Potere, affari, massoneria |Viaggio nell'immutabile Messina - Live Sicilia

Potere, affari, massoneria |Viaggio nell’immutabile Messina

La Sicilia dei potenti. Sullo Stretto la scena è per i soliti noti. Gli assetti in vista del voto.

MESSINA – Raccontano che quando l’ingegnere palermitano Antonio Zanca realizzò il celebre Palazzo che porta il suo nome e ospita il municipio di Messina, incontrò grosse difficoltà a farsi pagare. E questo malgrado le ripetute rassicurazioni. Fu così che l’estroso progettista decise di abbellire la facciata con i pesci dalla bocca larga, che sullo Stretto si chiamano “buddaci”, raccontando con quella trovata una caratteristica della città dove non sempre i fatti seguono alle parole. Basti pensare, per farsene un’idea, alla chimera del Ponte. Il nostro giro della Sicilia sulle tracce del potere comincia lì dove comincia l’Isola. A Messina, città archetipo di quell’immutabilità siciliana che resiste come una condanna senza appello. Un luogo in cui, almeno apparentemente, ogni cosa resta o cerca di restare com’è. Malgrado tutto.

Uno scossone agli assetti parve assestarla quattro anni fa la sorprendente elezione di Renato Accorinti. Il sindaco in t-shirt e sandali scardinò alle urne i blocchi di potere che saldamente tenevano in mano la città, proponendosi come antagonista dei poteri forti. Da allora, tra gli alti e i bassi della sua sindacatura, i poteri forti però sembrano rimasti ben saldi.

Le cronache di questi giorni, con la sfida delle Regionali dietro l’angolo, hanno riportato la città dello Stretto all’attenzione dei giornali. Merito, se di merito si tratta, della candidatura di Luigi Genovese, giovanissimo figlio di Francantonio, già sindaco, già parlamentare, già segretario del Pd, socio della famiglia Franza nel grande business dei traghetti, ma anche colosso della formazione professionale, dettaglio quest’ultimo che gli è costato in primo grado una condanna a undici anni per una serie di reati legati proprio ai “corsi d’oro”. Un processo che ha riservato dispiaceri anche alla consorte di Genovese, alla sorella di lei e al marito di quest’ultima, il deputato regionale uscente Franco Rinaldi. Tutti condannati, condanna non definitiva è bene ricordare, a vario titolo. Ora tocca al giovane Luigi, la cui segreteria politica in centro città in questi giorni è sempre affollatissima, come affollata è stata la convention per il lancio della sua candidatura in Forza Italia benedetta dal commissario Gianfranco Miccichè.

Una prova di forza per riaffermare un’esistenza in vita, dicono da queste parti. Dove ci si attende un grande risultato dal rampollo della potente famiglia che già prima del Luigi ventunenne ebbe un altro Luigi, il padre di Francantonio, parlamentare e una punta di diamante come lo zio di Francantonio, Nino Gullotti, sei volte ministro e signore delle tessere Dc. La famiglia è una cosa importante, da queste parti più che altrove. In una città che non ha più industrie da un pezzo, il potere si concentra in pochi, pochissimi luoghi, ed è per l’appunto spesso un affare di famiglia. O di fratellanza, ma questa è un’altra storia. Sì, perché oltre ai grandi centri di potere, che poi sono quelli del business dei traghetti, dell’editoria e della sanità, e infine dell’università, c’è poi sempre lo stesso fantasma, che si agita in tutti i racconti, con un alone di leggenda. E cioè la massoneria, che qui a Messina ha una lunghissima tradizione. Quanto contano ancora le logge? Nessuno sa dirlo con certezza, ma tutti ne parlano.

Di massoni illustri la storia di Messina è ricca. Anche oggi qualcuno ha avuto i suoi momenti di gloria. Come Carlo Vermiglio, avvocato e assessore regionale uscente ai Beni culturali, massone in sonno. In giunta lo piazzarono gli alfaniani, per la precisione Nino Germanà, che in zona Cesarini è tornato in Forza Italia a sostegno di Nello Musumeci, insieme a una ricca compagnia di convertiti dell’ultima ora. Il suo comitato elettorale è giusto di fronte a quello di Beppe Picciolo, uscente di Sicilia Futura. Tentano di restare all’Ars come gli altri uscenti, da Giovanni Ardizzone, presidente dell’Ars, a Santi Formica. Ma i riflettori in questa campagna sono tutti per Genovese jr.

