Una lunga storia giudiziaria| Vent'anni di indagini e processi - Live Sicilia

Una lunga storia giudiziaria| Vent’anni di indagini e processi

Il covo di Totò Riina in via Bernini

In principio fu la mancata perquisizione del covo di Riina. Il nodo del mancato blitz a Mezzojuso.

IL PROCESSO Mori
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19 min di lettura

PALERMO – Fra inchieste e processi, richieste di archiviazione e indagini “imposte” di Mario Mori la magistratura si occupa da vent’anni.

Il covo di Riina
In principio fu la mancata perquisizione della villa di via Bernini, ultima residenza di Totò Riina. Il padrino corleonese viene arrestato il 15 gennaio ’93. I carabinieri del Ros guidati dal capitano Sergio De Caprio, Ultimo – anche lui finirà sotto processo -, lo fermano in macchina con l’uomo che gli fa da autista. I carabinieri ritengono che la perquisizione del covo possa compromettere ulteriori indagini. L’ operazione è sospesa. Il 30 gennaio la Procura scopre che l’osservazione della villa è stata interrotta il pomeriggio stesso dell’arresto. I militari fanno irruzione nella villa il 2 febbraio, ma è già stata ripulita. Nel 1997 la procura di Palermo apre un’ inchiesta a carico di ignoti per sottrazione di documenti e favoreggiamento.
Nel 2002 sono gli stessi pubblici ministeri a chiedere di chiudere il caso con l’archiviazione. Il gip la respinge: bisogna continuare a indagare. Nel marzo del 2004, gli “ignoti” vengono identificati in Mori, nel frattempo divenuto capo del Sisde, che nel ’93 era il vicecomandante del Ros, e De Caprio, L’ipotesi di reato è favoreggiamento. Arriva, però, una seconda richiesta di archiviazione da parte dei pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Il gip, però, impone l’imputazione coatta per i due indagati. Si va a processo. Mori e Ultimo vengono rinviati a giudizio nel febbraio del 2005. Un anno dopo, nel 2006, il Tribunale presieduto da Raimondo Lo Forti li assolve con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
Nelle motivazioni scriveranno che “l’opzione investigativa (quella di non perquisire il covo, ndr) comportava un rischio che l’autorità giudiziaria (il capo dei pm era Gian Carlo Caselli, ndr) scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria (i carabinieri del Ros, ndr), direttamente operativi sul campo”. Ed ancora: “L’autorità giudiziaria, nell’eccezionalità dell’evento che vedeva in stato di arresto il capo della struttura mafiosa e che poteva costituire un’occasione unica ed irripetibile di assestare un colpo forse decisivo all’ente criminale, operò una scelta anch’essa di eccezione, nell’ambito della propria insindacabile discrezionalità”.
In quelle stesse motivazioni veniva respinta l’ipotesi a cui, nel frattempo, si lavorava e cioè che Totò Riina fosse stato “venduto” da Bernardo Provenzano nell’ambito di un’ignobile trattativa. “È accertato come Riina non fu consegnato dai suoi sodali – scrivevano i giudici -, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del capitano De Caprio”. La Procura non ha appellato la sentenza di assoluzione che è divenuta definitiva.

