Il chiodo fisso di Crocetta: | collocare ai vertici l'ex pm Ingroia

Il chiodo fisso di Crocetta: | collocare ai vertici l’ex pm Ingroia

Il chiodo fisso di Crocetta: | collocare ai vertici l’ex pm Ingroia
Rosario Crocetta e Antonio Ingroia
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REGIONE. Da Riscossione Sicilia a Sicilia e-Servizi, passando per la Provincia di Trapani. Da un anno e mezzo il governatore è impegnato nell'impresa di assicurare all'ex leader di Rivoluzione civile un ruolo di prestigio. Perché? (nella foto Rosario Crocetta e Antonio Ingroia)

Le ragioni di un'ossessione
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PALERMO – Da Riscossione Sicilia a Sicilia e-Servizi, passando per la Provincia di Trapani. Da un anno e mezzo, Rosario Crocetta ci prova in tutti i modi. Nemmeno fosse il manager personale di Antonio Ingroia. Il suo procuratore. Il governatore negli ultimi diciotto mesi, infatti, si è speso, impegnato a fondo per garantire all’ex pm una posizione di tutto rispetto. Dal punto di vista della visibilità e da quello economico. A costo di ignorare qualche norma, e di prendersi i rimproveri di organismi che agli occhi del governatore della legalità dovrebbero essere stelle polari, punti di riferimento: il Csm e il responsabile nazionale dell’Anticorruzione.

È passato su tutto, Rosario Crocetta. A dimostrazione di una stima che sconfina quasi in un’ossessione. E che si basa, stando ad alcune dichiarazioni dello stesso governatore, forse anche sul riconoscimento di qualche affinità elettiva. Lui, il presidente antimafia. L’altro, il pm più mediaticamente esposto sul fronte soprattutto dei rapporti tra politica e criminalità organizzata. Una “garanzia” di legalità per puntellare un governo che ha visto cedere qualche cardine, come l’altro ex pubblico ministero Nicolò Marino. Serve sempre, insomma, una “spolverata” di antimafia. Che poi, altra interpretazione buona per chi è ancora, dopo trent’anni, affezionato alle idee dell’eretico di Racalmuto Leonardo Sciascia, può tornare utile anche per “regolare” i rapporti interni ed esterni alla sua maggioranza. La “questione morale”, insomma, è più facile da tirare fuori se puoi dire “Io dalla mia parte ho il pm dei processi ai mafiosi”. Ma c’è chi vede, nella sintonia tra Crocetta e Ingroia una base puramente politica. O meglio, la possibilità di dare vita, nel medio o breve termine, a una formazione politica modellata dalla matrice antimafiosa.

Finora però, ogni scelta si è tradotta in un inciampo. Ogni decisione in una bacchettata. Tutto iniziò con le voci di Ingroia in giunta. Ma in tanti non lo volevano. A cominciare da ampie fette del partito democratico. Se governo non può essere, allora, sia pure sottogoverno. E la poltrona sembrava quella giusta: la società Riscossione sicilia era, agli occhi del governatore, “l’unico gabelliere italiana in perdita, un vero scandalo”. E serviva lo sceriffo, per mettere le cose a posto. Antonio Ingroia, fresco della delusione della sua Rivoluzione civile, fu quindi invitato subito dal governatore al tavolo della rivoluzione crocettiana. Incarico adatto all’ex pm, visto che quella società, per Ingroia, era stata in passato (un passato vecchio di almeno trent’anni, ma poco conta) “uno snodo del sistema economico o politico-mafioso della Sicilia”. La mafia, ovviamente. Eppure, quei cattivoni del Csm, in quel caso, alzarono paletta rossa: Ingroia non poteva accettare quell’incarico. Per la “riscossa civile”, c’era tempo.

Per fortuna, la mafia è un po’ dovunque. Basta vederla. Era ovviamente anche dentro Sicilia e-Servizi, dove lavorava la figlia di Giovanni Bontade. Incensurata. E mai sfiorata da alcuna indagine. Ma c’era il cognome. Bastava e avanzava. Così, ecco il nuovo incarico: mettere pulizia nell’azienda dell’informatica voluta da Cuffaro, che per mafia è pure in galera. A dire il vero, Antonio Ingroia arriva a fari spenti. Avrebbe dovuto, inizialmente, limitarsi a liquidare l’azienda. A verificare quali incrostazioni fossero ancora presenti, e poi chiuderla. Del resto, il governatore che lo ha nominato, era stato molto chiaro all’atto del suo insediamento: chiudo tutte le partecipate. Figuriamoci Sicilia e-Servizi, con contenziosi milionari con i soci privati e un passato di cognomi celebri e parcelle prestigiose. E invece, ecco il miracolo. Con una carezza, Ingroia ha fatto risorgere Sicilia e-Servizi. L’ha pescata dal profondo mare delle aziende mangiasoldi e l’ha riportata sulla riva delle società “in bonis”, cioè sane. Un’operazione complessa che, insieme agli onori (stando alle parole di Ingroia, il fatto di aver portato i bilanci in attivo gli garantirà una indennità di risultato di circa 100 mila euro) e qualche “difficoltà”. Come quelle legate al licenziamento di qualche vecchio dipendente (ovviamente, tra questi la figlia di Bontade) e il salvataggio della maggior parte. Un’operazione svolta grazie alle valutazioni di una commissione nominata dallo stesso Ingroia e che la procura della Corte dei conti ha sostanzialmente definito una trovata quantomeno originale: “Non risulta alcuna regolamentazione primaria o di grado inferiore – hanno spiegato i pm contabili – idonea a disciplinare composizione, procedimento e competenze della Commissione di verifica”. Nero su bianco nell’atto di citazione col quale sono stati di fatto rinviati a giudizio contabile lo stesso Ingroia, il presidente Crocetta e mezza giunta. Danno erariale, questa l’accusa. “Crocetta ha rinnegato la scelta di legalità” diranno i giudici. Una interpretazione delle norme, quella del governo, assai elastica. Così come pare elastico il compenso dell’amministratore unico. Che Crocetta avrebbe, in tempi non sospetti, abbassato a quarantamila euro. Cifra spazzata via dalle spiegazioni di Ingroia: se tutto andrà bene, l’ex pm, che ha garantito anche compensi a sei cifre persino all’ex tesoriere di Rivoluzione civile, porterà a casa 150 mila euro.

Ma la storia di Sicilia e-Servizi si incrocia con quella che ha visto Antonio Ingroia, nell’ultimo anno, vestire anche il ruolo di amministratore di un ente locale. La Provincia di Trapani, per la precisione. La mafia, si penserà, stavolta non c’entra nulla. E invece c’entra, eccome. Perché stando alle parole di quei giorni del governatore, Ingroia verrà inviato lì anche col compito di fornire un impulso alle indagini sul latitante Matteo Messina Denaro, originario di Castelvetrano. Un equivoco, probabilmente. Una confusione tra i ruoli di commissario di una Provincia e commissario di polizia. Capita. Ma c’è quantomeno la buona intenzione. Contrastare la criminalità organizzata. Ma anche stavolta, ecco lo stop. Che arriva dall’autorità anticorruzione. O, per dirla con la lingua della “rivoluzione”, l’autorità “antimanciugghia”: la legge vieta l’attribuzione di più di un incarico a soggetti esterni all’amministrazione. Da lì, il dietrofront. Ingroia non è più commissario della Provincia di Trapani. La cattura di Messina Denaro può attendere.


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