Il figlio di “Franzantonio”, come da queste parti chiamano ancora il padre, gode del sostegno di ben undici consiglieri comunali di Forza Italia. Tra loro Emilia Barrile, presidente del consiglio comunale: “C’è un grande consenso di persone che gli vogliono bene. Stiamo chiedendo il consenso per Luigi, non per il figlio di Francantonio”, dice lei.

I traghetti del socio Pietro Franza, oggi meno forte di ieri dopo il salasso del Messina calcio, i corsi di formazione e la politica di famiglia sono stati gli ingredienti del potere di Genovese. Un forziere elettorale per la famiglia. Che adesso vuole dimostrare che quel forziere non si è svuotato. La sfida è aperta con tutti i candidati in corsa nelle diverse liste all’opera per contendersi i voti nei quartieri popolari (e popolosi), come Giostra e Mangialupi.

Le stanze del potere stanno altrove. Un bel pezzo si concentra da sempre all’Università, luogo dalla storia tormentata. Nelle stanze dei baroni si è tornato ad annusare l’odore dello scandalo con l’inchiesta fiorentina che ha coinvolto i docenti di diritto tributario e che ha lambito anche Messina. Poca cosa, certo, rispetto ai tempi andati. L’ateneo messinese ha una lunga “tradizione” di scandali alle spalle, dalla clamorosa parentopoli alle inchieste sugli esami truccati, con tanto dell’ombra della ‘ndrangheta, i cui rampolli hanno spesso frequentato le aule dell’università messinese. Quella stessa università che diciannove anni fa fu sconvolta dall’omicidio di Matteo Bottari, professore e genero dell’ex rettore ucciso in un agguato rimasto impunito. Erano gli anni rimasti alla storia come quelli del “verminaio” Messina.

Oggi l’ateneo messinese è retto da Pietro Navarra, che non era ancora nato quando lo zio Michele, boss di Corleone, fu assassinato. La sua è tutt’altra storia, che lo ha portato a diventare il più giovane Magnifico d’Italia con un brillante curriculum accademico. Navarra è ritenuto vicino a Matteo Renzi e in queste elezioni l’ateneo è mobilitato a sostegno della candidatura di Franco De Domenico, direttore generale dell’Università, candidato del Pd.

L’ateneo, in una città dall’economia asfittica, rimane un baluardo di potere. Per il resto a Messina, al netto di traghetti (dove accanto al gruppo Caronte dei Matacena e a Tourist della famiglia Franza, ormai uniti, da qualche tempo si sono inseriti anche gli aliscafi del gruppo Morace), editoria e sanità, resta poco o nulla. “La provincia è ancora vivace, ci sono importanti realtà di manifatturiero soprattutto sui Nebrodi, c’è Milazzo con le sue industrie. La città no – racconta Ivo Blandina, presidente della Camera di commercio -. Una quarantina di anni fa in città ci fu lo spostamento del capitale dall’investimento alla rendita”. Ne è seguita una decadenza che ha visto col tempo privare Messina anche di altri fiori all’occhiello, dal Comando marittimo della Sicilia all’Autorità portuale, con la città dello Stretto che finirà ora sotto l’orbita di Gioia Tauro.

Cosa resta in città? C’è la sanità, che qui come altrove rappresenta anche un importante bacino elettorale. L’Asp è commissariata (come la ex Provincia, oggi Città metropolitana), con al timone Gaetano Sirna. Accanto a gruppi privati di un certo peso, spicca il Centro Neurolesi Bonino Pulejo, struttura ad alta specializzazione che ha visto approdare ai vertici Angelo Aliquò, già direttore della Seus. Ma il centro, che lega la sua storia già nel nome a quello della famiglia della Gazzetta del Sud, ha come faro indiscusso il professor Placido Bramanti, direttore scientifico con due pagine di cariche nel curriculum, una delle figure di maggior rilievo della città. Di poche settimane fa è la notizia di uno stanziamento ministeriale da 91 milioni di euro in favore del centro messinese, una cifra che già da sola basta a inquadrarne il peso negli equilibri di potere cittadini.

