Ucraina, ipotesi stop al petrolio russo: cosa potrebbe succedere - Live Sicilia

Ucraina, ipotesi stop al petrolio russo: cosa potrebbe succedere

Il pressing Usa, la minaccia russa e le possibili conseguenze
ECONOMIA
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Cresce la tensione e il dibattito all’ipotesi di un embargo del mondo verso il petrolio russo. Anche se il premier tedesco Olaf Scholz ha frenato sull’ipotesi di rinunciare all’oro nero prodotto in Russia il segretario di Stato Usa Blinken non nasconde il pressing americano. L’invasione dell’Ucraina costituisce “un’opportunità, non solo significativa ma imperativa, per molti paesi in Europa, di liberarsi dalla dipendenza dall’energia russa”, perché Mosca “usa l’energia come un’arma”.

Secondo la Bloomberg, Biden si appresta a vietare le importazioni di greggio russo già oggi, senza la partecipazione degli alleati europei. Una prima bozza della dichiarazione che chiuderà il vertice Ue di Versailles, giovedì e venerdì prossimo, fissa come obiettivo “l’eliminazione della dipendenza da petrolio, gas e carbone importati dalla Russia”. Sul tavolo così si inizia a pensare all’uso di eurobond per le spese energetiche.

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Dal fronte Russo però, l’opzione di un embargo richiama le minacce. “Abbiamo tutto il diritto di prendere una decisione corrispondente e imporre un embargo sul pompaggio di gas attraverso il gasdotto Nord Stream 1”. Ha detto il vicepremier russo Aleksandr Novak. La Russia insomma pensa a una contromossa dopo il congelamento da parte di Berlino del Nord Stream 2, il gasdotto gemello al primo che collega Russia e Germania.

Ma cosa succede se si rinuncia al petrolio russo?

La Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio, dopo Usa e Arabia, ma è di gran lunga il primo esportatore: 7 milioni di barili al giorno (bpd), il 7% dell’offerta globale. Nel 2019 i suoi ricavi dal prodotto raffinato sono arrivati a 24 miliardi di euro, e l’anno scorso hanno coperto il 36% del bilancio nazionale. Il peso per la nazione di Putin è rilevante ma lo è anche per chi compra il greggio.

Quello che potrebbe accadere lo rivela l’Opec. l’organizzazione di regolazione della produzione di petrolio. L’istituzione, ha spiegato il segretario generale dell’organizzazione dei Paesi produttori, Mohammad Barkindo, intervenendo al Ceraweek di Houston è “impegnata a garantire la sicurezza delle forniture di petrolio” ma “non ha il controllo degli eventi che stanno influenzando il mercato e ne stanno guidando l’andamento”. Barkindo ha, poi, aggiunto che “il principio guida dell’Opec resta la stabilità del mercato globale” ma ha anche osservato che in caso di embargo sul petrolio russo “non c’è capacità produttiva nel mondo in grado di rimpiazzare 7 milioni di barili al giorno di esportazioni” e avvertito che “la ristrettezza del mercato può portare alla distruzione della domanda”.

Uno stop sarebbe un avvenimento senza precedenti, sovralimentando prezzi già altissimi e il rischio di uno shock inflazionistico è reale. I flussi nei gasdotti non sono per ora minacciati e proseguono con regolarità: da Gazprom ci arriva anzi il 30% in più rispetto a febbraio. Il 60 per cento del petrolio russo si dirige verso i paesi europei membri dell’OCSE: innanzitutto la Germania (vale oltre il 30 per cento del totale importato), la Francia e l’Italia (più del 10 per cento per entrambe). Ma la possibilità di perdere le forniture da Mosca si è fatta improvvisamente più concreta. E il mercato trema.

Stop al petrolio russo, le conseguenze sulla crescita

Senza dubbio l’inflazione in Italia è destinata a crescere ancora e arrivare a giugno all’8,4%, come segnala il centro studi di Unimpresa, basando la previsione sull`inflazione con il prezzo del petrolio fino a 150 dollari al barile entro giugno, mentre, col petrolio a 120 dollari il caro-vita potrebbe attestarsi al 7,5%.

Un divieto di importare petrolio russo rallenterebbe drasticamente la ripresa globale dalla pandemia di coronavirus. Negli Stati Uniti, la Fed stima che ogni aumento di 10 dollari al barile dei prezzi del petrolio riduca la crescita di 0,1 punti percentuali, sebbene istituti privati prevedano un impatto più tenue.

Secondo le stime della Banca centrale europea, la guerra potrebbe ridurre la crescita della zona euro da 0,3 a 0,4 punti percentuali quest’anno in uno scenario di base e di 1 punto percentuale in caso di grave shock. C’è un alto rischio di stagflazione, ma è probabile che la crescita della zona euro rimanga robusta, anche se i prezzi delle materie prime si riveleranno un freno. In Russia invece è probabile che i danni sarebbero ingenti e immediati. JPMorgan stima che la sua economia si contrarrà almeno del 12,5%.

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