Provenzano a Mezzojuso
Anche la storia del processo per la mancata cattura di Provenzano è stata piuttosto tormentata. In primo grado è durato poco più di cinque anni. Alla fine Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu sono stati assolti dal favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Un processo che muove i primi passi nel 2008, quando il giudice per le indagini preliminari impose un procedimento che all’inizio la Procura non voleva celebrare. Mori e Obinu erano accusati di avere fatto saltare il blitz di Mezzojuso dove, secondo la Procura, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano già il 31 ottobre 1995. E cioè undici anni prima che lo scovassero a Montagna dei cavalli, nella sua Corleone.
Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Michele Riccio, l’ufficiale che raccolse le confidenze dell’infiltrato Ligi Ilardo (ucciso nel 1996, ndr), aveva parlato della presenza di Provenzano nel covo in termini di certezza. Di parere opposto i pubblici ministeri secondo cui, i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine che avrebbero potuto consentire l’arresto del superboss anche successivamente.
Nel 2007 la stessa Procura (pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo) chiese l’archiviazione, ritenendo che mancasse la volontà di Mori, Obinu e del capo del Ros, il generale Antonio Subranni (poi, uscito dalle indagini) di fare scappare Provenzano. Il gip Maria Pino ordinò nuove indagini, usando parole dure per carabinieri. Il 4 gennaio 2008 le nuove indagini si conclusero con un nuovo capo di imputazione: non solo Mori e Obinu non avrebbero attivato l’adeguato servizio a Mezzojuso, ma nulla fecero successivamente “nonostante Ilardo avesse confermato l’abitualità dell’utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante”. Ed ancora: non si verificò la presenza di Provenzano in quella parte della provincia palermitana, né si indagò sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera) indicate da Ilardo come l’anello di congiunzione tra Provenzano e gli altri capimafia. In più la notizia del mancato blitz fu comunicata solo nove mesi dopo, e quando ormai Ilardo era stato ammazzato.
Il 14 aprile 2008 arrivò il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato deciso dal gup Mario Conte. Il 17 luglio il Tribunale presieduto da Mario Fontana assolse i due imputati perché “il fatto non costituisce reato”, nonostante i pm coordinati da Vittorio Teresim, nel frattempo subentrato a Ingroia, chiedessero una condanna 9 anni per Mori e a sei anni e mezzo per Obinu. Il processo si era trasformato in un’anticipazione, per altro sostanziosa e sostanziale, di un altro dibattimento, quello sulla trattativa Stato-mafia. La mancata cattura del padrino corleonese sarebbe stata una tappa del presunto e scellerato patto prima, durante e dopo la stagione delle stragi del ’92. Secondo i pm, Mori e Obinu erano “servitori infedeli dello Stato”, traditori della Costituzione e dell’Arma dei carabinieri.
Nel gennaio 2014 la Procura generale appellò l’assoluzione, sostenendo che si fosse di fronte ad errori metodologici”, sovvertimento delle più “elementari regole” di redazione di una sentenza penale, “fiera demolizione” dell’attendibilità di un teste. Una durezza quella del sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio in scia con l’atto d’appello già presentato dal pubblico ministero di primo grado Di Matteo, la cui richiesta di applicazione anche in appello fu respinta dal procuratore generale Roberto Scarpinato.
Il sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio parlò di “ennesima caduta di professionalità degli imputati che hanno ottenuto, al di là di ogni prassi e logica militare, inaudite promozioni”. Il riferimento era a Mori che, dopo quel 1995, sarebbe divenuto prima generale, poi prefetto e infine direttore del Sisde. Nell’atto d’appello Patronaggio parlava anche di “contraddittorietà e illogicità della motivazione” con cui Mori e Obinu erano stati assolti dal collegio presieduto da Mario Fontana. La quarta sezione del Tribunale, “lungi dall’esaminare le prove articolate a dimostrare l’esistenza dell’elemento materiale del reato di favoreggiamento personale contestato agli imputati ha viceversa speso ben 853 pagine su un totale di 1318 per confutare l’esistenza della trattativa Stato-mafia”. Ed è qui che il Tribunale avrebbe sovvertito “elementari regole” visto che innanzitutto avrebbe dovuto accertare “l’esistenza dell’elemento materiale del reato”. “Il Tribunale – scriveva Patronaggio – ha ridotto questo processo ad un processo fortemente indiziario… non si spiega altrimenti la fiera opera di demolizione del teste Riccio… appare fin troppo evidente che – proseguiva – cercare di provare la responsabilità degli imputati attraverso la prova certa dell’esistenza della Trattativa, oggetto per altro di un altro processo, è impresa ardua oltre che errata da un punto di vista logico-giuridico”.
Alla fine arrivò una richiesta di condanna è 4 anni e mezzo per Mario Mori e 3 anni e mezzo per Mauro Obinu. Praticamente la metà di quanti ne furono chiesti nel processo di primo grado: non importa sapere perché i due imputati avrebbero favorito Provenzano, ma basta accertare l’esistenza del reato. La Procura generale ha cambiato strategia, rinunciando a contestare ai due imputati l’aggravante mafiosa e quella della trattativa. Restava in piedi solo quella per avere commesso il reato ricoprendo la qualifica di pubblico ufficiale”. 