E poi c’è appunto la Gazzetta del Sud. Edita dalla Ses, in mano alla Fondazione Bonino Pulejo. Il giornale-ponte, che ha unito la Sicilia e la Calabria conquistando lettori soprattutto al di là dello Stretto. Ma anche il “giornale del Ponte” ai tempi di Nino Calarco, quando in città c’era persino un centro informazioni sull’infrastruttura che non vide mai la luce. Oggi al timone c’è il manager Lino Morgante, protagonista dell’operazione che ha portato nell’orbita messinese il Giornale di Sicilia, rilevato dalla famiglia Ardizzone. Un’operazione che rafforza ulteriormente il peso della testata messinese, tradizionalmente filo-governativa, che ha un altro punto di forza nella sua rotativa. Altra voce dell’editoria cittadina è quella piccola ma agguerrita di Centonove, settimanale lontano dal Palazzo, diretto da Enzo Basso. Che di recente ha fatto le pulci all’affare Giornale di Sicilia con una succulenta inchiesta ricca di retroscena.

Qualcosa si muove, insomma, sullo Stretto. Ma gli attori restano sempre gli stessi. Anche nell’era dell’anti-sistema Accorinti. La pensano così dalle parti di Rifondazione comunista, che prima sostenne l’ascesa del sindaco pacifista, salvo poi prenderne le distanze. “Per me non c’è stata assolutamente rottura col passato – commenta Antonio Mazzeo, giornalista e attivista comunista -. Prova ne sono il piano di riequilibrio del bilancio, che ha giovato ai grandi creditori del Comune, o le operazioni immobiliari sempre con gli stessi personaggi. La borghesia imprenditrice esce impunita dagli errori del passato”. Non sono piaciute a sinistra ad esempio le sponsorizzazioni del gruppo Franza a eventi organizzati dall’amministrazione, ma soprattutto il piano che nel nome dell’ambientalismo si propone di spostare le cubature dalle colline alla zona Sud, un’operazione che, secondo l’inchiesta “Beta” della Dda messinese avrebbe solleticato gli appetiti anche di organizzazioni criminali interessate a speculazioni edilizie.

Già, la mafia. Che a Messina non ha una storia militare ma piuttosto di infiltrazione negli affari. Con incroci pericolosi di Cosa nostra palermitana, mafia catanese, il clan Santapaola in particolare, e ‘ndranghetisti. Ma il tema in questi giorni di campagna elettorale latita, proprio come quei latitanti eccellenti che da queste parti trovarono rifugio negli anni d’oro di Cosa nostra. In una città dove il Palazzo di Giustizia è stato per lunghi anni un luogo di ombre e veleni, in quella che veniva chiamata “provincia babba”. Oggi la procura, che negli ultimi anni ha dato segnali di vitalità, è passata nelle mani di un magistrato esperto come Maurizio De Lucia, grande conoscitore del fenomeno mafioso con trascorsi alla Dna. Il suo biglietto da visita la settimana scorsa con l’indagine che ha portato a un maxi-sequestro ai Cuzzocrea, imprenditori della sanità, fratelli dell’ex rettore dell’università messinese sulla base di accuse che la difesa degli indagati respinge con forza.

Questo il quadro di una città che si prepara a una raffica di elezioni. Le Regionali alle porte, con un buon vento nelle vele di Nello Musumeci, poi le Politiche e infine le amministrative. Dove Accorinti secondo diversi osservatori potrebbe strappare un secondo mandato perché a pochi mesi dal voto non si profila ancora un’alternativa. Sarà la volta buona per tentare la strada del cambiamento o alla fine la maledizione dei “buddaci” di Zanca avrà la meglio sull’immutabile città?

 (1 – segue)


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