Vi immaginate Beethoven | bocciato ai test d'ammissione? - Live Sicilia

Vi immaginate Beethoven | bocciato ai test d’ammissione?

Arriva il tempo dei test d'ammissione all'università. Abbiamo riflettuto davvero sul significato e sul valore di queste prove? Non rischiamo di sprecare talenti?

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Nei prossimi giorni migliaia di giovani si cimenteranno con i test di accesso alle facoltà universitarie: un momento importante, decisivo per il loro futuro, per la loro vita, per il lavoro che svolgeranno. Ma un momento importante anche per la nostra società perché, si sa, dai giovani dipende il futuro.

Sono però, questi giovani, incerti e confusi sulle scelte, per via del numero chiuso, oramai previsto in tutte o quasi le facoltà universitarie: il rischio di non superare il test di ammissione e rimanere fuori dal percorso universitario porta molti di loro ad iscriversi e partecipare ai test per più facoltà, anche le più disparate o diverse tra loro; conosco personalmente giovani che lo scorso anno hanno partecipato – a distanza di un paio di giorni – ai test per l’ammissione a medicina, ingegneria, filosofia ed economia: una qualsiasi, quella in cui avrebbero superato i test. Pagano cinquanta euro per partecipare a ciascun test e sperano di superarne almeno uno, quale che sia, ma almeno uno!

La riflessione che adesso voglio svolgere non è rivolta a censurare questa forma di finanziamento alle asfittiche casse universitarie (anche se questo balzello di € 50 non rimborsabili per ciascun test di ammissione è veramente incomprensibile: sarebbe più coerente dire che si tratta di una forma di finanziamento dell’università); quella che voglio svolgere è una riflessione sulla società che si sta costruendo. Una società del futuro che sarà nelle mani di professionisti, manager, dirigenti e funzionari pubblici e privati laureati in legge piuttosto che in ingegneria od in medicina piuttosto che in filosofia o in agraria o chissà dove non per una loro scelta, ma per un test superato o non superato.

Per poi non dire delle domande dei test, scritte – sembrano – più per partecipare ad una trasmissione televisiva tipo la ruota della fortuna, che per accedere all’università. E allora non posso che domandarmi come avrebbe fatto l’umanità se Christian Barnard (ai più giovani ricordo che è stato il pioniere dei trapianti di cuore) avesse dovuto sostenere dei test per cominciare a studiare medicina o Ludwig Van Beethoven per studiare musica o magari Leonardo Da Vinci per entrare da apprendista nella bottega del suo maestro. E se non avessero superato i test di ammissione? Avremmo perduto (l’umanità) il talento dei 3 geni (e degli 10, 100, 1000 che hanno fatto il mondo)? È vero, Barnard, Beethoven e Leonardo erano geni e avrebbero superato qualunque test di ingresso! Ma è possibile ipotizzare una società costruita sui test piuttosto che sul talento?

So che occorre ridurre il numero degli studenti universitari, anche se non ne comprendo la ragione (la spending review non può esser fatta con la cultura), ma soprattutto non comprendo il motivo per cui la selezione viene fatta all’ingresso e non, per esempio, con un rigoroso meccanismo di esclusione degli studenti incapaci. Hanno pensato ad aumentare le tasse ai fuori corso (anche in questo caso un balzello ulteriore) piuttosto che ad percorso universitario basato esclusivamente sul profitto. L’augurio, ovviamente, non può che essere di una rapida revisione degli attuali criteri di selezione per l’accesso all’università, se non vogliamo creare una società di talenti perduti

Presidente Ordine Avvocati di Palermo


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Commenti

    Ma perchè ci sono dubbi che sono una forma di finanziamento irregolare ? Hanno previsto i test di ammissione persino a giurisprudenza, fissando la soglia di 1200 posti. C’è dubbio che è per incassare soldi ?

    ormai in Italia avere un sistema universitario moderno, efficiente e soprattutto professionale e’ impensabile. Ritengo che il miglior sistema sia quello anglosassone, dove sono presenti universita’ di serie B che vanno avanti con pochi soldi, docenti non al top e senza test d’ingresso e universita’ prestigiose dove l’alta professionalita’ viene garantita da una selezione in ingresso ma anche durante il corso degli studi. A Palermo (dove ho un’ esperienza di 10 anni dalla parte della ricerca/docenza) non se ne viene fuori: quando fai selezione agli esami il rettore ti richiama perche’ se si laurea poca gente non arrivano soldi, quando sei permissivo il rettore ti richiama per la bassa qualita’ dei laureati…inoltre non esiste un sistema che penalizza docenti e ricercatori che non pubblicano su riviste prestigiose (cosi’ come non c’e’ un sistema che premia i virtuosi); insomma l’Universita’ italiana e’ un carrozzone che tenta di andare avanti senza alcuna strategia. Un consiglio per i futuri studenti: lasciate l’universita’ italiana, prendete il coraggio a due mani e andate a studiare nel Regno Unito o ancora meglio in Germania; se siete bravi i costi dei vostri studi verranno coperti dal governo, se siete “meno bravi” potete sempre cercare un lavoretto part-time per pesare meno sulle casse della vostra famiglia.

    Ottima riflessione.

    L’università italiana e quella palermitana in particolare. rappresentano lo specchio di quanto di più negativo abbia potuto creare questa politica, fatta di improvvisati della domenica, nel creare i pilastri per le nuove generazioni!
    La sensazione è quella in cui “non gliene fotte niente a nessuno” e si cerca soltanto di tirare a campare.
    Ormai l’università è diventata un’istituzione svuotata del suo vero significato, dei suoi veri obbiettivi, divenendo solo uno stipendificio a totale carico delle già tartassate famiglie!
    Condivido che occorrerebbe prendere il coraggio a due mani e mandare i propri figli a studiare all’estero, ma per fa questo ci vogliono le condizioni economiche per farlo e non è facile!

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