La Trattativa
Gli “impegni” giudiziari per Mori non sono finiti, visto che è fra gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. L’indagine sul patto fra i boss e i rappresentanti delle istituzioni approda alla fase processuale nel luglio del 2012 quando gli atti – 120 faldoni – vengono trasmessi dalla Procura al giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini. Il rinvio a giudizio dei dieci imputati fu deciso il 7 marzo 2013. Ne avranno ancora per un po’. I pubblici ministeri (Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Antonio Di Matteo, Roberto Tartaglia) hanno citato circa 170 testimoni, di cui un centinaio già ascoltati. Poi si passerà a quelli citati dalla difesa che sono una sessantina in tutto.

 

 

PALERMO – Poco più di cinque anni. Tanto è durato il processo di primo grado al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

Un processo che muove i primi passi nel 2008, quando il giudice per le indagini preliminari impose un procedimento che all’inizio la Procura non voleva celebrare. Mori, ex capo del Ros ed ex direttore del Servizio segreto civile, e Obinu erano accusati del mancato blitz di Mezzojuso dove, secondo la Procura, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano già il 31 ottobre 1995. E cioè undici anni prima che lo scovassero a Montagna dei cavalli, nella sua Corleone.

Ne era certo il confidente Luigi Ilardo che lo raccontò al colonnello Michele Riccio. Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Riccio aveva parlato con chiarezza della presenza di Provenzano nel covo. Di parere opposto i pubblici ministeri secondo cui, i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine collegate al mancato blitz che avrebbero potuto consentire l’arresto del superboss anche successivamente.

Mori si ritrovò sotto accusa proprio com’era avvenuto per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. I carabinieri del Ros vi entrarono diciotto giorni dopo la cattura del “capo dei capi” corleonese il 15 gennaio del 1993. Allora era imputato pure il “capitano Ultimo”, l’ufficiale che mise le manette al padrino. Entrambi furono assolti. Qualche tempo dopo arrivarono le dichiarazioni di Michele Riccio, il quale raccontò che alle confidenze di Ilardo, che sarebbe stato ucciso nel 1996, Mori e Obinu gli avrebbero risposto che mancavano i mezzi tecnici per intervenire e che comunque avrebbe provveduto il Ros. E così i militari si limitarono a scattare qualche foto.

Nel 2007 la stessa Procura chiese l’archiviazione, ritenendo che mancasse la volontà di Mori, Obinu e del generale Antonio Subranni di far scappare Provenzano. Il Gip Maria Pino ordinò nuove indagini, usando parole dure contro il generale Mori. Il 4 gennaio 2008 le nuove indagini si conclusero con un nuovo capo di imputazione: non solo Mori e Obinu non avrebbero attivato l’adeguato servizio a Mezzojuso, ma nulla fecero successivamente “nonostante Ilardo avesse confermato l’abitualità dell’utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante”. Ed ancora: non si verificò la presenza di Provenzano in quella parte della provincia palermitana, né si indagò sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera) indicate da Ilardo come l’anello di congiunzione tra Provenzano e gli altri capimafia. In più la notizia del mancato blitz fu comunicata solo nove mesi dopo, e quando ormai Ilardo era stato ammazzato.

Il 14 aprile 2008 arrivò il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato deciso dal gup Mario Conte. Il 17 luglio il Tribunale presieduto da Mario Fontana assolse i due imputati perché “il fatto non costituisce reato”, nonostante i pm Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia chiedessero una condanna 9 anni per Mori e a sei anni e mezzo per Obinu. Il processo nel frattempo si era trasformato in un’anticipazione, per altro sostanziosa e sostanziale, di un altro dibattimento, quello sulla trattativa Stato-mafia. La mancata cattura del padrino Corleonese sarebbe stata una tappa del presunto e scellerato patto che pezzi dello Stato, dal ’92, avrebbero stretto con Cosa nostra. Secondo i pm, Mori e Obuni erano “servitori infedeli dello Stato”, traditori della Costituzione e dell’Arma dei carabinieri.

Nel gennaio 2014 la Procura generale appellò l’assoluzione, sostenendo che si fosse di fronte ad errori metodologici”, sovvertimento delle più “elementari regole” di redazione di una sentenza penale, “fiera demolizione” dell’attendibilità di un teste. Una durezza quella del sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio in scia con l’atto d’appello già presentato dal pubblico ministero di primo grado Nino Di Matteo, la cui richiesta di applicazione anche in secondo grado fu respinta dal procuratore generale Roberto Scarpinato.

