Vivere fino all'ultimo | La lezione di Nadia

Vivere fino all’ultimo | La lezione di Nadia

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C'è un pezzo di Sicilia nella storia di Nadia Toffa.

Era arrivata fino in Sicilia l’eco della speranza della dolce Nadia. Grazie anche a lei il male era diventato un fatto pubblico, qualcosa di cui si può parlare. Si erano confrontati, a Palermo, su LiveSicilia.it, dottori ed esperti. Più in là, le meravigliose ragazze che combattono si erano trovate in circolo, riflettendo sulla novità di una lotta non più taciuta, ma condivisa.

E adesso, davanti alla morte di Nadia Toffa, che profondamente ci scuote, qualcuno magari potrebbe pensare che quella speranza sia stata sconfitta dall’evento definitivo. E non si possono tagliare sentenze con l’accetta, dire quale sia il bene e quale il male: siamo in un terreno complicato, reso friabile da una sofferenza che è sacra e intima e che ha il diritto di accedere a tutti i registri del linguaggio.

Ma il sentimento più forte, adesso, oltre al dolore, non è la rassegnazione, semmai è l’affetto per una testimonianza che comunque, in ogni momento, con le sue necessarie contraddizioni, perché contraddittori sono i giorni di chi affronta una simile scalata, rimane integra nella sua grandezza. C’è una solitudine inestirpabile nel cuore di chi fa i conti con una diagnosi spaventosa, ma c’è anche un terreno limitrofo – ecco l’insegnamento – in cui è possibile non essere soli.

Dobbiamo parlarne di quelle cose definitive. Dobbiamo accorciare la distanza tra chi sta bene e non sa come vivere accanto a chi sta male, tra chi sta male e non sa cosa dire a chi sta bene. Ci sono stanze d’ospedale che diventano il confine ultimo di tutti i significati, alla fine delle visite, quando ognuno ritorna al suo destino, quando è chiara la differenza tra colui che va via e rientra nella sua vita e colui che rimane e non può scappare.

Ma, in quella esperienza di biografie lontane, c’è un silenzio da evitare, c’è uno spazio da riempire di parole e di reciprocità, finché è possibile. Una volta qualcuno disse a un ragazzo che contava i suoi giorni: “Soffro perché so che te ne andrai”. Quel ragazzo rispose: “Sì, però l’importante è vivere e volersi bene, finché si vive”.

Ecco la lezione della dolce Nadia e di tanti altri valorosi e invisibili. Vivere finché si vive. Respirare. Amare. Essere felici, nonostante tutto.

E che ci trovi ancora fedeli a noi stessi, ancora intatti nell’anima, legati alla speranza, la penombra che viene e che verrà al culmine delle nostre paure, sapendo che la morte non è una sconfitta, perché siamo umani. Nessuno perde. Se abbiamo amato e se siamo stati amati, noi resteremo per sempre.


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