CATANIA – Tutto da rifare nel processo al macellaio di San Pietro Clarenza Orazio Giuseppe Santonocito, 72 anni, presunto boss del Catanese vicino ai vertici del clan Santapaola? È ciò che hanno chiesto i suoi legali, in appello, dopo che in primo grado l’imputato è stato condannato a 6 anni e 8 mesi. La stessa richiesta – riaprire il processo, anche se in relazione ad altri atti istruttori – è stata avanzata dai legali dei due co-imputati, Daniele Notarrigo e Alfio Caruso, ai quali i giudici in prima istanza hanno inflitto 4 anni e 5 mesi.
Su alcune delle richieste dei difensori non si è opposta la Pg, per cui a questo punto l’ipotesi che si riapra il processo sembra sempre più vicina. La Corte è in riserva e si pronuncerà il 14 aprile prossimo. I difensori hanno chiesto di far entrare nell’istruttoria vari documenti nuovi. L’appello si celebra su ricorso dei difensori dei tre imputati, ma anche di una delle parti civili.
La figura chiave del processo
Santonocito, ritenuto il capo del clan di Cosa Nostra a San Pietro Clarenza, è fratello di Giuseppe, detto Pippo Scillicchia, esponente del clan del Malpassotu. Ha al suo attivo una condanna a 27 anni, in passato; ed è stato scarcerato, dopo brevi periodi di libertà, il 1 agosto 2018.
La sua vicenda personale si intreccia a doppio filo con la storia recente della mafia nella sua città. Per gli inquirenti, avrebbe capeggiato due gruppi. A San Pietro Clarenza sarebbe stato spalleggiato dal 56enne Alfio Caruso, che si sarebbe occupato anche della gestione del traffico di droga. A Belpasso, invece, i suoi presunti complici sarebbero stati altri.
La droga: uno strumento di controllo del territorio
Il caso di questi due centri pedemontani è uno dei pochi, nella geopolitica criminale della mafia catanese, in cui la droga non è il core business dell’organizzazione. Il traffico di marijuana sta al clan di Santonocito, si direbbe, come il pizzo sta agli altri gruppi dei Santapaola.
Con la droga, Caruso e gli altri, per gli investigatori “controllano il territorio”. Proprio come altrove la controllano attraverso il racket delle estorsioni. L’obiettivo dichiarato, infatti, è evitare che altri delinquenti possano invadere queste piazze. Ma ovviamente gli stupefacenti, ça va sans dire, sono sempre un business criminale importante e redditizio.
Un ex presidente dell’Acireale calcio
In primo grado per Santonocito era stata disposta anche l’interdizione dai pubblici uffici, per la stessa durata della pena. Daniele Notarrigo è un ex presidente dell’Acireale Calcio. Per lui e per Caruso l’interdizione dai pubblici uffici è stata disposta in primo grado per cinque anni. La sentenza di primo grado è stata emessa l’anno scorso.
Tra le parti civili, oltre ad alcune vittime di reati commessi – secondo la Dda – con metodo mafioso – vi è anche l’associazione antiracket Libera Impresa.Il collegio di difesa delle parti civili è composto dagli avvocati Francesco Messina, Rossana Petralia e Gianluca Costantino.
La ricostruzione del caso e la cartella da 80 mila euro
Notarrigo, che notoriamente ricoprì il ruolo di presidente dell’Acireale solo per pochi mesi, si sarebbe rivolto alla mafia per riscuotere un debito, ovvero la metà di una cartella esattoriale da 80 mila euro di un socio.
A intervenire sarebbe stato Santonocito. L’accusa, per lui, è quella di avere avuto il ruolo di “esattore” avvalendosi della complicità di Alfio Caruso. Da quanto emerso nel corso del processo, Santonocito avrebbe imposto il pagamento del debito con rate mensili da 800 euro, fino all’intervento dei carabinieri nella sua macelleria di San Pietro Clarenza, dove avvenne la consegna del denaro.

