Palermo, posteggiatori abusivi: se a vincere è la rassegnazione

Posteggiatori abusivi: arresti e ammende, ma vince la rassegnazione

Le leggi ci sono, ma restano lettera morta (o quasi)
CAOS METROPOLITANO
di
3 min di lettura

Oggi è un giorno fortunato: avete appena trovato un bel parcheggio libero dove piazzare l’auto. Sembra un miracolo: non c’è divieto di sosta e nemmeno le strisce blu. Insomma, è gratis e non dovrete nemmeno temere di trovare il tergicristallo abbracciato alla ricevuta di una multa.

Compiaciuti per il gran successo conseguito, avete appena messo il naso fuori dall’abitacolo e state facendo il gesto di schiacciare il tasto del telecomando per inserire la chiusura centralizzata. Dalle vostre spalle giunge una voce: “buongiorno dottò”. Non importa se siete veramente laureati o se avete archiviato i libri dopo la terza media. Per il posteggiatore abusivo siete tutti dottori. Così come le donne, a prescindere dal loro titolo di studio o dall’età apparente, sono tutte “signore”.

Riconoscere le fattezze del posteggiatore è facile. Oriundo o straniero, si materializza dal nulla non appena avrete spento il motore. Oppure lo ritroverete accanto all’auto in muta ma eloquente attesa quando andrete a riprenderla. Lui, ectoplasma urbano pronto a volatilizzarsi quando all’orizzonte si staglia il bianco-blu della Municipale, vi ronzerà attorno in silenzio fino a che non gli avrete consegnato la monetina, mai inferiore ai cinquanta centesimi sennò l’occhiataccia è assicurata. Se ci sono le strisce blu si presenterà con la scheda parcheggio in mano, che dovrete naturalmente pagare col sovrapprezzo “a vostro buon cuore” perché altrimenti vi borbotterà la sua disapprovazione: deve pur guadagnare qualcosa, no?

Inutile intrattenere con lui dotte discussioni giuridiche: reclamare la libertà di movimento, o indurlo a riflettere che il suo non è un lavoro ma una specie di esazione fiscale illegittima. Se amate prendervi in giro, e siete consapevoli che non avete parcheggiato regolarmente, provate a chiedergli se potete stare tranquilli: immancabilmente vi dirà che i vigili “da qui non passano mai”. E un domani, altrettanto immancabilmente, vi notificheranno un verbale di sanzione amministrativa.

A prescindere dal suo idioma, comunque, non vi capirà, e se malauguratamente è di indole bellicosa la discussione potrebbe anche degenerare: non sono mancate denunce per estorsione, tentata o consumata, dal profitto illecito di appena un euro. Il fenomeno sembra inestirpabile, nonostante le operazioni preventive e repressive talvolta spettacolari – ricordate la “retata” di qualche anno fa, con tanto
di elicottero che volteggiava su via Libertà? – condotte dalle forze di polizia.

Il sistema sanzionatorio, affidato in prima battuta al Codice della Strada, non riesce evidentemente a scoraggiare i “guardiamacchine” abusivi – così li chiama la legge – ai quali l’art. 7, comma 15 bis, appioppa ammende fino a tremila euro e, per i recidivi, l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda fino a settemila euro. Difficile esigere cifre simili da chi subisce questo genere di sanzioni, che è lecito aspettarsi rimangano quindi lettera morta.

Si prevede anche la confisca del denaro – cioè un pugno di monetine – ritrovato addosso al malcapitato, che non è riuscito a dileguarsi prima dell’arrivo della polizia. Un sistema sanzionatorio complessivamente blando per un fenomeno che, evidentemente, è considerato più un fastidio​ per il cittadino che un significativo illecito. Eppure, per l’utente della strada, consegnare quella moneta – più che un
esborso – è considerato un insopportabile sopruso. Specialmente quando non viene nemmeno inflitto con gentilezza.

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