Il sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio parlò di “ennesima caduta di professionalità degli imputati che hanno ottenuto, al di là di ogni prassi e logica militare, inaudite promozioni”. Il riferimento era a Mori che, dopo quel 1995, sarebbe divenuto prima generale, poi prefetto e infine direttore del Sisde. Nell’atto d’appello Patronaggio parlava anche di “contraddittorietà e illogicità della motivazione” con cui Mori e Obinu sono stati assolti dal collegio presieduto da Mario Fontana. La quarta sezione del Tribunale, “lungi dall’esaminare le prove articolate a dimostrare l’esistenza dell’elemento materiale del reato di favoreggiamento personale contestato agli imputati ha viceversa speso ben 853 pagine su un totale di 1318 per confutare l’esistenza della trattativa Stato-mafia”. Ed è qui che il Tribunale avrebbe sovvertito “elementari regole” visto che innanzitutto avrebbe dovuto accertare “l’esistenza dell’elemento materiale del reato”. “Il Tribunale – scriveva Patronaggio – ha ridotto questo processo ad un processo fortemente indiziario… non si spiega altrimenti la fiera opera di demolizione del teste Riccio… appare fin troppo evidente che – proseguiva – cercare di provare la responsabilità degli imputati attraverso la prova certa dell’esistenza della Trattativa, oggetto per altro di un altro processo, è impresa ardua oltre che errata da un punto di vista logico-giuridico”.

Alla fine arrivò una richiesta di condanna è 4 anni e mezzo per Mario Mori e 3 anni e mezzo per Mauro Obinu. Praticamente la metà di quanti ne furono chiesti nel processo di primo grado: non importava sapere perché i due imputati avrebbero favorito Provenzano, ma bastava, secondo l’accusa, avere accertato l’esistenza del reato. Era l’anticipazione della rivoluzione voluta da Scarpinato che si concretizzò nella rinuncia a contestare ai due imputati l’aggravante mafiosa e quella della trattativa. Restava in piedi solo quella per avere commesso il reato ricoprendo la qualifica di pubblico ufficiale. Il suo era un taglio netto con quanto sostenuto in primo grado dalla Procura della Repubblica e cioè che la mancata cattura di Provenzano nelle campagne di Mezzojuso fosse uno dei tasselli del patto che pezzi dello Stato avrebbero stretto con Cosa nostra negli anni delle stragi mafiose. “Tenteremo di semplificare – aveva detto Scarpinato – e di ridare al processo quella vita autonoma che, renderlo una costola del processo trattativa, gli aveva tolto”. Risultato: richieste di pena dimezzate.

 

Fra inchieste e processi, richieste di archiviazione e indagini “imposte” di Mario Mori la magistratura si occupa da vent’anni.

In principio fu la mancata perquisizione della villa di via Bernini, ultima residenza di Totò Riina. Il padrino corleonese viene arrestato il 15 gennaio ’93. I carabinieri del Ros guidati dal capitano Sergio De Caprio, Ultimo – anche lui finirà sotto processo -, lo fermano in macchina con l’uomo che gli fa da autista. I carabinieri ritengono che la perquisizione del covo possa compromettere ulteriori indagini. L’ operazione è sospesa. Il 30 gennaio la Procura scopre che l’osservazione della villa è stata interrotta il pomeriggio stesso dell’arresto. I militari fanno irruzione nella villa il 2 febbraio, ma è già stata ripulita. Nel 1997 la procura di Palermo apre un’ inchiesta a carico di ignoti per sottrazione di documenti e favoreggiamento. Nel 2002 sono gli stessi pubblici ministeri a chiedere di chiudere il caso con l’archiviazione. Il Gip la respinge: bisogna continuare a indagare. Nel marzo del 2004, gli “ignoti” vengono identificati in Mori, nel frattempo divenuto capo del Sisde, che nel ’93 era il vicecomandante del Ros, e De Caprio, L’ipotesi di reato è favoreggiamento. Arriva, però, una seconda richiesta di archiviazione da parte dei pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Il Gip, però, impone l’imputazione coatta per i due indagati. Si va a processo. Mori e Ultimo vengono rinviati a giudizio nel febbraio del 2005. Un anno dopo, nel 2006, il Tribunale presieduto da Raimondo Lo Forti li assolve con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.

