre potente e autorevole. In segno di rispetto nei suoi confronti il fratello Giuseppe divenne il nuovo signore di Porta Nuova.

Non fu solo un’investitura formale, ma un passaggio di consegne la cui sostanza si concretizzò nella lista delle estorsioni riposta nelle mani di Di Giacomo. Di quella lista, dei nomi e delle cifre annotate nel libro mastro, Chiarello conoscerebbe ogni dettaglio. Nel dicembre 2011 i cattivi presagi di Milano e Di Giovanni si concretizzarono. Entrambi finirono in manette. Nel frattempo, però, ma di questo il pentito non parla, fu scarcerato Alessandro D’Ambrogio che prese in mano il potere e volle accanto a sé Giuseppe Di Giacomo.

Il rispetto per il fratello ergastolano, però, venne meno nel marzo 2014, quando Giuseppe fu crivellato di colpi per le strade della Zisa. Chiarello, nel suo primo verbale depositato, parla anche di questo omicidio. Solo che le notizie dice di averle sapute in carcere da un altro dei fratelli Di Giacomo, Marcello, arrestato nell’aprile del 2014. Chiarello sa che il movente del delitto sta nel furibondo scontro che Di Giacomo ebbe con Tommaso Lo Presti, uscito dal carcere con il mandato di comandare. Di Giacomo si era macchiato di una colpa grave, dimenticandosi di aiutare la famiglie dei detenuti. Il malcontento era diffuso. L’ordine per l’omicidio, così Chiarello dice di avere saputo da Marcello Di Giacomo (non sappiamo se si sia trattato soltanto di una deduzione del suo interlocutore in carcere), sarebbe partito da Tommaso Lo Presti, con il benestare dei Milano (“traditori” li avrebbe definiti Marcello Di Giacomo). L’esecutore materiale sarebbe stato il più giovane dei Lipari (Emanuele ed Onofrio Lipari, padre e figlio, sono finiti in manette ad aprile nello stesso blitz che ha coinvolto Tommaso Lo Presti e Marcello Di Giacomo).

Il racconto di Francesco Chiarello converge, in diversi punti, con quello di un altro pentito, Vito Galatolo. Pure lui, però, ex capomafia dell’Acquasanta, sull’omicidio ha appreso notizie de relato: “Giuseppe Di Giacomo aveva offeso Tommaso Lo Presti che voleva impadronirsi del mandamento e per questo fu ucciso – ha messo a verbale-. Lui mi dice il Graziano (Vincenzo Graziano, mafioso dell’Acquasanta di recente finito di nuovo in cella ndr) che l’omicidio Di Giacomo è stato avvenuto che forse… siccome era uscito Tommaso Lo Presti ‘u pacchiuni’, figlio di Totuccio, ed era uscito male intenzionato con tutti dice che si doveva prendere tutte cose nelle mani lui… ci dissi e che cos’è?… . ‘… è stato interno, forse c’è stata una riunione… mi hanno riferito che c’è stata una riunione’”. Galatolo ha raccontato che Graziano avrebbe saputo “che forse il Di Giacomo Giuseppe gli avrebbe dato o uno schiaffo a Lo Presti Tommaso, il pacchione, o lo avrebbe offeso con la bocca… ci dissi è per questo lo hanno ucciso a Giuseppe?’. ‘Sì dice, ci sono stati discorsi interni, però il pacchione so… mi ha riferito questo fatto che è male intenzionato, perché si doveva prendere tutte cose nelle mani”.

 


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Commenti

    Fantastico leggere in pieno 2015, nel cuore dell’Europa (mica in una sperduta regione dell’Afghanistan) questo genere di discorsi e cercare di capire (inutilmente) come possano ancora questi sottosviluppati tenere in scacco una regione e una citta’ intera: sono sempre piu’ convinto che per combattere mafia e mafiosi ci vorrebbero pene di minimo 30 anni e la pena di morte per capi e capetti.

    Sottosviluppati è il termine perfetto!

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