La mala gestio dei beni sequestrati | Va in aula lo 'scandalo Saguto' - Live Sicilia

La mala gestio dei beni sequestrati | Va in aula lo ‘scandalo Saguto’

Silvana Saguto

Al via l'udienza preliminare. Cappellano Seminara sceglie l'immediato. Cade la corruzione per Licata

VENTI INDAGATI
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CALTANISSETTA – L’inchiesta è partita dalle stanze di un Palazzo di giustizia e nelle stanze di un altro Tribunale approda. Oggi è il giorno dell’udienza preliminare del processo sullo “scandalo Saguto”.

Sono passati quasi due anni dal settembre 2015 quando i finanzieri della Tributaria perquisirono l’ufficio dell’allora presidente della sezione Misure di prevenzione al piano terra del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Le microspie registrarono la “mala gestio” dei beni strappati ai boss.

L’ex presidente è uno dei venti imputati che si presenteranno davanti al giudice per l’udienza preliminare Marcello Testaquadra. La decisione non sarà immediata. Ci vorranno alcuni giorni prima di sapere se gli imputati finiranno, o meno, sotto processo. Un esito che, alla luce della molte dei capi di imputazione, appare scontato.

Ci sono delle novità. Innanzitutto l’amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara ha chiesto tramite l’avvocato Sergio Monaco di essere processato con il rito immediato. Salterà, dunque, l’udienza preliminare e andrà direttamente a dibattimento. Stessa cosa avrebbe voluto fare Silvana Saguto che, però, alla fine ha scelto diversamente, probabilmente alla luce del concomitante avvio, sempre oggi, del procedimento disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura. Il Csm l’ha già sospesa, seppure continui a percepire un terzo dello stipendio, ma ora rischia la radiazione.

La scelta del rito immediato, nel caso dell’ex presidente, forse rispondeva alla logica che il rinvio a giudizio venisse considerato dall’opinione pubblica come una prima valutazione positiva da parte di un giudice terzo della solidità dell’impianto accusatorio. Strategie processuali: Saguto, assistita dagli avvocati Giulia Bongiorno e Ninni Reina, non chiederà di essere interrogata dal Gup, ma lo farà nell’eventuale dibattimento. Si preannuncia una durissima battaglia giudiziaria.

Altra novità riguarda la posizione di un altro giudice indagato, Fabio Licata – difeso dagli avvocati Roberto Mangano e Marco Manno – per il quale la stessa Procura nissena ha chiesto l’archiviazione del reato di corruzione. Restano in piedi le ipotesi di abuso d’ufficio, falso e rivelazione di segreto d’ufficio (sarebbe stato Licata ad acquisire la notizia che era stato aperto e trasferito a Caltanissetta un fascicolo d’indagine). La presunta corruzione riguardava l’aumento delle parcelle riconosciute dal Tribunale a Lorenzo Caramma, marito della Saguto. Aumento che non sarebbe dipeso da Licata che, dunque, si scrollerebbe di dosso, secondo i legali, la pesante ipotesi di avere fatto parte del cerchio magico.

Si tratta di uno dei capitoli stralciati dall’avviso di conclusione delle indagini che domani approderà davanti al Gup. Gaetano Cappellano Seminara chiese e ottenne l’aumento del compenso per l’ingegnere Caramma, consulente nella procedura delle cave Consoma, Orima, Valle Rena, Buttitta, Giardinello. Nel 2012, il giudice delegato Licata, che in questa circostanza sarebbe stato raggirato, diede il via libera all’aumento da 4 mila a 6 mila euro a bimestre.

Cappellano Seminara avrebbe attestato “contrariamente al vero” che vi era stato un incremento dei mezzi utilizzati. Di conseguenza erano cresciute le responsabilità e il lavoro di Caramma, che era coadiutore tecnico, costretto ad una “presenza costante” nelle imprese. Ed ancora, lo stesso Caramma si sarebbe occupato anche di reperire sul mercato i pezzi di ricambio per i macchinari al prezzo più vantaggioso. Tutto falso, secondo il pm Cristiana Lucchini, perché “Caramma si recava presso le singole imprese circa una volta alla settimana per non più di un’ora e talvolta ometteva persino di adempiere a questo minimo impegno, sostituendo la visita con una telefonata”. Alla fine, Caramma avrebbe ottenuto in un triennio 36 mila euro che non gli sarebbero spettati. Questo non è il solo filone investigativo rimasto per ora fuori dal processo e su cui ancora indagano i finanzieri. Compreso il ruolo di altri magistrati, come il nisseno Giovan Battista Tona che ha obbligato Caltanissetta a trasmettere gli atti a Catania per competenza territoriale.

Una ventina di indagati, dunque, ottanta ipotesi di reato. Sono i numeri della prima tranche dello scandalo. Un giro vorticoso di consulenze, nomine e soldi sporcato, secondo i pm coordinati dal procuratore Amedeo Bertone, da favori, episodi di corruzione e una raffica di falsi. Ecco l’elenco completo degli indagati: Silvana Saguto, Lorenzo Caramma, Gaetano Cappellano Seminara, Carmelo Provenzano, Roberto Nicola Santangelo, Tommaso Virga, Walter Virga, Emanuele Caramma, Vittorio Pietro Saguto, Roberto Di Maria, Maria Ingrao, Calogera Manta, Rosolino Nasca, Luca Nivarra, Francesca Cannizzo, Fabio Licata, Lorenzo Chiaramonte, Aulo Gigante, Elio Grimaldi. 