Nelle motivazioni scriveranno che “l’opzione investigativa (quella di non perquisire il covo, ndr) comportava un rischio che l’autorità giudiziaria (il capo dei pm era Gian Carlo Caselli, ndr) scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria (i carabinieri del Ros, ndr), direttamente operativi sul campo”. Ed ancora: “L’autorità giudiziaria, nell’eccezionalità dell’evento che vedeva in stato di arresto il capo della struttura mafiosa e che poteva costituire un’occasione unica ed irripetibile di assestare un colpo forse decisivo all’ente criminale, operò una scelta anch’essa di eccezione, nell’ambito della propria insindacabile discrezionalità”.

In quelle stesse motivazioni veniva respinta l’ipotesi a cui, nel frattempo, si lavorava e cioè che Totò Riina fosse stato “venduto” da Bernardo Provenzano nell’ambito di un’ignobile trattativa. “È accertato come Riina non fu consegnato dai suoi sodali – scrivevano i giudici -, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del capitano De Caprio”. La Procura non ha appellato la sentenza di assoluzione che è divenuta definitiva.

Anche la storia del processo per la mancata cattura di Provenzano è stata piuttosto tormentata. In primo grado è durato poco più di cinque anni. Alla Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu sono stati assolti dal favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

Un processo che muove i primi passi nel 2008, quando il giudice per le indagini preliminari impose un procedimento che all’inizio la Procura non voleva celebrare. Mori e Obinu erano accusati di avere fatto saltare il blitz di Mezzojuso dove, secondo la Procura, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano già il 31 ottobre 1995. E cioè undici anni prima che lo scovassero a Montagna dei cavalli, nella sua Corleone.

Ne era certo il confidente Luigi Ilardo che lo raccontò al colonnello Michele Riccio. Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Riccio aveva parlato con chiarezza della presenza di Provenzano nel covo. Di parere opposto i pubblici ministeri secondo cui, i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine collegate al mancato blitz che avrebbero potuto consentire l’arresto del superboss anche successivamente.

Mori si ritrovò sotto accusa proprio com’era avvenuto per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. A pesare, le dichiarazioni di Michele Riccio, l’ufficiale dei carabinieri che raccolse le confidenze del mafioso e confidente Luigi Ilardo, ucciso nel 1996. Mori e Obinu avrebbero risposto a Riccio che mancavano i mezzi tecnici per intervenire

Nel 2007 la stessa Procura (pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo) chiese l’archiviazione, ritenendo che mancasse la volontà di Mori, Obinu e del capo del Ros, il generale Antonio Subranni (poi, uscito dalle indagini) di far scappare Provenzano. Il Gip Maria Pino ordinò nuove indagini, usando parole dure sui carabinieri. Il 4 gennaio 2008 le nuove indagini si conclusero con un nuovo capo di imputazione: non solo Mori e Obinu non avrebbero attivato l’adeguato servizio a Mezzojuso, ma nulla fecero successivamente “nonostante Ilardo avesse confermato l’abitualità dell’utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante”. Ed ancora: non si verificò la presenza di Provenzano in quella parte della provincia palermitana, né si indagò sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera) indicate da Ilardo come l’anello di congiunzione tra Provenzano e gli altri capimafia. In più la notizia del mancato blitz fu comunicata solo nove mesi dopo, e quando ormai Ilardo era stato ammazzato.

Il 14 aprile 2008 arrivò il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato deciso dal gup Mario Conte. Il 17 luglio il Tribunale presieduto da Mario Fontana assolse i due imputati perché “il fatto non costituisce reato”, nonostante i pm Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia chiedessero una condanna 9 anni per Mori e a sei anni e mezzo per Obinu. Il processo nel frattempo si era trasformato in un’anticipazione, per altro sostanziosa e sostanziale, di un altro dibattimento, quello sulla trattativa Stato-mafia. La mancata cattura del padrino corleonese sarebbe stata una tappa del presunto e scellerato patto che pezzi dello Stato, dal ’92, avrebbero stretto con Cosa nostra. Secondo i pm, Mori e Obinu erano “servitori infedeli dello Stato”, traditori della Costituzione e dell’Arma dei carabinieri.

