Sicilia, clientelare o intransigente: la politica è irresponsabile

Sicilia clientelare o intransigente. Ma la politica resta irresponsabile

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Lo sguardo desolato su centrodestra e centrosinistra
L'EDITORIALE
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3 min di lettura

Ci sono due Sicilie. Una clientelare e irricevibile, in ogni caso. L’altra, intransigente, capace di coltivare un nobile ideale, che diventa vacuo se non si traduce in fatti. Sono due Sicilie irriducibili.

Proviamo a tratteggiarle nei giorni in cui la nostra regione festeggia i primi ottant’anni di autonomia. Ed è dunque normale che ci si interroghi se sia stato un felice destino, con risposte complesse, oppure (per la maggiore) votate al catastrofismo semplicista.

Noi preferiamo spostare la nostra riflessione sul presente. La storia è materia affascinante, ma compiuta: non si può cambiare. A giudicare dagli esiti mondiali, nessuno ha mai davvero imparato qualcosa da lei. Discutere del vestito è utile, soltanto dopo avere determinato contenuti migliori.

La Sicilia clientelare

La brutta Sicilia clientelare – a prescindere dal codice penale – va benissimo quasi a tutti, finché non arriva un’ipotesi di reato. Allora si scopre la famosa questione morale. Che, però, resta un ‘incidente di percorso’.

Il clientelismo per una parte è una patologia della politica, per l’altra è l’approdo malsano di chi cerca un aggancio. Una forma di rapporto che ci tiene lontani dal perfezionamento di una vera democrazia, basata sull’etica della comunità.

In Sicilia esistono (soprattutto, raramente, così e così?) singoli, tenacemente alieni a qualunque idea collettiva di sviluppo. C’è chi cerca la sua strada, magari la trova, in legami confinanti con zone d’ombra. Salvo indignarsi con fiammeggiante esecrazione se un giudice si palesa. Altrimenti, non succede niente.

La Sicilia intransigente

La Sicilia intransigente sorge come reazione allo scenario descritto. Ha una radice di purezza. Il problema nasce quando si risolve in un profluvio di simboli, di denunce, di dichiarazioni di principio autoreggenti, limitandosi alle enunciazioni.

Per non parlare dell’avvitamento che può essere provocato dal meccanismo a scatto di una demonizzazione senza quartiere dell’avversario di turno. Perché ‘mascariare’ è sempre più redditizio che proporre. Il cortocircuito produce un incessante rumore di sottofondo che lascia intatti i guai da cui si alimenta.

Uno sguardo desolato al panorama

Dentro e fuori le categorie di cui sopra, non ci pare di potere dire che la politica siciliana goda di buona salute. Lo sguarda al panorama complessivo conduce alla desolazione. Il centrodestra si dibatte ancora in una crisi che ha molto poco di ideale e molto di concreto in posti e prebende.

Il centrosinistra ha una compattezza di opposizione declamatoria. Però, non si capisce a quale schema, a quale proposta alternativa, vorrebbe dare luogo. Oppure ci si limiterà alle esternazioni, alla simbologia, ai no automatici che quasi mai costruiscono la necessaria sintesi?

Questa è la sicilianità politica corrente, al netto di eccezioni. Un mondo chiuso, autoreferenziale, in cui bastano la percezione di amicizia o di inimicizia, per assicurare rapporti di vicinato o scatenare tempeste di rancore.

Dov’è la politica (quella buona)?

Da tempo insistiamo sulla questione morale, non come mero espediente tattico. Pensiamo che una buona politica debba porla alla base del suo funzionamento e poi funzionare davvero.

Ma la buona politica, con il suo equilibrio, con il suo rigore, con la sua capacità, comunque, di produrre strumenti necessari, resta una strada minoritaria, ottant’anni dopo.

Da noi si staglia, equanimemente divisa, la politica irresponsabile che – tra clientelismi e strumentalizzazioni – pensa alla sua stessa sopravvivenza. Potremmo avere le leggi più belle del mondo (semicit) e, con simili chiari di luna, non servirebbe a nulla. Come si può essere siciliani?

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