La sfilza di contestazioni si apre con l’abuso d’ufficio che Saguto avrebbe commesso in concorso con Tommaso Virga, ex presidente di una sezione penale del Tribunale di Palermo e trasferito alla Corte d’appello di Roma. Virga, esponente di spicco della stessa corrente di Saguto e componente del Csm, “chiedeva alla collega o si limitava a manifestare interesse affinché il figlio Walter fosse nominato amministratore giudiziario”. Così avvenne per i sequestri Rappa e Bagagli, nonostante l’ex presidente lo considerasse “un ragazzino da niente”. La nomina “era volta all’esclusivo scopo di compiacere Tommaso Virga da cui essa si attendeva autorevole sostegno presso il ministero della Giustizia, il Csm, l’Associazione nazionale magistrati e la stampa”. Anm che ha pochi giorni fa ha espulso l’ex presidente.

Una volta insediatosi nella procedura Rappa, Walter Virga avrebbe organizzato una presunta truffa per nominare Luca Nivarra, professore di Diritto civile all’Università di Palermo e avvocato come consulente per seguire pratiche legali che già altri professionisti stavano seguendo. Una duplicazione costata 15 mila euro per sei mesi con il compito di coordinare, secondo l’accusa solo sulla carta, cause che riguardavano la Finmed e la Med Immobiliare. Tra i primi favori ottenuti dalla Saguto ci sarebbe stata l’assunzione di Mariangela Pantò, fidanzata di uno dei suoi figli, nello studio di Walter Virga. Da qui l’ipotesi di “induzione a dare o promettere utilità”.

All’ex presidente, assieme al marito e a Cappellano Seminara, viene contestato il più grave reato di associazione per delinquere. Il patto avrebbe previsto che Saguto scegliesse l’amministratore giudiziario ottenendo in cambio la nomina del marito come consulente. Caramma avrebbe così incassato parcelle “gonfiate” oppure per prestazioni mai svolte. Lunga la lista delle consulenze per centinaia di migliaia di euro pagate da Cappellano Seminara a Caramma che riguardano sequestri disposti da altri Tribunali siciliani. Perché Cappellano aveva incarichi in tutta l’Isola: Calcestruzzi (Caltanissetta), Ignazio Agrò (Agrigento), Diego Agrò (Agrigento), Allegro (Caltanissetta), Tarantolo (Trapani), Amoddeo (Palermo), Padovani (Caltanissetta).

E poi ci sarebbero i soldi in contanti: Cappellano Seminara avrebbe consegnato al giudice “almeno 20 mila euro il 30 giugno 2015 e 26.500 euro fra novembre 2014 e febbraio 2015”. Ad un certo punto, però, forse perché iniziò a temere il peggio, l’ex presidente Saguto avrebbe deciso di sganciarsi da Cappellano Seminara per puntare su altri amministratori giudiziari. Ed ecco che i pm contestano la nascita di una nuova associazione a delinquere di cui avrebbero fatto parte Lorenzo Caramma, Carmelo Provenzano (che nominava nelle sue amministrazioni giudiziarie la moglie Maria Ingrao e una sfilza di parenti) e Roberto Nicola Santangelo (anche lui amministratore giudiziario).

Avevano in mente “un piano più grosso, cioè un progetto professionale, politico” per piazzare, così sostiene l’accusa, persone a loro gradite nelle società. A Santangelo e Provenzano fu assegnata la gestione dei sequestri Acanto, Virga, Ingrassia, Vetrano e Raspanti. Saguto in cambio avrebbe segnalato gente da assumere, ricevuto cassette di frutta e verdura e ottenuto una corsia preferenziale per il figlio che doveva laurearsi alla Kore di Enna. Il professore Roberto Di Maria, preside della facoltà di Giurisprudenza e relatore della tesi di Emanuele Caramma in Diritto costituzionale, lo avrebbe aiutato per “la fine di un percorso”. E anche lui sarebbe stato ripagato con una consulenza da mille euro. Santangelo e Provenzano avrebbero scambiato le amministrazioni giudiziarie come un ufficio di collocamento personale per parenti e amici.

Stessa cosa sarebbe avvenuta con Rosolino Nasca, colonnello della Dia in servizio a Palermo e poi trasferito, che avrebbe ‘controllato’ un altro amministratore giudiziario, Giuseppe Rizzo, tramite il quale contava di sistemare il marito della Saguto (“Tranquilla ti dico io come fare… non comparirà da nessuna parte. Come? Viene assunto da una terza persona”), la fidanzata del figlio (“Vabbè tanto poi la sistemiamo ancora meglio, non ti preoccupare”).

Anche l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo è indagata per concussione in concorso con Saguto. Saguto avrebbe imposto all’amministratore Alessandro Scimeca l’assunzione del figlio di un amico della Cannizzo, Richard Scammacca, all’Abbazia Sant’Anastasia sequestrata all’imprenditore Francesco Lena. E poi ci sarebbero i falsi commessi dal giudice Licata nei provvedimenti di liquidazione eseguiti dal collegio (ad esempio quello di Italgas) di cui faceva parte insieme a Lorenzo Chiaramonte. Anche Chiramonte è sub iudice davanti al Gup perché avrebbe favorito un amico nelle nomine per le amministrazioni giudiziarie.

Di corruzione è imputato un altro amministratore, Aulo Gigante, che avrebbe assunto il figlio della cancelliera e amica di Saguto, Dorotea Morvillo, nell’amministrazione dei beni dei Niceta. Infine, ci sono tutte le contestazioni per abuso d’ufficio per l’utilizzo disinvolto da parte dell’ex presidente degli agenti di scorta, scambiati per tassisti a disposizione del magistrato per sbrigare faccende private e accompagnare altre persone. Di recente il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha revocato la scorta.


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