Nel gennaio 2014 la Procura generale appellò l’assoluzione, sostenendo che si fosse di fronte ad errori metodologici”, sovvertimento delle più “elementari regole” di redazione di una sentenza penale, “fiera demolizione” dell’attendibilità di un teste. Una durezza quella del sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio in scia con l’atto d’appello già presentato dal pubblico ministero di primo grado Nino Di Matteo, la cui richiesta di applicazione anche in secondo grado fu respinta dal procuratore generale Roberto Scarpinato.

Il sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio parlò di “ennesima caduta di professionalità degli imputati che hanno ottenuto, al di là di ogni prassi e logica militare, inaudite promozioni”. Il riferimento era a Mori che, dopo quel 1995, sarebbe divenuto prima generale, poi prefetto e infine direttore del Sisde. Nell’atto d’appello Patronaggio parlava anche di “contraddittorietà e illogicità della motivazione” con cui Mori e Obinu sono stati assolti dal collegio presieduto da Mario Fontana. La quarta sezione del Tribunale, “lungi dall’esaminare le prove articolate a dimostrare l’esistenza dell’elemento materiale del reato di favoreggiamento personale contestato agli imputati ha viceversa speso ben 853 pagine su un totale di 1318 per confutare l’esistenza della trattativa Stato-mafia”. Ed è qui che il Tribunale avrebbe sovvertito “elementari regole” visto che innanzitutto avrebbe dovuto accertare “l’esistenza dell’elemento materiale del reato”. “Il Tribunale – scriveva Patronaggio – ha ridotto questo processo ad un processo fortemente indiziario… non si spiega altrimenti la fiera opera di demolizione del teste Riccio… appare fin troppo evidente che – proseguiva – cercare di provare la responsabilità degli imputati attraverso la prova certa dell’esistenza della Trattativa, oggetto per altro di un altro processo, è impresa ardua oltre che errata da un punto di vista logico-giuridico”.

Alla fine arrivò una richiesta di condanna è 4 anni e mezzo per Mario Mori e 3 anni e mezzo per Mauro Obinu. Praticamente la metà di quanti ne furono chiesti nel processo di primo grado: non importava sapere perché i due imputati avrebbero favorito Provenzano, ma bastava, secondo l’accusa, avere accertato l’esistenza del reato. Era l’anticipazione della rivoluzione voluta da Scarpinato che si concretizzò nella rinuncia a contestare ai due imputati l’aggravante mafiosa e quella della trattativa. Restava in piedi solo quella per avere commesso il reato ricoprendo la qualifica di pubblico ufficiale. Il suo era un taglio netto con quanto sostenuto in primo grado dalla Procura della Repubblica e cioè che la mancata cattura di Provenzano nelle campagne di Mezzojuso fosse uno dei tasselli del patto che pezzi dello Stato avrebbero stretto con Cosa nostra negli anni delle stragi mafiose. “Tenteremo di semplificare – aveva detto Scarpinato – e di ridare al processo quella vita autonoma che, renderlo una costola del processo trattativa, gli aveva tolto”. Risultato: richieste di pena dimezzate.

Gli impegni giudiziari per Mori non sono finiti, visto è fra gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. L’indagine sul patto fra i boss e i rappresentanti delle istituzioni approda alla fase processuale nel luglio del 2012 quando gli atti – 120 faldoni – vengono trasmessi dalla Procura al giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini. Il rinvio a giudizio dei dieci imputati fu deciso il 7 marzo 2013. È anche la data che segna l’inizio dell’abbreviato più lungo, o quasi, della storia giudiziaria italiana. Calogero Mannino decide di essere processato con il rito alternativo per fare in fretta. Ed invece sarà assolto quasi tre anni dopo, all’inizio del mese di novembre 2015. Tutti gli altri imputati sono ancora sotto processo con il rito ordinario davanti alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto. E ne avranno ancora per un po’. I pubblici ministeri (Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Antonio Di Matteo, Roberto Tartaglia) hanno citato circa 170 testimoni, di cui un centinaio già ascoltati. Poi si passerà a quelli citati dalla difesa che sono una sessantina in tutto.


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