Sicilia, Schifani-Micciché, non c'eravamo tanto amati...

Sicilia, Schifani-Micciché, non c’eravamo tanto amati…

Un conflitto politico e umano. Ecco come potrebbe finire.

Sarà magari anche una questione fisiognomica, perché il primo ha l’aplomb del preside del liceo, mentre il secondo somiglia di più al rappresentante degli studenti, incline all’occupazione. Ma le sembianze sono il contorno, la fantasia, della questione che è politica. Ed è politico il fatto per cui il primo (Renato Schifani, presidente della Regione) e Gianfranco Miccichè (già presidente dell’Ars) non possono – appunto, politicamente – amarsi. Ed era un epilogo inevitabile, visto che Miccichè ha tentato di fare, con Schifani, quello che aveva fatto con Musumeci: cioè, essere un co-timoniere, con licenza di dire la sua sulla rotta, oppure di determinare la rottura; mentre Schifani, che ha studiato la situazione, è stato, fin dall’inizio, fermamente deciso a non essere la vittima sacrificale dello schema che ha portato il predecessore alla mancata ricandidatura.

Sia come sia, con tutte le opinioni in lizza, la circostanza appare chiara. Non si amano. E sarà una questione marginale, se, sullo sfondo, c’è una terra disperata che brama pane e governo. Ma la storia ci insegna che sono spesso i margini a determinare buona parte della sostanza.

E chissà se Gianfranco rimpiange i (bei?) tempi, quando il suo avversario era Nello. Una suggestione da matti? Forse no, perché erano simili nell’impulsività, negli scatti, nella voluttà del corpo a corpo, seppure si declinavano in forme che li narravano opposti. Musumeci ruggiva, Miccichè sparava le sue invettive ad alzo zero. E c’era, in tutta quella gazzarra, un terreno comune dove vivere il dissapore dentro una sorta di reciproca solidarietà da combattenti, con la reprimenda stretta nel pugno, pronta per essere lanciata.

Poi, venne Renato – dopo lo ‘sgambetto’ di Miccichè a Musumeci – forzista, ma indicato dai meloniani, siciliano, ma del tipo svedese, capace di lotta, non solo di governo, ma su altri registri, sorridente, ma insofferente alla presenza di vicini scomodi. Sono tutti i ‘ma’ – e altri se ne potrebbero aggiungere – che hanno sbarrato il passo alla riconferma di Miccichè sullo scranno di Palazzo dei Normanni e che lo costringono a una coabitazione complicata, con un avversario che preferisce la tattica del logoramento sottile, più che lo scontro in campo aperto.

La cronaca riflette il metodo di Schifani che non lancia fuoco e fiamme e che, però, quando decide, sancisce che ‘coabitazione’ e ‘logorio’ non sono ammissibili nella sua presidenza. Ed ecco Miccichè che chiarisce che a lui, veramente, con siffatti chiari di luna, nun glie passa manco pà capa (il linguaggio della sceneggiata si presta) di concorrere per il bis. E così adesso si parla di un incarico romano, di qualcosa, pur di mascherare la retromarcia forzata, la sconfitta tattica, culminata in una drammatica riunione del partito. E vedremo le prossime puntate cosa rappresenteranno. In politica, come nel calcio, conta il gol finale. Il regno di Renato, come per tutti i governatori, dovrà guardarsi da mutevolezza e fragilità, in un Ars dall’umore costantemente variabile.

E, se, per Miccichè, alla fine, sarà Roma e non Sicilia, si potranno, chissà, ricongiungere i percorsi con l’altro ‘esiliato di lusso’, l’inquilino ministeriale, per scoprirsi vicendevolmente più vicini di quanto non si pensasse. Già pregustiamo la telefonata da happy end: “Nello, cosa fai stasera?”. (Roberto Puglisi)


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